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Is Local Development topical?

Local Development Artimino annual conference focused this year on Giacomo Becattini and the way industrial district and local development could be key-concepts in understanding and planning Economic development and human well-being. We present here few notes about some of the most interesting lectures.

This post explores a comparison between Hidalgo and Becattini in a re-definition of the sector-place matrix, the connection between Giacomo Becattini school and ONU International policies for South, a comparison between Giacomo Becattini and Sebastiano Brusco.

Incontri di Artimino 1992

Attualità dello sviluppo locale

Gli incontri di Artimino sullo Sviluppo Locale (https://www.incontridiartimino.it) sono in Italia un luogo privilegiato in cui discutere del rapporto tra produzione e città fin dagli anni Novanta (1). L’edizione 2017 era dedicata a “Giacomo Becattini e la ‘libera scuola’ sullo sviluppo locale”, nell’anno segnato dalla scomparsa di uno dei fondatori degli incontri e certamente uno dei più affascinanti economisti italiani del secondo Novecento.

La sessione inaugurale, guidata da Fabio Sforzi, nell’avvio del dibattito delle tre giornate riportava l’attenzione su un tema già trattato nel 2005, “Dal distretto industriale allo sviluppo locale”, in un momento in cui lo sviluppo locale viene inteso più come un consolatorio localismo che come strumento di studio. Nell’apertura di Sforzi (che richiama Sforzi 2005), il distretto industriale marshalliano, più che essere un concetto univoco ha almeno tre significati, già ben chiari nell’impostazione becattiniana: 1) il distretto è l’unità spaziale d’indagine (Becattini 1979); 2) il distretto è inteso come modello di organizzazione anche territoriale della produzione (Becattini 1989); 3) il distretto è un modo di interpretare lo sviluppo economico (Becattini 2000). Tutte e tre le versioni sono tra loro naturalmente interconnesse, ciò che tuttavia non cambia, nel tempo, è il terzo di questi significati, ovvero il tentativo di usare il distretto come modello per interpretare lo sviluppo economico. Allo stesso modo, lo sviluppo locale non è affatto inteso come un’alterativa al globale chiusa in aridi localismi o comunitarismi (come per esempio mostrano alcune interpretazioni di Becattini 2015), ma si riferisce piuttosto al modo in cui un luogo affronta il cambiamento economico.

Modo che ha certamente bisogno del distretto come luogo o spazio (il primo significato) o del distretto come forma organizzativa di compenetrazione tra persone e attività produttive. Ma ciò che è rilevante oggi studiare, dal punto di vista dello sviluppo locale, non è più tanto la teoria della localizzazione industriale (ovvero perché un’industria si localizzi in un certo luogo – tema peraltro già weberiano), ma perché piuttosto un’industria tenda a rimanervi, in quello stesso luogo. Nel parlare di sviluppo locale non si tratta pertanto di affermare un paradigma del luogo solitario, isolato, autosufficiente, ma piuttosto di studiare un luogo dal punto di vista del modo in cui affronta il cambiamento, e dunque un luogo incastrato in relazioni extraeconomiche, extralocali, sociali, economiche, istituzionali.

Entro tale prospettiva di apertura, che rimette al centro il rilievo degli studi sullo sviluppo locale, allontanandoci da un stanco territorialismo (forse nostalgico) e riportando la riflessione sul territorio in sé, la discussione di Artimino si è mossa attraverso posizioni di grande interesse. Di alcune di esse si riportano di seguito alcuni sommari cenni (di lunghezza e spessore diversi), intendendo in questo modo fornire gli stimoli per riflessioni successive.

Niccolò Bellanca, Luoghi come sistemi e sistemi di luoghi. Bellanca sperimenta l’intreccio tra le ipotesi di Hausmann/Hidalgo (2011) e gli studi di Becattini, tentando di rivisitare e rilanciare il programma di ricerca becattiniano entro il dibattito contemporaneo sulla complessità dell’economia. Centro del lavoro è il “luogo di vita”, ovvero il territorio in cui le persone costruiscono il loro progetto di lungo corso, attraverso quella relazione tra soggetti umani e organizzazioni che dà luogo a formazioni come il Distretto Industriale Marshalliano.

Si tratta di ripensare la matrice luoghi-settori entro una matrice luoghi-luoghi che riporta l’attenzione sui territori

Mario Biggeri, Sviluppo locale nei Sud del mondo. Si richiama anzitutto l’importante lavoro del 2014, l’esperienza di lavoro all’UNDP (ONU) e lo studio insieme a Giacomo Becattini, Le ultime riflessioni di Becattini (2015) erano legate alla coscienza dei luoghi e a come questo concetto si leghi al concetto di “sud del mondo”, concetto ampio che comprende anche noi. Per queste ragioni Becattini è assai conosciuto anche al sud del mondo, ed è stato preso a modello proprio per il lavoro fatto dall’UNDP. Così gli incontri per la definizione degli SDGs sono stati elaborati proprio in quel contesto: nel gettare una visione per i paesi del sud del mondo i Millennium Develop Goals lasciavano perdere il mondo nella sua interezza. Gli SDGs invece si occupano di tutti, indistintamente, e hanno una forte riflessione sulla loro localizzazione: non si può parlare di sviluppo parlando di paesi a livello aggregato, ma è necessario capire dove la gente vive, dove ha la sua famiglia, ecc.

Quel lavoro ha forte connessione alla riflessione che si fece (Biggeri Ferrannini 2014) su un possibile dialogo tra Becattini e Amartya Sen. In entrambi si parte infatti dall’individuo: la fioritura delle persone dipende dal luogo in cui si vive ma va poi misurata sulla persona stessa. Nei sud del mondo questo approccio “di sviluppo locale” è significativo e necessario, perché la comprensione si dà solo nell’osservazione locale degli individui. In quella riflessione si tentava di unire i due approcci cercando di fare capire la rilevanza che può assumere anche per lo sviluppo locale il concetto di capabilities.

Giovanni Solinas, Lezioni per lo sviluppo locale. Si tenta qui un confronto tra Giacomo Becattini e Sebastiano Brusco, rispetto soprattutto al ruolo di Brusco ad Artimino e al debito che ciascuno dei due si riconosce reciprocamente: “ci stiamo rubando le idee a vicenda, non so più cosa sia mia e cosa suo” (Brusco, fine anni 80). Il punto di partenza comune,è certamente quel “l’Economia è il mestiere dell’economista” che ha segnato tanto il lavoro di Becattini quanto quello di altri economisti italiani (Bellanca, Dardi, Raffaelli 2004).

Il rapporto con i fatti

Tutti e due si intrigano con i fatti ma non vi si fermano: i fatti dicono molto ma senza teoria non parlano. Si tratta di “far parlare i fatti attraverso la teoria”. Lo sfondo è il mutamento sociale e le condizioni di vita. Gli strumenti di analisi sono fondanti: vi è anzitutto una importantissima dotazione disciplinare. E poi TUTTO. Di tutto. Becattini ad esempio mentre studia Marshall legge tutto sull’età vittoriana. Sebastiano Brusco che studia la Sardegna studia tutto quello che riesce: Becattini parlerà, in un’intervista a Nicolò Bellanca, di “letture che non si fanno solo di notte” (Bellanca, Raffaelli 2007). Il mestiere diventa così estremamente difficile: si tratta di studiare la relazione tra i fatti economici e la vita. E questo chiede di necessità l’uscita dai confini disciplinari che oggi è richiesta nei nostri modelli valutativi. Nella ricerca inoltre c’è commitment, con una forte presenza degli aspetti etici e dell’impegno: siamo lontani mille miglia dal riduzionismo metodologico.

L’Unità di analisi

Il percorso attraverso cui entrambi arrivano al distretto industriale è complesso. Per Becattini: “il nostro era un approccio metodologico”. Per Brusco il distretto era “un passaggio dall’economia industriale”. Per entrambi, non si tratta solo di questo.

Attraverso le analisi finissime di costi, del lungo periodo ecc., Brusco arriva per esempio a questa incredibile conclusione: “se non ci son economie e tecniche verticali, all’economie di scala possono aver accesso anche le piccole imprese”. Il primo passaggio è il rifiuto dell’Economia isolata. È il rifiuto (per entrambi, peraltro) anche del modello di Sylos Labini… ma anche di quello sindacale del monopolio di quell’epoca, che non capiva l’intreccio tra economia e contesto. Il secondo passaggio è la “scoperta” dell’impresa di fase. Il terzo è il settore verticalmente integrato a Modena e Reggio Emilia. Questi tre filoni danno avvio per Brusco al distretto industriale (Brusco 1989).

Anche la posizione di Becattini non convince: non è “solo” un approccio metodologico, teorico. Nella sua produzione di 15 anni c’è un’andata e ritorno fortissima tra teoria (il primo lavoro su Marshall, poi il secondo e così via) e poi però soprattutto i territori, l’economia concreta. In questo senso è piuttosto evident come i distretti industriali non siano affatto “solo” una riscoperta di Marshall. Nella definizione del 1989, ad esempio, si parla di popolazione di imprese, di imprese di fase, di identificazione della concorrenza, dell’applicazione delle “regole” del sociologo e dell’antropologo (Becattini 1989). Ciò che è comune tra i due è veramente moltissimo.

Le differenze

Quello che sembra mancare in Sebastiano Brusco (ma non è poi così vero) è la comunità e il mercato comunitario. In Becattini le forze dello sviluppo sono almeno tre: 1) le competenze e i saperi (“la scoperta dell’acqua calda” – Becattini). È la “conoscenza tacita” ripresa da Michael Polanyi (Polanyi M. 1966; Becattini, Rullani 1993), cui oggi si torna per spiegare molti degli avanzamenti della cosiddetta industria 4.0; 2) le istituzioni. Che sono la chiave che garantisce la compresenza di concorrenza e competizione, entro la concezione molto Einaudiana del “se non ci fossero i gendarmi…” (Einaudi 1949); 3) il mercato del lavoro. Su questo c’è ancora assoluta coincidenza. Ciò in cui si diverge dipende in larga parte dai dieci anni che Sebastiano Brusco passa con Wilkinson a studiare la segmentazione del lavoro. Per Becattini qui il danno è già fatto, perché consiste nell’annullamento della mobilità sociale. E poi cambia il modo di guardare all’imprenditore. “In carne e ossa” per Becattini, e non solo razionalità limitate. “Nucleolo” e “autoimpiego” sono invece i temi di Brusco.

La manutenzione del sistema. Brusco costruisce dati e fatti e attraverso essi attiva gli Osservatori. Becattini non è costruttore ma uno spolpatore di fatti, che spinge in tutte le direzioni possibili. Altro elemento da rivedere è certamente la “matrice luoghi-settori”, tema della ricerca di Bellanca prima esposta. Sulle politiche c’è assoluta coincidenza. Per Becattini devono mirare alla realtà, devono essere “per il sistema”, non per la singola impresa o per gruppi di imprese. Compito che oggi sembra impossibile: non si fanno politiche per il sistema locale ma, nel migliore dei casi, solo per le imprese. Per Becattini dovevano essere politiche complesse e leggere: complesse, perché riguardassero tutto, ma leggere perché modificano solo con leggerezza. Posizioni decisamente confermate da Brusco, anche se lui, a un certo punto, si mette all’opera negli osservatori. Rispetto alla compresenza di valori, fiducia e comunità si ritiene spesso che non vi sia nulla in Brusco. A me pare che nel modello Emilia, invece, tornino: sistemati i conti con l’accademia, questo è certamente il luogo in cui i valori entrano pesantemente. Sulle regole, c’è ancora una certa assonanza eppure anche delle significative differenze: Brusco ripropone l’antropologo, nella sua definizione di distretto come “sistema creativo”, in cui la competitività alla fine dipende da regole che il sistema è in grado di darsi. L’approdo è importante. Sebastiano Brusco, partito neoricardiano e da Sraffa, alla fine arriva alla teoria dei sistemi morali di Adam Smith.

 

Michele Cerruti But

 

Note:

(1) Il volume a cura di Giacomo Becattini e Fabio Sforzi (2002), raccoglie le lezioni inaugurali delle edizioni 1991-2000 ed è prezioso perché indica i percorsi di ricerca attivati dalla “Libera scuola”. Dalle impostazioni metodologiche e la questione meridionale fino al mercato globale, dai confronti teorici locali e internazionali alle riflessioni su istituzioni e politiche.

 

Riferimenti bibliografici:

Becattini G. (1979), Scienza economica e trasformazioni sociali, La Nuova Italia, Firenze

Becattini G. (1989), Modelli locali di sviluppo, Il Mulino, Bologna

Becattini G. (2000), Dal distretto industriale allo sviluppo locale, Bollati Boringhieri, Torino

Becattini G. (2015), La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale, Donzelli, Roma.

Becattini G., Rullani E. (1993), “Sistema locale e mercato globale” in Economia e politica industriale, 80

Becattini G., Sforzi F. (a cura di, 2002), Lezioni sullo sviluppo locale, Rosenberg & Sellier, Torino

Bellanca N., Dardi M., Raffaelli T. (a cura di, 2004), Economia senza gabbie. Studi in onore di Giacomo Becattini, Il Mulino, Bologna

Bellanca N., Raffaelli T. (2007), “Vivere la Toscana. Intervista a Giacomo Becattini, in: Giacomo Becattini, Scritti sulla Toscana, Miscellanea (1954-2007), vol. IV, Regione Toscana /Le Monnier, Firenze

Biggeri M., Ferrannini A. (2014), Sustainable Human Development: A new territorial and people-centred perspective, Palgrave MacMillan, Basingstoke, New York

Brusco S. (1989), Piccole imprese e distretti industriali, Rosenberg & Sellier, Torino

Einaudi L. (1949), Lezioni di politica sociale, Einaudi, Torino

Hausmann R., Hidalgo C.A., et al. (2011), The Atlas of Economic Complexity: Mapping Paths to Prosperity, Puritan Press, Hollis New Hampshire

Polanyi M. (1966), The tacit dimension, Anchor Books, Gardena, New York

Sforzi F. (2005), “Dal Distretto industriale allo sviluppo locale”. Il testo è scaricabile qui: http://host.uniroma3.it/docenti/costantini/EconomiaUrbanaLM_file/Sforzi_Distretto-Industriale_Sviluppo-Locale.pdf

 

Photo credit: Iris srl

 

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