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The new spatial order of collective housing

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Throughout the Twentieth Century, the European social housing complexes have built much of the city’s expansion. They have been the armor and the infrastructure of the suburban city. Nowadays, in many places of Europe, inhabitants are experimenting solutions aimed to radically change the way in which the city is built. Variety and excitement are such that the concept of cohousing, as matrix of many of the experiences, can’t cover the whole range of the community-oriented and self-managed variations. These are the two poles that mark the spread of the new collective housing: on the one hand its shared living, on the other its shared management. The following text tries to highlight some of the features of the new spatial order of collective housing, retracing some of the case studies that have been investigated in this blog. The new collective housing sets a new spatial order within the city. It is disseminated and apparently “spontaneous”, as it was the one celebrated by Colin Ward in the Seventies.

The two maps (above) compare the public housing complexes in Milan (Francesco Infussi, eds, Dal recinto al territorio. Milano, esplorazioni nella città pubblica, Bruno Mondadori, 2011) with the new forms of collective housing in Geneva (https://territoridellacondivisione.wordpress.com/2013/03/21/shared-housing-in-geneva/).

Il nuovo ordine spaziale dell’abitare collettivo

In molti luoghi della città europea si stanno sperimentando soluzioni tese a trasformare radicalmente il modo in cui la città si costruisce. Il nuovo protagonismo degli abitanti è oggetto di un’osservazione estesa ed in affanno. Perché le forme del nuovo abitare sono numerose, perchè si propagano mettendo a punto elementi di novità ad ogni nuova prova: domande sempre più articolate e complesse, procedure più semplici e più efficaci, progetti più innovativi nel segno della sostenibilità e del risparmio. La varietà ed il fermento sono tali che la stessa nozione di cohousing, matrice delle molte vicende, pare irrigidire l’estensione entro formati e storie collaudate che non comprendono per intero le nuove declinazioni community-oriented e self managed. Questi i due poli che segnano la diffusione. Da un lato la condivisione dell’esperienza abitativa, dall’altro la sua autogestione. Due inclinazioni non contraddittorie, seppure non coincidenti. Da un lato il desiderio ritrovato di stare assieme nella spartizione dei rischi legati all’acquisizione di una proprietà o al raggiungimento di una residenza sicura, dall’altro la necessità di stringere alleanze coese per poter abitare ciascuno a proprio modo fuori da regole ed imposizioni di mercato: accanto alla ricerca di un legame sociale solido e partecipato, la strumentalità e l’opportunismo della sua protezione.

Gli elenchi ormai numerosi dei formati entro cui le esperienze ricorrono non bastano a ricostruire un campo che va dalla cooperativa abitativa allo squat, istituzionalizzato o illegale. Senza contare che denominazioni e procedure cambiano nei diversi contesti europei, e che nelle differenti situazioni trovano supporti associativi differenti, diverse attenzioni da parte delle istituzioni, diverse forme di sostegno pubblico. Ciò che però è qui più interessante osservare è la varietà dei contesti urbani entro i quali le diverse esperienze si collocano. I luoghi nella città. Si può stare nel suo cuore come ai suoi margini. Si può abitare in modo quasi invisibile entro nicchie protette che trasformano palazzine in fortilizi (o che si aprono saltuariamente per offrire servizi ed attività di quartiere), allo stesso modo in cui si occupano frange incolte, fabbriche dismesse e terreni da bonificare, mantenendo una distanza decisa da infrastrutture e servizi pubblici. Si acquistano altrove aree di espansione periferiche, lotti liberi tra i tessuti rarefatti dello sprawl suburbano, cascine e fattorie ai bordi della città, e si riprogettano attraverso le formule collaudate del cohousing così come entro i processi guidati del cooperative planning. Purchè fuori da intermediazioni e investitori.

A Berlino, negli ultimi anni, sono stati realizzati oltre 165 progetti ad opera di baugruppen, 140 dei quali in luoghi centrali della città. La formula, ormai consolidata e strumentale all’acquisizione di un alloggio di qualità in città ad un costo che non comprenda la mediazione di operatori immobiliari, prevede l’acquisto di terreni non edificati da parte di comunità di proprietari che assieme ai tecnici progettano i propri alloggi. Bigyard nel quartiere di Prenzlauer Berg è il salto di scala e di qualità rispetto alle esperienze precedenti: 45 appartamenti, una terrazza ed una sauna comune, un hotel per le visite dei familiari ed una corte interna di 1300 m2 che i proprietari hanno preferito non frazionare in singoli giardini privati, nell’obiettivo di realizzare nel cuore di Berlino “un paese in città”. Ancora a Berlino, nel quartiere Mitte, al numero 53 di Strelitzer Strasse, un edificio di sei piani per appartamenti nasconde un villaggio, protetto da auto, rumore e vita urbana. (www.territoridellacondivisione.wordpress.com/2012/09/22/strelitzer-strasse-53-berlin). Prima una galleria, poi un passaggio stretto tra due giardini laterali, quindi uno slargo per il gioco e il parcheggio delle biciclette, infine le sedici casette colorate articolate lungo una via ricurva che si apre sul parco del Memoriale del Muro e Barnauer Strasse. Siamo sulla striscia della morte. Qui, un gruppo di artisti, architetti e designer, ha costruito un piccolo borgo molto espressivo e ben protetto. Una nicchia, che raccoglie tra le abitazioni, pezzi della casa di tutti, legna da ardere, sedie da giardino, barbecue, biciclette e giochi per bambini.

In Olanda, il fenomeno dell’associazionismo è tanto radicato e capillare da essere considerato parte della cultura nazionale: “se esiste un problema, esiste un’associazione per risolverlo” (https://territoridellacondivisione.wordpress.com/2012/07/12/breda-belcrum). Le implicazioni sui nuovi formati coabitativi sono importanti, fuori e dentro una tradizione che in Olanda conta mezzo secolo di esperienze che vanno dal cohousing ad altri formati del collaborative housing, fino allo squat, che in Olanda è regolato da leggi che ne monitorano e consentono la diffusione. Le reti, in forma di comunità più o meno coesa e organizzata, si addensano entro edifici da recuperare in città, ne costruiscono di nuovi, si allentano nell’immediata campagna in cerca di spazi incolti e terreni inospitali dove insediare orti e fattorie. A Helmond, lungo i tratti in cui il Willemsvaart Kanaal si allontana dal centro cittadino ed attraversa residui di campagna tra magazzini, vecchie industrie e piazzali logistici, si impiantano fattorie didattiche dove vivere e lavorare assieme, spartirsi beni e frutti della terra, prendere decisioni ed assumersi responsabilità comuni in nome dell’autosussitenza e della pedagogia. A Tilburg, entro formati non dissimili, si abitano houseboats lungo l’Hoevense Kanaaldijkeche e si coltivano i suoli attigui abbandonati. A Eindhoven, l’ecologismo anarchico che segna il carattere delle nuove occupazioni, riscrive una tradizione fitta di esperienze e bene strutturata. Mappe e social network disegnano la disponibilità di spazi e la varietà dell’offerta abitativa per i nuovi squatter. Non più i punk degli anni ottanta e novanta, ma famiglie e piccole comunità che tengono alla promozione dei propri principi morali quanto alla loro protezione entro rifugi stabili e ben protetti da barriere fisiche e simboliche.

In Svizzera, le cooperative impegnate nella messa in comune di risorse finanziarie per la realizzazione di alloggi che possano essere prodotto di una partecipazione attiva degli abitanti, sono ormai soggetti istituzionali che pesano sugli equilibri del mercato immobiliare. A Ginevra, la cooperativa CoDHA, dal 1994, promuove «un autre type d’habitat, une autre qualité de vie, un autre rapport au logement, basé sur la participation, la convivialité et la solidarité» (http://www.codha.ch/presentation.html). A Basilea, dal 1990, la Fondazione Edith Maryon è impegnata a sottrarre proprietà alla speculazione immobiliare ed a riprogettarle ed abitarle secondo modalità partecipate ed autogestite. Obiettivo comune è sottrarre al mercato (ed a procedure tradizionali di acquisizione dell’alloggio) spazi che possano rappresentare questa sottrazione attraverso forme abitative esemplari. Non basta una maggiore equità, occorre metterla in scena. A Ginevra, la scena è occupata da un edificio per dieci famiglie in periferia. A Basilea, da 250 metri di strada di un quartiere centrale.

A Ginevra, la cooperativa CoDHA, rispondendo alla domanda di alcuni suoi soci, raggruppati a loro volta nell’associazione Mill’O, trova un lotto libero di quasi 3.000 m2 nel comune di Plan-les-Ouates, nell’immediata cintura della città (https://territoridellacondivisione.wordpress.com/2012/09/16/millo-plan-les-ouates). Qui, tra il 2002 e il 2006, viene progettato e realizzato un edificio di dieci appartamenti. Esemplare per molti motivi: costi, procedure progettuali e tecniche costruttive, requisiti energetici ed ecologici, modi della coabitazione e della condivisione di spazi e prestazioni. Ma ancor più esemplare per la posizione nella città: un sobborgo ricco, di servizi, di spazi ben curati, di famiglie benestanti che abitano per lo più lotti privati, ad espressione di una domanda abitativa uniforme e di un ordine spaziale ben parametrizzato. Che l’edificio su l’Avenue du Millénaire rovescia, celebrando valori d’uso e coabitazione in un quartiere di case di proprietà e spazi individuali protetti e delimitati.

A Basilea è il contrario. Lungo Bärenfelserstrasse, non c’è più spazio per star da soli. Qui, al numero 21, nel 1974 è stata fondata la cooperativa Cohabitat con l’obiettivo di restaurare e coabitare gli edifici da recuperare lungo la strada. Nel 1978, Bärenfelserstrasse è stata la prima wohnstrasse della Svizzera. Su modello degli shared spaces olandesi, uno spazio ridisegnato per accogliere usi e transiti molteplici, nel rispetto prioritario degli abitanti che vi sostano e dei bambini che giocano. Dal 2009, la Fondazione Edith Maryon è proprietaria dell’edificio al numero 34. Sei piani per appartamenti in locazione a famiglie, studenti e anziani, per un totale di ventiquattro adulti e dieci bambini. Nel rispetto delle disposizioni della vecchia proprietaria, si autogestiscono, dal 1984, spazi interni comuni, giardini e si condividono attività. Oggi, ben ventiquattro dei trentatrè edifici lungo Bärenfelserstrasse sono stati recuperati e sono abitati in modo analogo. Incrementalmente, si sono emulate tecniche per il recupero degli appartamenti, assetto dei giardini, si sono arricchite le facciate con una vegetazione fitta ed apparentemente spontanea, si sono riprodotti modelli gestionali ed amministrativi delle singole unità. Incrementalmente si è occupata la strada con attrezzature per la sosta e per il gioco, si sono promossi eventi ed iniziative gestite dagli abitanti, si sono distribuite responsabilità e ruoli sulla base delle inclinazioni individuali. Nel cuore di Basilea, un modello abitativo si è replicato fino a circoscrivere uno spazio che è più connotato, regolato e coeso di un quartiere. Ha velocità proprie, suoni, rumori, caratteri fisici e simbolici che scandiscono tempi, relazioni e movimenti di un’altra città.

A Berlino, in Olanda, in Svizzera, ed in modo simile altrove, ricorrono sperimentazioni ogni volta attente ad essere al contempo modello ed eccezione. Da un lato il prototipo ripetibile, dall’altro la sua forte personalizzazione a garanzia di un’imitazione mai del tutto fedele, sempre eccentrica ed originale. Che si radica nelle città riscrivendo in forma autografa l’eterogeneità dei luoghi in cui cade. Non ovunque. Dove c’è spazio, dove lo spazio costa poco, dove può assumere forme compatibili con il progetto, dove ci sono le condizioni per la sua evoluzione. La città conta di meno. Nella città si può stare in molti luoghi diversi. In pieno centro, fino a farsi monumento tra i monumenti della memoria storica, tra le fabbriche dismesse ed i campi abbandonati lontano da infrastrutture e servizi, tra le abitazioni ricche della dispersione suburbana ed accanto a quelle povere degli intensivi periferici, lungo i margini della città e nella prima in campagna. E’ una disseminazione, molto sensibile al punto di germinazione, meno attenta all’insieme. Ciò che conta è il luogo in cui, nella città, si può fondare una città nuova, più piccola e diversa. Fino a ridiscutere, se non ribaltare, principi e valori immobiliari consolidati entro una sorta di nuovo “ordine spaziale spontaneo” simile a quello celebrato da Colin Ward negli anni settanta. Per il resto, l’oggetto vale più del suo posizionamento. Ovunque cada, ogni volta si è pionieri. Si introducono spazialità nuove e si stabiliscono regole che organizzano modi di abitare difformi dall’intorno. Perchè la differenza è importante e su una logica di distinzione si costruisce esemplarità e modello. Cercar casa e lavoro, servizi e tempo libero fuori da circuiti regolati da mercato e piano è atto dimostrativo e costitutivo al contempo. Su questo si regge quasi tutto, fondazione, organizzazione e funzionamento. La prossimità ed il contesto contano nella misura in cui possono essere anche ignorati. Ovvero non contano, se non da un punto di vista normativo che consenta disponibilità ed appropriazione giuridica degli spazi. Il replicarsi di modalità abitative a Basilea termina alla fine della strada, altrove è circoscritto all’isolato, più frequentemente la disseminazione copre un’area il più possible vasta ed eterogenea, così che, come in natura, possa aumentare la probabilità del successo riproduttivo. Comunicazione web e social network orientano mete e nuove sfide.

Angelo Sampieri

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