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Pedagogical spaces and dystopias. Once again on modern public space

There are two opposite ways of modern public space. The first one is the pedagogical space: expression of morphological path to citizenship. The second one is the dystopian space filled with waste and wild animals. The latter is recurring in movies and novels that deal with the loss of the future (i.e. Children of Men, by Alfonso Cuarón). The optimistic (public) space of the future is opposite to the (public) space that has lost the future.

Mi occupo da tempo di spazio pubblico contemporaneo. Siamo in molti a farlo. Il tema è ineludibile negli studi urbani, ma, ancora oggi, è affrontato in modo uniforme e ripetitivo. Sia per ciò che riguarda la città contemporanea, nella quale lo spazio pubblico è puro contenitore di azioni (e dalla mostra Action del CCA – 2008, i repertori si susseguono affinando, ma senza avanzamenti). Sia per ciò che riguarda la città moderna, dove lo spazio pubblico è snodo del rapporto tra spazio e società. Il che svela il suo carattere istituzionale e pedagogico: una «via morfologica» alla cittadinanza. Ovvero la possibilità di ritrovare nello spazio la complessità dei rapporti tra democrazia e città, come dice nel suo ultimo bel libro Carlo Olmo (Città e democrazia, in uscita da Donzelli nella collana cp). Negli anni 80 tutto questo ha trovato espressioni straordinarie nella tradizione italiana del disegno urbano. Così lo spazio pubblico è stato ritenuto capace di coagulare le correnti del moderno e rendere tangibile la complessità della sua espressione.

Ma c’è qualcosa che troppo spesso dimentichiamo nel parlare dello spazio pubblico e che, per quanto banale, merita tuttavia di essere ricordato. Accanto all’idea edificante dello spazio pubblico del progetto moderno, vi è lo spazio pubblico distopico dei film di fantascienza, abitato da rifiuti e animali ormai poco domestici (la renna de I figli dell’uomo di Alfonso Cuarón, ricordata anche da Mark Fischer). Un’immagine potente che racconta l’opposto di quel mondo in cui ad animare lo spazio “di tutti” è un impeto pedagogico.

È noto che il cinema e la letteratura di fantascienza, dopo essersi a lungo misurati, negli anni 70, con i cyborg, abbiano affrontato l’incubo della perdita del futuro. Un incubo che è diventato, da lì in poi, come dice Goffredo Fofi il rovesciamento della versione avveniristica di quel genere letterario che aveva i suoi padri nei grandi scrittori popolari (da Ornwell a Huxley) che hanno descritto cosa eravamo destinati a diventare, quale mondo stavamo costruendo. O distruggendo. In altri termini, quale futuro ci aspettava.

Negli anni successivi, la fantascienza ricompare in una versione diversa. Una sorta di nuovo neo-realismo, per usare l’ossimoro provocatorio di Fofi: constatazione di un processo in atto. La fine è già presente. Ed è qui che la perdita (del futuro, come della cittadinanza) è introiettata nell’inconscio collettivo. Fino a rendere più facile immaginare la fine del mondo che il mutare del nostro presente, secondo l’ultimo manifesto etico, prima che politico, di Mark Fisher.

Entro questa diversa sfera lo spazio pubblico è ancora esemplare ed è totalmente moderno, anche se al rovescio di quello pedagogico e dei valori che esso incarna. Lo spazio pubblico contemporaneo ha, a suo modo, violato entrambi.

 

Cristina Bianchetti

 

Photo credit: image taken from the movie of Alfonso Cuarón “Children of men”

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