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#1 Exploring researches. Creative Nation, space missing

Nesta Uk “Creative Nation” report is the last research on Creative Industry In United Kingdom. Beside the extraordinary dynamic and open-source database visible in a set of interesting infographics and maps offered by the research, the report could also be a reflection on how is it possible to study creative industry today.

In this research it’s possible to point out four main issues: 1) what creative industry is: a necessary shared definition; 2) data availability: the weaknesses of sources; 3) the geography of creative industry: the absence of territory and space; 4) the relation between creative industry and the city: how production “makes the city”?

Although the report is relevant and interesting, a research on spatial implication of creative production and the role of the city in such an industry seems to be necessary.

Creative Nation è la ricerca guidata da Nesta UK sull’industria creativa in Gran Bretagna (aggiornata al 2016) e, se nasce come strumento utile nell’operazione di “design, target and monitor spatially aware policies” (p. 8) ci pare qui rilevante per discutere criticamente in che modo vada affrontata oggi una ricerca che si occupi di “industria creativa”. Il report mostra infatti, a nostro giudizio, alcune questioni non facilmente eludibili.

1) La definizione di Industria Creativa.

Nel rapporto sono compresi 8 settori: IT, software and computer services; Film, TV, video, radio and photography; Advertising and marketing; Publishing; Music, performing and visual arts; Architecture; Design: product, graphic and fashion design. Il rapporto si avvale della collaborazione del Creative Industry Council, organizzazione governativa tesa a mappare e studiare una produzione che vale 92 miliardi di £ all’anno. Tuttavia è complesso comprendere cosa faccia parte e cosa no di questo genere di attività produttive (basti pensare al fashion design, naturalmente ricompreso in una filiera estesa a livello internazionale e che include fasi tra loro estremamente diverse). In questo caso ci si avvale della categorizzazione data dal Department for Culture, Media and Sport (DCMS) del Regno Unito, che le indica come “those industries which have their origin in individual creativity, skill and talent and which have a potential for wealth and job creation through the generation and exploitation of intellectual property” (DCMS 2001, Creative Industries Mapping Document 2001, London: 4). Nonostante le successive riflessioni e studi (ad es. Howkins 2001, Florida 2002 etc.), una definizione condivisa sembra lontana da raggiungersi.

2) La raccolta dei dati relativi all’Industria Creativa.

Il rapporto dichiara di utilizzare alcuni dati ufficiali (Business Structure Database –BSD, Annual Business Survey -ABS, Companies House API) combinati ad archivi on line come quelli di GlassAl o di Meetup.com, la piattaforma Gateway to Research per mappare le relazioni con la Accademia, valutazioni di tipo qualitativo. Nonostante l’estremo sforzo, è tuttavia la ricerca stessa a dichiarare il limite di tali fonti (p. 12). Fonti che non possono valutare realmente l’impatto economico, che escludono il mondo del free-lance o che non considerano il settore Crafts and Museums & Libraries, tuttavia parte della classificazione del DCMS. Tale aspetto, che permette tuttavia alla ricerca di giungere a risultati comunque considerevoli, indica ancora di più la difficoltà definitoria del settore creativo, non recepita a livello statistico neppure laddove il governo ha classificato e categorizzato le imprese da oltre 16 anni.

3) Lo spazio e la geografia dell’Industria Creativa.

La ricerca osserva l’intero Regno Unito secondo confini di tipo amministrativo, fornendo “the big picture” (p. 10). Si osservano cioè 48 clusters, così come erano stati definiti nella precedente ricerca curata da Nesta UK, “The Geography of Creativity” (2016). Cluster a loro volta riconosciuti entro cinque “modelli di sviluppo”: I. “I. Incipient clusters, such as Liverpool and Middlesbrough, with lots of new entrants, but low creative business survival rates; II. Creative Conurbations, such as Cambridge and Guildford, that are specialised in fewer sub-sectors and with more stable trajectories, including strong business creation by highgrowth firms: III. Creative Districts, primarily in the South East of England, with many different sub-sectors and micro-businesses, high survival rates and fewer high-growth businesses; IV. Creative capitals, some of the biggest creative cities in the UK including London, Manchester and Reading, with more large businesses and high-growth businesses; V. Creative challengers outside London and the South East, including large cities such as Birmingham, Sheffield, Newcastle, Edinburgh and Cardiff, which have experienced fast creative growth in recent years and are on track to become central nodes within the UK’s creative geography” (p. 7). Categorizzazioni che mettono al centro la crescita economica o i tipi di impresa, che tuttavia faticano a ridefinire un territorio o ad individuare questioni di tipo spaziale. La ricerca descrive anche alcune delle relazioni tra cluster e tra tipi di imprese, descritte attraverso efficaci infografiche e mappe (es. p. 50). Va tuttavia ammesso che tale carattere effimero e spesso a-spaziale (o virtuale) delle relazioni e delle forme di produzione fatica a dichiarare rilevanza e influenza dell’aspetto spaziale. Mostrando con difficoltà le “specificità locali” cui i ricercatori alludono: i policymakers, infatti, “will need to pay critical attention to local context. Different locations across the UK follow a multitude of cluster development models, and what works in one location might not necessarily work elsewhere” (p. 8). Difficile da comprendere, tuttavia, in una geografia piuttosto astratta.

4) Le implicazioni spaziali e sociali dell’Industria Creativa.

La ricerca non scende di scala. Non si possono osservare gli spazi occupati dall’Industria Creativa, la loro forma, la loro posizione rispetto ai centri urbani, la loro dimensione. Manca interamente la consistenza fisica, della produzione creativa: non si capisce in che modo abbia a che fare con la città, con gli altri edifici, con lo spazio pubblico. Non si sa quanti siano gli addetti per ogni unità locale, quali età abbiano, il loro sesso o il loro grado di istruzione. Non è chiaro se siano lavoratori pendolari o se abitino nello stesso luogo in cui lavorano. Manca totalmente, cioè, una riflessione su come l’industria creativa sia o meno in relazione con la città, nella sua forma fisica e nel suo essere fondamentalmente un fatto sociale. Tale assenza di densità riporta l’industria creativa entro una dimensione quasi avulsa dal reale, in cui ciò che conta è la crescita economica e l’abbassamento del tasso di disoccupazione, ma in cui non è chiaro in che modo quella crescita ricada o meno sul territorio, sui modi di abitare, sulle necessità di benessere o sulla qualità della vita.

Se da un lato la ricerca è di estremo interesse, soprattutto nella sua capacità di costruire un archivio dinamico, un database geolocalizzato di fenomeni in continua evoluzione, forme efficaci di comunicazione dei risultati, dall’altro lato mostra la necessità di una riflessione più approfondita, sia sul piano del lessico e della sua definizione, sia sul piano delle implicazioni spaziali. Le parole, laddove sono evidenziate, sembrano infatti indebolite, non in grado di raccontare la molteplicità dei significati, non adeguate nel rappresentare un linguaggio condiviso. Lo spazio della città, quando emerge, è una mappa che raccoglie geolocalizzazioni, densità e successioni che hanno tra loro legami deboli, lasciando fuori tanto le relazioni sociali quanto la consistenza materiale del territorio. Capire in che modo la produzione sia in grado di fare città e come la città costruisca lo spazio per le forme contemporanee della produzione è ancora, in tal senso, una sfida rilevante.

 

Michele Cerruti But

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