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The other city growing in Prato

Whilst the city center of Prato (Italy) lives an incredible calm and elegant touristic age, his industrial zone grows around the swarming Chinese community who is running the biggest fast-fashion district of Europe. A new city is developing from every single factory inner space: commercial, productive and residential activities overlap in the same place and display an intense urban environment. As a temporary answer to the changing productive society’s needs, both public and private streets and courtyards are full of street vendors and hawkers.  Is this only an effect of an accelerationist city or is it the chance to plan an alternative future for contemporary European cities?

L’altra città che cresce a Prato

Le strade del Macrolotto 1 a Prato assomigliano alla Declassata, l’ex autostrada della piana fiorentina costantemente intasata: non si tratta solo della dimensione, naturalmente, ma anche e soprattutto della densità e dell’intensità del traffico. Che tuttavia, a differenza della Declassata, qui attraversa un territorio che è decisamente urbano.

In pochi anni, in una delle più grandi zonizzazioni industriali della piana fiorentina, nata per ampliare la produzione tessile del distretto e per “epurare” il centro storico da attività affatto compatibili con la residenza, si sta sviluppando con una certa aggressività una forma di produzione che integra pratiche commerciali, aree a servizi, spazi per il loisir e residenza. Non si tratta certamente del solo sovrapporsi illegale dell’abitare: la comunità cinese che ha qui il più importante centro europeo del prontomoda è invece sempre più allineata, controllata, regolata.

Si comincia dal capannone: entro il modello rigido e trasparente della pianificazione del moderno, ciascun edificio ospita invece almeno quattro livelli variamente intrecciati, in una diversa successione di progressiva intimità. C’è anzitutto lo spazio della vendita, che dall’essere un banale spazio di stoccaggio è diventato una vetrina luccicante, con un caleidoscopio ricchissimo di rivestimenti, lampade e lampadari, quadri, poster e insegne. Il secondo livello è quello della produzione, che si sviluppa alle spalle della zona commerciale e talvolta genera un delicato problema di smaltimento di rifiuti, mai risolto. Il terzo è quello dei retri e dei cortili: talvolta sono piccoli orti, talaltra zona di carico e scarico, altre volte depositi domestici. Nel progetto di questi spazi, i cortili erano parte dello stesso meccanismo funzionale della fabbrica: oggi la fabbrica si è moltiplicata in numerose piccole imprese, e il cortile è lo spazio della negoziazione e della convivenza. Il quarto livello è quello dell’abitare: sempre meno presente, eppure costante. È molto difficile individuarlo precisamente o definirlo spazialmente, le pratiche sono tra loro diverse e non sempre visibili. Tuttavia molti indizi ne rivelano la presenza: i consumi dell’acqua, la cura di alcuni spazi di pertinenza, la domanda di servizi.

La città dentro i capannoni fuoriesce nei parcheggi e nelle strade. Ovunque si incontrano furgoncini attrezzati, bancarelle che vendono generi alimentari, bar e ristoranti mobili, sexyshop. In un’intervista, una guardia giurata in servizio sostiene che in ogni strada del macrolotto ci siano decine di queste attività, perlopiù organizzate per tipologia. Ai furgoni si affiancano dehors improvvisati, luoghi di ritrovo, spazi del vivere insieme. Anche i cortili ospitano talvolta alcuni di questi esercizi commerciali, e si entra ed esce liberamente tra spazi che sono privati e dedicati alla produzione. In alcuni orari della giornata non è strano incontrare chi fa attività fisica tra i capannoni.

Anche lo spazio produttivo della zona industriale è in crescita: a Iolo un imprenditore italiano ha acquisito dal comune un’area di circa 15.000 metri quadri, su cui stanno sorgendo tre grandi edifici pluripiano (oltre 7.200 mq), ma anche 4.800 mq di verde pubblico (e di giochi per i bambini, su esplicita richiesta degli abitanti). Si tratta di un investimento di circa 50 milioni di euro, per quella che dovrebbe essere la “Cittadella della moda”. Insieme a Iolo, anche il Macrolotto 2 è in crescita, con nuovissimi capannoni ad uso produttivo e commerciale.

Al rovescio dell’embeddedness distrettuale (Polanyi 1957), La Prato che cresce nel Macrolotto 1 è la concretizzazione della città già immaginata dalla postmoderna deterritorializzazione (Deleuze, Guattari 1972). Un territorio che è sempre diverso e sempre altro rispetto alle determinazioni geografiche del localismo distrettuale, dove lo spazio fisico conta non perché è in relazione diretta con il suolo su cui sorge, ma perché è determinato da logiche sovra-spaziali di determinismo economico interlocale. Nella vulgata distrettualista, è sempre più difficile parlare di “luogo di vita”1 (Sforzi 2005) o di consistente “entità socio territoriale” (Becattini 1989): a Prato si viene e ci si muove per lavoro, secondo tempi talvolta brevissimi, guidati dalla stagionalità (cfr. Ceccagno, Rastrelli 2008; Cerruti But 2018), e il territorio funziona, semmai, da “contenitore” temporaneo. Dal punto di vista spaziale, questa città industriale che cresce sulla zonizzazione produttiva, smette di essere un luogo, e si risignifica nella figura del nodo globale (Hausmann, Hidalgo 2014). Nel mezzo della piana toscana, senza badare molto al vino e al cibo, alle culture locali, ai regionalismi e alle specificità, qui si osserva passare il prontomoda europeo, senza tuttavia riuscire a garantirsi mai la continuità temporale, poggiandosi su di una estrema e irrazionale mobilità esasperata dei lavoratori (Lan 2015; Lan, Zhu 2014): al Macrolotto 1 non è possibile progettare la durata del successo, si può soltanto seguirne gli sviluppi.

Su questa oscura irresponsabile incertezza temporale (Bridle 2019), il Macrolotto 1 costituisce sia una forma dell’urbanizzazione europea contemporanea, sia un pragmatico e visibile modello accelerazionista (Srnicek, Williams, 2013). Drammaticamente piegata a un “Haute Baroque Capitalism” (Shorin 2017)2, la città kitsch delle vetrine produttive che cresce nella zonizzazione industriale della provincia toscana non si occupa di specificità storiche o identità geografiche, ma risponde alle rapide necessità di una mutevole comunità produttiva, molto più vicina alle Singapore Songlines di Koolhaas che alle utopie operaiste che qui hanno avuto importanti stagioni (Aureli 2016).

Quel che resta da definire è lo spazio del progetto: nel turbocapitalismo che divora la città esistente annientando il pensiero del moderno e generando un’evoluzione esponenziale di gusto sinofuturista (Lek 2016), è ancora possibile immaginare il futuro (Berardi 2018), oppure è necessario adeguarsi a una più cauta e banale risposta gestionale al presente prossimo?

 

Michele Cerruti But

Note:

(1) “Un luogo di vita non è un semplice ambiente produttivo, ma è una parte determinata e circoscritta di territorio dove un gruppo umano vive e dove si trovano le attività economiche con cui si guadagna da vivere; e si stabiliscono la maggior parte delle relazioni sociali quotidiane” (Sforzi 2005).

(2) “The accelerationist movement and baroque capitalism mirror one another. Baroque capitalism supersedes other styles not only because it’s more visually arresting. It’s also more philosophically advanced than older intellectual stances and their accompanying aesthetics. The baroque capitalist style rejects the modernist formgiving process, which imposes restrictions on form and style; and it rejects critical architecture theory, which fundamentally opposes the growth and exploitative nature of capital. Baroque capitalism is the opposite of luxury minimalism. Instead of hiding visual decoration, the Trump aesthetic embraces it to the fullest, losing all semblance of rationality as intricate golden forms bloom forth” (Shorin 2017).

Bibliografia:

Aureli P.V. (2016), Il progetto dell’autonomia. Politica e architettura dentro e contro il capitalismo, Quodlibet: Roma

Becattini G. (a cura di, 1989), Modelli locali di sviluppo, il Mulino: Bologna.

Berardi F. (2018), Futurabilità, Not: Roma.

Bridle J. (2019), New Dark Age. Technology and the End of the Future, Verso: New York.

Ceccagno A.; Rastrelli R. (2008), Ombre cinesi? Dinamiche migratorie della diaspora cinese in Italia, Carocci: Roma.

Cerruti But M. (2018), Prato. Città e Produzione, Ph.D. Università IUAV di Venezia

Deleuze G., Guattari F. (1972), L’anti-Œdipe. Capitalisme et schizophrénie, Les Éditions de Minuit: Paris.

Hausmann R., Hidalgo C. (2014) The Atlas of Economic Complexity: Mapping Paths to Prosperity, MIT.

Koolhaas R. (2010), Singapore Songlines. Ritratto di una metropoli Potemkin … o trent’anni di tabula rasa, Quodlibet: Roma.

Lan, T. (2015), “Industrial District and the Multiplication of Labour: The Chinese Apparel Industry in Prato, Italy, in Antipode, 47(1), 158-178.

Lan, T., Zhu, S. (2014). “Chinese apparel value chains in Europe: low-end fast fashion, regionalization, and transnational entrepreneurship in Prato, Italy”, in Eurasian Geography and Economics, 55(2), 156-174.

Lek L. (2016), Sinofuturism (1839 – 2046 AD), in https://vimeo.com/179509486

Polanyi K. (1957), The Great Transformation, Beacon Press: Boston.

Sforzi F. (2005), Dal distretto industriale allo sviluppo locale, Incontri di Artimino.

Shprin T. (2017), Haute Baroque Capitalism, in https://subpixel.space/entries/haute-baroque-capitalism

Srnicek N., Williams A. (2013), “#Accelerate. Manifesto for an Accelerationist Politics”. In: J. Johnson (ed.), Dark Trajectories: Politics of the Outside. Name: Miami.

 

Photo credits: Michele Cerruti But

 

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