Skip to content

Spazi moderni nella città contemporanea. Trasformazioni di quartieri di edilizia pubblica

Il tema dell’abitare nella città contemporanea è spesso associato al tema delle trasformazioni e delle rigenerazioni di quartieri di edilizia residenziale pubblica in crisi, realizzati in Italia nel secondo dopoguerra.
Questi quartieri, ascritti a patrimonio del Moderno, costituiscono tuttora uno straordinario campo di osservazione per comprendere le trasformazioni dell’abitare in atto nella città contemporanea, in un periodo di profonda
crisi e di cambiamento sociale. Il volume prende in considerazione tre quartieri INA-Casa, interrogandosi
circa le trasformazioni che li hanno segnati nel corso del tempo. Questi quartieri, nati da un progetto politico e sociale entro una visione unitaria, manifestano la ricerca di una nuova riconoscibilità spaziale e sociale, che meglio li adatti ai nuovi usi e alle nuove popolazioni ivi insediate. Dall’analisi dei casi emergono traiettorie differenti di evoluzione dei quartieri stessi. Come la “città pubblica” sopravvive a queste traiettorie di trasformazione?
E cosa resta di essa nella realtà contemporanea?

 

Prefazione al volume di Cristina Bianchetti

“Un modello che varrebbe la pena riconsiderare e ripensare. Ma come?”

In un piccolo libro di Amintore Fanfani del 1958, pubblicato da Cappelli con il titolo Anni difficili. Ma non sterili, il Piano INA-Casa è posto con evidenza tra gli elementi che hanno connotato la politica italiana degli anni Cinquanta. Con i suoi 60 milioni di giornate lavoro offerte per il primo settennio e la previsione di altre 75 milioni per il secondo. Un’enormità per allora (e non solo) cui corrispondono, stando alle cifre sottostimate riportate nel volumetto, 800.000 e poi 1.000.000 di vani costruiti.

Più che dalla copiosa e spesso ripetitiva letteratura sull’INA-Casa, vale partire da qui. Da un piccolo libro tutto interno alla politica che vuole perpetuare una pratica avviata in comuni e regioni, quella delle «relazioni al popolo», omaggio un po’ enfatico alla sovranità popolare da parte di chi governa. Una pratica elettorale che consiste nel dare conto di quel che si è fatto, prima di chiedere il voto e che va vista, ovviamente, con più di una cautela. Il vantaggio è che offre uno spaccato, tendenzioso e di parte ma non indifferente, delle attività ascritte con orgoglio alla propria politica. E l’INA-Casa è al centro. Al centro della rivendicazione della Democrazia Cristiana di allora, quella nell’ambito della quale non si sarebbe voluti morire, come recitava uno slogan diffuso e totalmente ignaro dei cambiamenti che sarebbero avvenuti nel sistema dei partiti in Italia. Al centro di quella politica e dell’auto-rappresentazione che essa dava di sé stessa. Dopo circa sessant’anni, l’INA-Casa è ancora al centro della riflessione disciplinare che la riconosce come «un modello che varrebbe la pena riconsiderare e ripensare». Così nel redazionale del n. 875-876 di Casabella del luglio 2017.

Non che in questi Sessanta anni la fama dei quartieri INA-Casa sia linearmente e progressivamente cresciuta. Ci sono state fasi in cui essi hanno reso visibili il carattere aspro, faticoso, abrasivo dell’abitare nelle periferie delle grandi città italiane. Non più luoghi in cui sentirsi a casa, ma luoghi da cui allontanarsi, contesti di insicurezza e vulnerabilità sociale. Nell’insieme le vicende dei quartieri di edilizia sociale sono ben più complesse e non è compito di questa breve introduzione ricostruirle. Cosa peraltro fatta più volte, egregiamente, a livello nazionale e locale. Basti ricordare gli studi di Paola di Biagi e Paolo Nicoloso, tra gli altri. Una fama discontinua e un ritorno di attenzione alternante per luoghi che sono indicati come testimonianza dell’architettura e dell’urbanistica italiana del Novecento, oltre che di una politica benevolente: capaci di offrire spazi abitativi dignitosi, quando non belli e confortevoli, scuole, ambulatori, asili. Le implicazioni spaziali del welfare è l’altro grande tema dal quale è difficile sottrarsi. Tanto meno per luoghi nei quali il pubblico è concepito come risarcimento, alla base stessa dell’idea di società.

Ma i quartieri INA-Casa sono ancora un modello, si chiede Elisabetta Bello, smontando e ricostruendo implicitamente l’affermazione del redazionale di Casabella. Cosa resta di loro? E soprattutto, come possiamo situare quelle cartoline del Moderno dentro il movimento fluido di trasformazione continua e radicale che sono le nostre città? Quello che interessa, in questo studio, non è la loro storia, né l’omaggio ad una cultura architettonica che i quartieri palesano nelle forme migliori. Ma è il modo in cui essi cambiano: negli spazi, nelle popolazioni, nei significati.

C’è ancora qualche congruenza tra quegli spazi che oggi ci appaiono il supporto ricco della città moderna e le loro popolazioni? A Bellavista, uno dei tre quartieri considerati in questo studio gli abitanti sono un terzo di quelli originali in rapporto alla popolazione dell’intera città di Ivrea, rimasta pressoché costante. È nei quartieri sociali che la città si svuota scrivevamo in una ricerca alla quale Elisabetta Bello ha partecipato. È qui che si rappresenta meglio che altrove il mutare di diritti e valori. Il mutare del significato di essere protetti, la necessità di difendersi dalla solitudine (Territories in Crisis. Architecture and Urbanism Facing Changes in Europe, Jovis, 2015). Cosa succede ad uno spazio costruito per rispondere ad un diritto, quando viene meno la narrazione sulla quale il diritto si regge, ci siamo chiesti prendendo a prestito una domanda di Stefano Rodotà.

Ho richiamato queste riflessioni perché il libro di Elisabetta Bello si sviluppa su un sentiero originale, suo proprio, radicato in quelle ricerche. Dopo aver indagato il quartiere di Bellavista e averne colto la traiettoria di trasformazione, ha scelto di osservare altri due quartieri INA-Casa, molto diversi tra loro e dal primo, seppure coevi: il quartiere Barca a Bologna e il quartiere Isolotto a Firenze. Il libro restituisce queste sue indagini e si affianca alla copiosa (come già detto) letteratura sui quartieri di edilizia popolare, con una sua particolarità. Come si trasformano i quartieri? Elisabetta Bello individua tre traiettorie.

La patrimonializzazione dello spazio. Nel doppio senso legato al termine: lo spazio è patrimonio per le famiglie che lo abitano e lo spazio è oggetto di patrimonializzazione, ovvero di un mutamento di valori simbolici, non solo economici. La società italiana ha conosciuto un intenso e continuo processo di patrimonializzazione ed è sull’interpretazione di questo processo che si differenziano le linee interpretative: strumento politico di acquisizione di consenso, legittimazione di attori e politiche, garanzia di ricchezza dei cittadini, trasformazione di una condizione sociale in un diritto: quello proprietario. I quartieri di edilizia sociale, nonostante la specificità della loro istituzione, non sono sfuggiti a questo processo. Anche per essi la patrimonializzazione (nei due versi della privatizzazione e del riconoscimento di valore) è considerata una importante opzione percorribile, con ampia discrezionalità politica.

L’evoluzione in chiave ecologica. Quartieri che diventano laboratori per sperimentare una rinaturalizzazione che oggi si persegue in molte parti della città e che qui è in un certo senso facilitata dagli ampi (e belli) spazi aperti, dalle loro sequenze e dalle loro straordinarie articolazioni negli usi, nei materiali, nella vegetazione (oltre che dal diradarsi delle persone). Qui più facilmente che altrove la città si fa spazio aperto, laboratorio, orto, giardino secondo una retorica (meglio, una mistica, quella del buon abitare) che sempre più investe sulla natura. Siamo in un frame non meno ideologico di quello che accompagna i processi di patrimonializzazione.

La dissoluzione. Ovvero l’annullamento di una diversità che non è più rivendicata con orgoglio. I quartieri sociali si fanno (anch’essi, ebbene sì, e nonostante la letteratura su di essi) città normale. Si confondono e si dissolvono. È il contrario della patrimonializzazione e del laboratorio ecologico. Tornano ad essere semplicemente città. Un concetto più complicato di quel che appaia, quello di città normale, persistente nella storia dell’urbanistica moderna con legami ambigui e opachi con l’idea di appartenenza ad una tradizione, ad una cultura, ad un luogo.

I tre quartieri studiati da Elisabetta Bello – Bellavista, Isolotto e Barca – raccontano bene le traiettorie di patrimonializzazione, rinaturalizzazione e normalizzazione, analogamente sensibili all’ambiguo universo dei valori che esprime la città contemporanea. Ciò che Elisabetta Bello si chiede, osservando le tre traiettorie è se, in merito a questi quartieri, abbia ancora senso parlare di città pubblica e come se ne possa parlare. Ovvero come si possa usare una locuzione che in passato disegnava condizioni spaziali, demografiche, politiche, giuridiche solide, chiaramente riconoscibili. E ora non più. Non è solo il sovvertimento dei rapporti tra privato e pubblico, così radicali ormai, da richiedere un ripensamento profondo dell’istituto proprietario (ripensamento che impegna a fondo il dibattito giuridico contemporaneo), ma l’idea stessa di città pubblica come metafora influente nelle nostre discipline e nel senso comune. Un buon modo, a me pare, per «riconsiderare e ripensare», come chiede l’editoriale di Casabella, il modello dei quartieri di edilizia sociale.

 

https://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=24442&Tipo=Libro&strRicercaTesto=&titolo=spazi+moderni+nella+citta+contemporanea%2E+trasformazioni+di+quartieri+di+edilizia+pubblica

 

 

Advertisements
No comments yet

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: