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La rivoluzione 4.0: innovazione e competitività per le piccole e medie imprese. Nuovi scenari di opportunità per il “Sistema Italia”.

Wednesday, in the Unione Industriale di Torino building, was held the meeting “La rivoluzione 4.0: innovazione e competitività per le piccole e medie imprese”.

The title highlights the dual purpose of the event: firstly, the conviction of the imminence of a transformation of the world economic system so that it can be called the Revolution, with an importance, in the opinion of the rapporteurs, as equal to what we call the first industrial revolution; secondly, the idea that the change in progress is a major challenge for small and medium-sized enterprises.

Mercoledì presso l’Unione Industriale di Torino, si è tenuto l’incontro “La rivoluzione 4.0: innovazione e competitività per le piccole e medie imprese”.

Il titolo mette in evidenza lo scopo duplice dell’evento: in primo luogo, la convinzione dell’imminenza di una trasformazione del sistema economico mondiale tale da poter essere chiamata Rivoluzione, con un’importanza, a parere dei relatori, pari a quella che noi chiamiamo la prima rivoluzione industriale; in secondo luogo, l’idea che il cambiamento in atto costituisca un’importante posta in gioco per le piccole e medie imprese.

Queste le premesse ambiziose e per certi versi incombenti di un incontro che ha visto la partecipazione di molti  imprenditori ma anche di un gran numero di studenti e startupper. I singoli interventi e la “tavola rotonda” si sono strutturati intorno ad importanti domande: quali sono i risvolti di questa rivoluzione e quali i suoi caratteri? Possiamo già osservarli concretamente sul territorio? Possiamo prevederne le implicazioni? Le città italiane sono pronte a ristabilire un’economia basata sulla manifattura e sull’imprenditorialità ?

E ancora, entrando nello specifico: Cosa significa digitalizzazione d’impresa? Quali sono i caratteri specifici dell’innovazione nei sistemi produttivi?

Il tema richiede quindi grande attenzione e ha molto a che fare con la prospettive future di lavoro ma anche con il sistema economico nazionale e con l’organizzazione e la gestione dell’imprese. Non è solo più l’Unione Europea a dirlo, ma anche i relatori dei diversi interventi a metterlo in evidenza come gli imprenditori che hanno raccontato la loro esperienza specifica.

Vista questa premessa, sintetizzando, emerge con forza una domanda più generale che sembra aleggiare e costruire lo sfondo a questi discorsi: quali effetti possono avere questi cambiamenti sui territori italiani? Domanda che apre a numerose altre questioni. Seguendo le sollecitazioni di Giuseppe Berta (invitato alla discussione) dovremmo forse chiederci in primis quale ruolo può giocare il tessuto industriale italiano nelle trasformazioni a venire. Si tratta di un modello di capitalismo che ha una propria specificità e che impone, o meglio, suggerisce, vincoli e possibilità. Un modello che erroneamente viene accostato a quello americano e quello tedesco, tanto osservati quanto presi ad esempio.

Le specificità del sistema italiano impongono però maggiori riflessioni: Quali sono gli effetti che potrebbero avere i cambiamenti nell’organizzazione delle imprese e tra le imprese, delle loro priorità, dell’emergente protagonismo degli investimenti in Ricerca&Sviluppo? Quali funzioni restano alle logiche di agglomerazione, alle relazioni con il milieu urbano?

Il flusso di informazione a doppio senso tra l’impresa e il cliente è oggi più intenso, e questo ha degli effetti diretti sullo spazio: le imprese investano oggi per costruire una nuova immagine di sé attraverso il luogo di lavoro, che diventa anche vetrina e occasione di sviluppo del proprio prodotto. In un momento in cui si dispone di spazi a basso costo, investire in tal senso diventa non una necessità ma un’occasione che permette di sviluppare il rapporto con il cliente in maniera preferenziale, specifica e privata. Si investe sulla qualità del servizio attraverso lo spazio, si investe sulla capacità di essere flessibili, ma al contempo di sapere accogliere richieste specifiche e poter portare avanti progetti diversi in tempi brevi.

Sul piano sociale emergono temi altrettanto cruciali. Quale impatto comporta sull’assetto sociale il cambiamento sostanziale delle competenze richieste dal mercato del lavoro? Quali conseguenze genera il consolidarsi di un diverso rapporto tra impresa e istituzione formativa? E’ innegabile la necessità di costruire un dialogo maggiore, di pianificare insieme gli aspetti pragmatici della formazione. Attualmente infatti c’è una parte del mercato del lavoro a cui non si sa dare risposta e al contempo si formano professionalità ormai senza mercato. I numeri in tal senso sono sbalorditivi. La richiesta di tecnici cambia in tempi molto brevi, è difficile prevedere e organizzarsi in tal senso, ma si può dire che i saperi più tecnici e specialistici non sono più fondamentali (come lo sono stati fino agli anni ’90), mentre aumenta la richiesta di quello che Luc Boltanski ed Eve Chiapello chiamavano “la distorsione di facoltà specificamente umane condotte dalla città per progetti” nello Spirito del nuovo capitalismo (2014): il carattere flessibile, collaborativo e organizzativo delle persone.

E’ evidente come oggi non sia possibile dare una risposta precisa ed esaustiva a questi quesiti, ciò che invece sembra necessario è un’analisi attenta e una pianificazione condivisa di questa grande trasformazione (o forse sarebbe meglio dire Rivoluzione), nelle ricerche, nei processi decisionali come nei progetti imprenditoriali. Bisogna lasciarsi alle spalle le retoriche sulla re-industrializzazione, per capire come oggi la produzione, senza chiedere il permesso, in maniera più pervasiva ma meno evidente ed impattante, si ricostruisce all’interno delle Città.

 

 

Ianira Vassallo e Eloy Llevat Soy

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