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From urban buildings occupation to agricultural spaces colonization: the Squat’s metamorphosis in the photographs by Julien Gregorio

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The photographs by Julian Gregory highlight a genealogy of shared spaces deeply rooted in the Squat Movements of the Nineties. The book deals with the city of Geneva in the period 2002-2012. A period in which the “politique de tolérance” of the nineties ends up, putting an end to the widespread consensus that had approached the inhabitants to bars, restaurants, theaters and the concerts managed by the squatters. These policies had allowed many experiments. Due to the loss of consent (and due to the strict policies of the public authority), the squat movement fragmented into different trajectories: on the one hand, new forms of social housing, on the other hand, new forms of nomadism and occupation of agricultural areas.

Dall’occupazione di edifici in città alla colonizzazione di spazi agricoli: la metamorfosi degli squat nelle fotografie di Julien Gregorio

Le fotografie di Julien Gregorio raccontano di una forma dell’abitare che ha radici nei movimenti di lotta e protesta di fine XIX secolo e si ripresenta dopo un secolo come messa in discussione di un ordine sociale e urbano moderno. Il movimento squat in Europa è stato molte cose. Difesa di bisogni e di tensioni vulnerabili. Rifugio. Affermazione ideologica. Riformulazione di esperienze comunitarie. Occasione per sperimentare forme di organizzazione del quotidiano che rispondono ad un habiter autrement. Riscoperta di tradizioni ludiche situazioniste. Matrice di autentiche eterotopie (in senso letterale : «une espèce de contestation à la fois mythique et réelle de l’espace quotidienne» M. Foucault, 2009).

Il libro si concentra su una città (Ginevra) e su un periodo (2002-2012) nel quale la «politique de tolérance» degli anni 90 lascia posto alla perdita di un generale e diffuso consenso che aveva avvicinato la popolazione urbana ai bar, teatri, sale concerto degli squatters, permettendo contaminazioni e sperimentazioni. La perdita del consenso si accompagna al ritorno di politiche più severe da parte dell’autorità pubblica e ad una frammentazione del movimento squat che si ripropone entro traiettorie differenziate. Da un lato nuove forme di alloggio sociale. Dall’altro il divenire nomadi e occupare spazi agricoli.

Gregorio decide di trattare del movimento squat a ridosso dello spazio e degli oggetti, mostrando diciassette luoghi in diversi momenti: luoghi abbandonati e vuoti, riappropriati e abitati. Poi, luoghi esterni alla città di approdo delle comunità squat sgomberate. Dando così corpo a quelle che Luca Pattaroni, nel bel saggio compreso nel volume, chiama «les cinq étapes qui punctuent la vie de tout squats: occupation, installation, habitation, évacuation, perpétuation». Le cinque tappe ricostruiscono la struttura di un racconto (in senso letterale, si potrebbe dire, richiamando Vladimir Propp). E articolano questioni di grande interesse sui temi della condivisione permettendo di cogliere l’universo delle relazioni attorno a questi «habitants exigentes», con i quali le autorità, i vicini, la città intera impara ad avere a che fare, facendo. Mentre loro stessi esercitano un adattamento cognitivo (ma anche d’azione). Se i principi rimangono gli stessi («solidarité, convivialité; créativité, autogestion»), cambia nel tempo il rapporto con la società che progressivamente si avvicina al movimento squat nella fase del consenso, per poi allontanarsi rapidamente. Ogni fase del «racconto» merita di essere brevemente richiamata in rapporto ai suoi principali lineamenti.

1_lo sfondo comune delle tante forme di occupazione è una dichiarazione che riguarda un diverso «vivre ensemble» e il carattere giocoso della lotta politica (qui si ritrova il riflesso situazionista che traspare molto, anche se implicitamente, nel racconto). L’occupazione va oltre l’alloggio, riguarda «… non seulement sa maison mais aussi  sa rue …». E’ la costruzione di un ordine diverso che si vuole mostrare alla scala della città. Investe più luoghi (emblematica l’occupazione di luoghi commerciali che non a caso è contrastata nel modo più radicale). Ed esprime culture e economie alternative: piccoli servizi condivisi, spazi ludici, artistici messi a disposizione di tutti, riparo e ospitalità gratuite per chi ne è in cerca.

2_lo sfondo dell’istallazione è nel prendere possesso del luogo. Nel saper fare e riattrezzare luoghi spesso abbandonati da anni. Nei termini di Appadurai si potrebbe dire che è lo sfondo del costruire località: atto che realizza ed esprime un progetto politico di rottura con l’abitare individualista. Si decide come abitare innanzitutto rovesciando l’ordine funzionale dell’alloggio tradizionale, ricostruendo spazi condivisi, abbattendo pareti divisorie. La «salle commune» è il fulcro simbolico, prima che spaziale. Il tempo dell’installazione è un tempo di effervescenza ed entusiasmo. Nel quale si costruisce la comunità attraverso la costruzione dello spazio abitativo. Nella gabbia stretta di decisioni prese all’unanimità. Se una prerogativa essenziale della proprietà individuale è abitare a proprio modo (Bianchetti 2003), qui c’è qualcosa che nel contempo è profondamente diverso e molto simile. La libertà di «[réintegrer] le logement dans les sphères du désir» : un investimento affettivo intenso.

3_lo sfondo dell’abitare è quello delle pratiche quotidiane che devono permettere a ciascuno di muoversi in ragione delle proprie abitudini. Ineludibili gli idiorritmi di Roland Barthes che designano comunità altre rispetto a quelle dure dell’istituzione. Rispettose delle traiettorie e dei tempi di ciascuno e nel contempo esigenti, poiché richiedono il contributo di tutti. Qualcosa che rinvia a quella che Marc Breviglieri chiama «inclination à habiter» (Breviglieri, 2009): capacità pratica di  rendere il mondo familiare. Lo sfondo dell’abitare è anche quello delle difficoltà della coabitazione, quello in cui si rimettono in gioco le pareti divisorie a testimonianza di una difficile ricerca del fragile equilibrio tra comfort personale e progetto militante.

4_lo sfondo dello sgombero è quello delle questioni giuridiche e dei rapporti di forza che riposizionano gli squatters nella posizione di occupanti illegali. E’ la tolleranza zero che prende il posto delle politiche tolleranti. Al centro sono questioni di legittimità degli sgomberi i quali funzionano in modo indirettamente selettivo in rapporto ai singoli soggetti e delle loro reti individuali di protezione. E’ dunque il momento de disfarsi della comunità. Quello in cui, come nelle favole di Propp, prevale l’antagonista. Che qui è il mercato, prima ancora che la forza pubblica. Gli sgomberi riguardano anche altre popolazioni povere, ma segnano per gli squatters la perdita della capacità di far comprendere le proprie ragioni. Ovvero la perdita di un sostegno ampio. Il movimento appare sempre più come un universo superato che movimenti minori antagonisti non riescono a restituire.

5_lo sfondo della riproposizione è più complesso. Retto dalla domanda circa la capacità di riproporsi di idee e le forme dell’abitare del movimento squat entro un contesto nomade che per molti versi ricorda le riflessioni di J.B. Jackson. E per altri, l’Arcadia for All di Colin Ward e Dennis Hardy. La colonizzazione di territori esterni e friches che tipo di abitare richiama? Quando si sta fuori la città, cosa cambia? In quest’ultima fase ci si misura, secondo Pattaroni, con alcune innovazioni istituzionali del movimento squat. Innovazioni che hanno prodotto nuove infrastrutture normative (come i contratti fiduciari) o addirittura nuovi soggetti (come le cooperative associative di cui CoDHA è forse la più nota a Ginevra – nel blog vedi https://territoridellacondivisione.wordpress.com/2012/09/16/millo-plan-les-ouates/#more-1903). E’ su questo sfondo opaco della riproposizione che si collocano le fotografie di Gregorio che mostrano la riproposizione di comunità alternative entro territori esterni. Le roulotte di J. B. Jackson, appunto. Al centro la forma nomade dell’abitare, non più ancorata ad un tessuto urbano, secondo i modi dei Wagenburg tedeschi o dei travellers inglesi. A definire altri rapporti tra l’abitare e il territorio. Costruiti su strategie da pionieri. Rapporti che dichiarano a gran voce l’abbandono della città (e, suggerisce Pattaroni, il rifiuto di una società neo-liberale). La questione è capire quale posto abbia un movimento di contrasto e sovversione oggi. Quale forza mostri il mettersi a margine, come pratica alternativa tesa a tenere vivo un immaginario di possibilità diverse di abitare e nello stesso tempo costruire reti di resistenza attiva.

Quello che questo racconto costruisce nelle foto e nelle parole, è una genealogia. Occupandosi dei movimenti squat gli autori ci sollecitano a riflettere attorno a quei movimenti che oggi ricercano un diverso vivre ensemble entro una molteplicità di forme leggere: nelle forme associative, nella riscoperta di un ecologismo e di un fare artigiano più o meno accentuati, nelle forme comunitarie e un po’ autarchiche che si tengono lontane dal mercato, come dalle istituzioni. O che vogliono promuovere nuove forme di consumo ancorate localmente. Che queste forme siano l’eredità di quello sfondo di lotte è l’ipotesi sostenuta da questo libro (commentata con riferimento a Boltanski). Il perpetuarsi de «l’esprit des squats» entro pratiche così diverse è il problema che il libro solleva. Quella logica che voleva essere urbana e che si appellava al droit à la ville, oggi pare fondamentalmente antiurbana e secessionista. Quei valori antagonisti sembrano incrociare da vicino preoccupazioni che pare abbiano altra natura. Ciò nondimeno il problema è cruciale e si mostra capace di muovere argomenti e suggestioni che è difficile eludere.

Cristina Bianchetti

Gregorio J., 2012, Squats. Genève 2002-2012, Genève, Labor et fides

Le fotografie di Julien Gregorio qui riprodotte sono tratte dal testo

Testi richiamati :

Breviglieri M., 2009, Les habitations d’un genre nouveau. Le squat urbain et la possibilité du conflit négocié sur la qualité de vie, in Pattaroni L., Rabinovich , Kaufmann V. (dir.) Habitat en devenir, Lausanne, Presses Polytechniques et universitaires romande

Bianchetti C., 2003, Abitare la città contemporanea, Milano, Skira

Foucault M., 2009, Le corps utopique suivi de Les Hétérotopies, Paris, Nouvelles Editions Lignes

Hardy D. & Ward C., Arcadia for All, 1984, The Legacy of a Makeshift Landscape, Five Leaves Publications, Nottingham

Jackson J. Brinckerhoff, 1984, Discovering the Vernacular Landscape, New haven, Yale University Press

Pattaroni L. 2012, Le friches du possible. Petite plongée dans l’histoire et le quotidien des squats genevois, in Gregorio J., Squats. … cit.

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