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“What is the place of manufacturing in a post-industrial society?” Short track from the seminar of 12th November 2019

In the occasion of the presentation of the book “Territorio e Produzione” (Quodlibet, 2019), an extensive discussion took place in the Mollino Library of the Castello del Valentino. The debate offered numerous insights into what it means today to investigate the relationship between production and space. What made the seminar interesting was not only (and obviously) the profile of the invited scholars, but also their complicity and direction in studies and projects that took place in the past and are prefigured today. Some notes follow.

«Qual è il posto della manifattura in una società postindustriale?»

Breve traccia dal seminario del 12 novembre 2019

In occasione della presentazione del libro Territorio e Produzione (Quodlibet, 2019) nella Biblioteca Mollino del Castello del Valentino ha avuto luogo una ampia discussione che ha offerto numerosi spunti su ciò che significa oggi indagare i rapporti tra produzione e spazio. A rendere interessante il seminario non è stato solo (ed evidentemente) il profilo degli studiosi invitati, ma anche la loro complicità e regia in studi e progetti che si sono dati in passato e si prefigurano oggi. Seguono alcune note.

Ad un’introduzione di CRISTINA BIANCHETTI sui rapporti tra pratiche della ricerca e condizioni in cui essa si dà oggi nelle istituzioni universitarie, seguono gli interventi dei relatori invitati.

La lezione di ARNALDO BAGNASCO fa di Torino il locus dove radicare il discorso. Due le questioni sono poste in apertura: 1.) la prima riguarda i modi con i quali la sua ricerca si è rapportata al problema dello sviluppo urbano; 2.) la seconda se questa angolazione, usata in passato, sia utile a capire la Torino di oggi.

Il punto di vista adottato per leggere lo sviluppo e l’economia diffusa dei distretti aveva da un lato Weber (l’attenzione alla matrice istituzionale, ovvero alle norme, alle leggi che spiegano come una società sta insieme, come una società prova a regolarsi). Dall’altro lato Polanyi (con i diversi meccanismi di regolazione che incastrano l’economia nella società: la reciprocità, il mercato, la redistribuzione, la generazione di mix regolativi concreti, utili a leggere una struttura sociale anche urbana). In passato molti erano alla ricerca di combinazioni regolative: Becattini mostrando un interesse specifico su come un’economia incontra una società; lui stesso, mostrando un interesse specifico su come una società incontra un’economia.

Per Torino si è seguita una via analoga entro una situazione molto diversa, con una società più semplice.  É il modello industriale della one company town dove «il perno della regolazione non era il mercato ma l’organizzazione» e dove le politiche avevano poca presa sulla città – «policy making in condizioni avverse», secondo la definizione di Luciano Gallino).  Una fase cui ne è seguita una più sperimentale negli anni Novanta (spinta anche dalla finanziarizzazione e dal «ritorno delle città») nella consapevolezza del fatto che i «poteri superiori» non funzionavano più allo stesso modo». É la fase del primo piano strategico di Torino dove la città cambia volto e si presenta come spazio attraversato e animato da una molteplicità di attori che interagendo tra di loro, tentano di costruire insieme nuove condizioni e nuove risorse per lo sviluppo del territorio. Bagnasco mette in evidenza quanto questo passato prossimo sia essenziale per comprendere il periodo successivo.

E oggi? Se dovesse riassumere le condizioni Bagnasco parlerebbe di correnti trovate e perdute. Torino è stata dentro correnti di cambiamento e poi le ha perdute. É stata uno dei centri della modernizzazione del paese e non lo è più. Il Rapporto Rota del 2019 dimostra qualche miglioramento della città se vista entro un arco di vent’anni, e seri peggioramenti, se si considerano soltanto gli ultimi. Nel periodo compreso tra il 2001 e il 2016 Torino è scivolata indietro rispetto alle altri 15 metropoli italiane per quanto riguarda il valore aggiunto, l’iscrizione di nuove imprese, l’export, la possibilità di occupazione per i neolaureati, l’emanazione di brevetti, l’edilizia …. «Chi ha fermato Torino? cos’è successo nel periodo dei due successivi piani strategici?».

Due ipotesi. Tra le varie cose che sono successe e che si contendono il primato in un clima di profondi cambiamenti, vi è una polarizzazione sociale molto disordinata che a partire dagli anni Ottanta si è progressivamente accentuata. Una polarizzazione non organizzata, giocata entro un’accentuata individualizzazione. Nella politica questo ha un riflesso molto chiaro che si manifesta nella confusione e nella difficoltà/incapacità di costruire coalizioni sufficientemente coese. L’altro problema è quello dell’innovazione: c’è una difficoltà nella selezione. C’è persino un eccesso di direzioni che vengono proposte.

Bagnasco chiude tornando sul problema della produzione portando sul tavolo di discussione questi strumenti analitici. Si chiede quindi «qual è il posto della manifattura in una società postindustriale?», domanda che ricorda il celebre quesito di Raymond Boudon sul posto del disordine. Questa domanda è seguita da altre questioni che vale la pena riportare per intero: «qual è la sua posizione e i suoi effetti economici, politici, culturali in un mondo che è postindustriale? Come fa a non essere invadente e a riportarci in situazioni antiquate? Qual è lo spazio insieme politico, economico e sociale dell’industria, della manifattura?». Per Bagnasco bisogna entrare nel problema della modernizzazione dell’industria, nel ruolo dell’innovazione sia come motore dell’economia sia come campo di sperimentazione di nuove articolazioni tra tessuto produttivo e società, dove sembra ricostruirsi il terreno sul quale nuove forme di reciprocità possano emergere.

La lezione di ANTONIO CALAFATI si sviluppa a partire dalla convinzione che se il mondo è cambiato, è necessario tenerne conto nella costruzione di nuove politiche di sviluppo. Che non significa abbandonare completamente le conoscenze, gli strumenti e le esperienze che in Italia hanno permesso di governare i temi dell’economia e del territorio con un’impareggiabile sofisticazione. Mettendo al centro proprio il nesso tra economia e territorio. A problemi nuovi soluzioni nuove si potrà ribadire. Tuttavia, Calafati sottolinea non solo la debolezza, già menzionata nell’apertura di Cristina Bianchetti, della ricerca più recente riguardo questo tema, ma anche la mancanza assoluta di un’attenzione al territorio da parte dell’economia. L’assenza attuale della dimensione territoriale delle trasformazioni economiche ci priva di appigli adeguati e rende il ritorno e l’aggiornamento di quelle esperienze passate quasi una necessità.

«Questo è un tema trascurato» sostiene Calafati. È trascurato il peso del territorio, i suoi attori, le sue risorse, il contesto specifico di una particolare matrice istituzionale. Riscontro della prevalenza di un paradigma neo-marshalliano contraddistinto dalla sopravvalutazione dell’autorganizzazione. Ovvero il ritorno di un modello dove non esiste spazio geografico, dove non è importante dove si localizza l’impresa. È sufficiente ci siano delle agglomerazioni. L’assenza del territorio è nelle stesse politiche di sviluppo oggi egemoniche che impongono una ripolarizzazione cieca ai caratteri dei territori italiani. In altri termini, è trascurato l’impatto che questi ultimi trent’anni di neoliberalismo hanno avuto sul territorio, sconvolgendo completamente la teoria dello sviluppo locale italiano: modificato il contesto, svuotata la teoria.

Calafati sostiene che dal momento in cui le condizioni al contorno sono così radicalmente cambiate la riflessione sui legami tra territorio e produzione ha perso la sua “presa” sulla realtà. Racconta questo passaggio cruciale attraverso le riflessioni di Giacomo Becattini su Prato e la necessità di un accordo sulla produzione che avvenga ad un livello globale, un accordo che ha nel progetto europeo il precedente più evidente. «Un’utopia» avverte Calafati. «Ma un’utopia molto profonda perché ci fa capire che abbiamo trascurato il fatto che le relazioni causali che reggono lo sviluppo differenziale tra regioni stanno dentro un contesto che oggi non c’è più.» La distribuzione della produzione non può essere lasciata al mercato.

Oggi questo contesto mutato impone una riflessione diversa sul territorio. Calafati insiste su l’importanza di questo punto: per capire i processi coevolutivi tra impresa e territorio, impresa che incorpora e utilizza il territorio per ricavare competitività e che a sua volta oltre a creare redditi crea altre cose; per poter concepire meccanismi di regolazione capaci di offrire cure e tutele al potenziale latente nei territori; per attivare processi di reciprocità che sostengano uno sviluppo del territorio che accentui le sue capacità innovative, le sue articolazioni, la sua complessità.

L’urbanistica ha una responsabilità perché non prende sul serio la perimetrazione dei contesti, ovvero la disgiunzione tra la geografia dell’economia e quella politico-amministrativa.

CARLO OLMO torna sulla stagione passata di Torino, richiamata da Bagnasco e riprende l’esperienza di curatore, insieme ad Arnaldo Bagnasco, della mostra Torino 011 che, nel 2008, cercò soprattutto di far riflettere e di far discutere la città intorno a ciò che era stata e a ciò che stava diventando, o si voleva diventasse. Un episodio che è dello stesso segno del primo piano strategico: ovvero nasce  da una profonda idea di radicamento della reciprocità (che a questo punto possiamo ormai dichiarare un filo rosso inaspettato che ha attraversato tre interventi per il resto molto diversi). Gli spazi delle ex Officine Grandi Riparazioni (OGR) sono diventati, con la mostra, un luogo di politiche, di «democrazia urbana». Dalla prima stanza «la città che si discute», che ospitava una sorta di arena dove si presentavano giudizi sulla città, all’ultima stanza «le prospettive dell’area torinese nel 2020», che apriva alla discussione tre strategie possibili (“città verde”, “città industriale” e “città sociale e politica”).

Perché poi quella fase non decolla? Come mai Torino che aveva vissuto una stagione in cui rappresentanza e cittadinanza erano largamente sovrapposte e riconoscibili in alcuni luoghi, poi vede la disgregazione di questo rapporto tra cittadinanza e rappresentanza. Come si ricostruisce oggi la rappresentanza, chiede Olmo, in quali spazi? Abbiamo una concezione ancora funzionalista delle grandi attrezzature urbane: trasformare un presidio della salute per tutti (quale è un grande ospedale civico) in una struttura di eccellenza per pochi significa anche non capire su cosa si contratta la rappresentanza. Qualcosa di importante per ridiscutere le basi di un accordo sociale.

La chiusura di FABRIZIO PAONE torna al libro Territorio e Produzione che è stato pretesto e occasione per la giornata. Ne discute la costruzione, la regia, gli apparati, richiamando di Roberto Gabetti in prefazione a La città industriale di Carlo Olmo (1980, Giulio Einaudi, Torino): «Il significato di una ricerca, di un lavoro a più mani, sta proprio nell’avvertita necessità di uscire da una situazione di stallo: leggere le cose, può voler dire proporre altre cose».

(la sera, presso l’Unione Culturale, sempre a Torino, riprenderanno questi temi Angelo Pichierri e Giuseppe Berta, il primo focalizzando il ragionamento sui modi con i quali far fronte al crescente isolamento e marginalizzazione della città nei confronti dell’area centro-nord, in termini di distacco economico, demografico e istituzionale, cogliendo il problema di una pluralità di agende senza che da questa pluralità sia individuabile una rotta e pensando a strumenti anche minuti di politica economica immaginabili nel campo dell’urbanistica e delle public utilities. Berta, in coerenza, cercando di ragionare su mancanza di grandi players ma presenza di realtà sottotraccia, quasi silenziose, che necessitano di un disegno di coerenza).

 a cura di Eloy Llevat Soy

 

 

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