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What does it mean today to design a “productive space”?

The question represent the main research objective of the Urban Design Atelier 17/18 (Bachelor’s degree course in Architecture at the Polytechnic of Turin). The students try to explore this issues following three categories of production: agricultural, manufacturing and cultural (artcraft).

Below you should find some results of the different project proposals.

Cosa significa oggi progettare spazi per la produzione?

Questa domanda ha costituito l’obiettivo principale di indagine dell’Atelier di Urban Design 17/18 del corso di laurea in Architecture del Politecnico di Torino.

I lavori di ricerca, le indagini territoriali e le proposte progettuali prodotte nel corso dell’Atelier hanno evidenziato come, prima di tutto, ci sia una questione di lessico da affrontare, generata dalla necessità stessa di capire il significato che assume oggi il termine di produzione. Sono emersi una pluralità di accezioni, immaginari e modi diversi in cui essa può essere considerata in rapporto allo spazio urbano. Uno scarto sostanziale rispetto al passato, che rende il ritorno delle attività produttive all’interno degli spazi lasciati dal moderno un processo tutt’altro che semplice. Anzi, si rivela uno scontro complicato che dà luogo a contrasti, frizioni, e perciò anche a una molteplicità di situazioni diverse e interessanti.

Approcciarsi al tema della produzione con un fare progettuale, significa quindi anche aver a che fare con il tema dell’eredità, confrontarsi con un esteso patrimonio immobiliare e infrastrutturale dismesso, spesso fisicamente e morfologicamente obsoleto, che porta però con sé non solo la dismissione delle attività, la riconversione dei suoi usi, la permanenza dei suoi significati ma anche la necessità di riscatto per nuovi scenari. I luoghi oggi interessati da attività produttive tuttavia non coincidono necessariamente con gli spazi predisposti durante il moderno. Tuttavia, non è scontato chiederci se questi stessi spazi possano ancora essere attrattivi per scopi simili.

I diversi progetti possono essere accomunati dalla spinta a proporre degli “spazi locomotiva”, luoghi che non contengono solo la creazione di lavoro e la dimensione del profitto ma anche un connubio di attività legate alla visibilità dell’azienda (una vetrina), all’innovazione del sistema produttivo integrate con servizi specifici per una committenza differenziata e dinamica e per attrarre lavoratori qualificati e internazionali. Quello che sembra emergere quindi in questi luoghi è una reciproca vicinanza tra la società e le imprese, trainata da interessi compatibili. Per la prima è l’idea di creare una comunità attorno alle attività produttive, di indirizzare la sua fattibilità verso un modello di città dove la produzione non è più lo spazio chiuso, definito e riconoscibile della fabbrica ma un luogo dinamico a aperto a diversi usi. Mentre per le seconde, le imprese, affiora con forza l’idea che l’“urbano” sia oggi una risorsa fondamentale, un ingrediente fornito di capacità di innovare i processi produttivi e organizzativi, di costruire nuovi legami con una domanda difficile da afferrare, e di estendere, infine, la presenza simbolica – e politica – delle imprese nei territori.

Oggetto d’indagine è stato il quadrante Nord-est della città di Torino. Si tratta di una parte di città fortemente frammentata dovuta anche alla presenza di importanti infrastrutture, a partire da quelle naturalistiche (i tre fiumi e i suoi parchi), dei binari dismessi dello Scalo Vanchiglia, fino al solco lasciato dal vecchio percorso della Torino-Ceres. All’interno di questo contesto ci è sembrato che la produzione, seppur in maniera riduttiva e apparentemente deterministica, potesse seguire tre connotazioni differenti, utili per una prima caratterizzazione: produzione agricola, manifatturiera e la culturale-artigianale. Distinzione fin da subito smentita dall’evoluzione delle singole proposte progettuali, che combinandole hanno dato luogo ad articolazioni più complesse e interessanti.

Queste tre categorie però, volutamente molto ampie, hanno fatto emergere al loro interno, molteplici possibilità di sviluppo.

Produzione agricola.

Rispetto a questo tema si sono delineati due approcci progettuali diametralmente opposti. Da un lato l’estremizzazione dell’ “aspetto periurbano” di alcuni luoghi, segnati da caratteri apparentemente contrastanti di vicinanza con il centro urbano, ma anche di marginalità; luoghi a maglia larga, costituiti da ampi spazi aperti, della presenza del fiume e di un affaccio naturalistico. Questa strategia si gioca sulla distanza rispetto ai caratteri più urbani della città per definire una atmosfera introversa, intima e raccolta, e per questo da preservare. Esasperare la naturalità di questi spazi trovandone però una vocazione produttiva, che al contempo ne definisca un utilizzo e una sua economia. Non più uno spazio marginale, ma uno spazio “altro”, dal carattere originale.

Dall’altro lato la possibilità di ridefinire il concetto di produzione agricola volendo mostrare muscolarmente il suo carattere urbano ed evidenziandone la distanza con “la campagna”.

Il progetto si basa quindi sulla creazione di un polo specializzato teso ad attrarre ciò che non è legato alla produzione (servizi, attività ricreative, cultuali, dell’abitare ).La produzione in città non è estensiva ma ha la capacità di valorizzare il prodotto. Renderlo riconoscibile e appetibile.

 

Nella stessa direzione, altre proposte hanno spinto oltre i confini i caratteri tradizionali dell’agricoltura sovvertendoli con l’uso massivo e radicale dell’alta tecnologia. Assalto semantico rafforzato inoltre dall’uso spregiudicato di forme e immaginari attinenti all’“urbano”: edifici pluripiano, ampi spazi aperti pavimentati, ecc. Questa direzione implica quindi che il rapporto tra attività produttive e urbane venga giocata soprattutto su un terreno simbolico, semantico e valoriale.

  

Produzione culturale-artigianale.

Le proposte che si sono approcciati al tema della produzione culturale-artigianale invece hanno esplorato l’idea di lavorare sulla produzione di capitale umano localizzato, servizi di qualità, di “rigenerazione sociale” circoscritta in un ambito spaziale definito;

 

o ancora, sulla definizione della “cultura” come leva in grado di “specializzare” un luogo, un nuovo attrattore per investitori e popolazioni. Uno spazio specializzato quindi, che sfrutta l’introversione del vecchio comparto produttivo per costruire nicchie creative articolate e differenziate, dove vivere e lavorare diventa un modo per “esibirsi” e mostrarsi.

  

Produzione manifatturiera.

E’ stata affrontata provando a rileggere e attualizzare il concetto stesso di Fabbrica. La connessione con il milieu urbano, la circolazione di beni, di persone, di mezzi di trasporto e di informazione non si definiscono più entro una maglia rigida di percorsi e gerarchie ma attraverso la costruzione di uno spazio denso, abitato in tempi e forme diverse, uno spazio complesso. La collocazione di attività manifatturiere nella città è stata inoltre celebrata con grandiloquenza e provocazione: la fabbrica occupa spazi vistosi diventando un punto di riferimento riconoscibile nel tessuto urbano, si affaccia su spazi pubblici rilevanti, accoglie, essa stessa, attività sociali e servizi commerciali nel tentativo di superare progressivamente la distanza – finora egemonica – tra città e produzione.

 

 

Atelier di Urban Design a.a.2017-2018, Corso di Laurea in Architecture – Politecnico di Torino Proff: F. Frassoldati e I. Vassallo, tutors: E. Llevat Soy, Simona Della Rocca

 

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