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City and production

Here below is an excerpt of the written notes to guide the discussion of the 9th workshop of the SIU National Conference, that will be held in Rome on 12-14 June 2017

Workshop 9

Urbanistica e/è azione pubblica nei rapporti città-produzione

Coord. Cristina Bianchetti, Elena Marchigiani

 

Come i processi produttivi danno forma alla città in un’epoca post-fordista?

È una domanda rilevante per due motivi.

Il primo: perché l’ampia letteratura di matrice economica e geografica che ha studiato le dinamiche delle nuove forme agglomerative dell’impresa e la loro spazializzazione, non parla di città, ma di movimenti globali, sia alla ricerca di vantaggi nel contenimento dei costi, sia nella condivisione di ambienti intelligenti (smart advantages). Parla di ambienti intelligenti e spinte tecnologiche che generano dinamiche localizzative, le quali, paradossalmente, non atterrano mai, concretamente e precisamente, in alcuni specifici luoghi. È questo invece il punto che ci interessa.

Il secondo: perché non sappiamo se, al di là delle entusiastiche dichiarazioni, le “nuove” forme della produzione sono in grado di generare (o contribuire a generare) una nuova e diversa città. Il rapporto città/produzione sembra complesso da cogliere. Per la maggior parte i casi indagati mostrano la costruzione di una città molto tradizionale, generata da forme produttive che si dicono innovative. Il che è sicuramente un paradosso.

Come la produzione atterra concretamente e precisamente sui luoghi? che tipo di città contribuisce a ridefinire? Quale il ruolo dell’azione pubblica nelle sue diverse forme, in un campo che generalmente celebra intuizioni/interessi/capacità di privati?  sono le domande che guidano la discussione.  

Semplificando, sono riconoscibili almeno le seguenti accezioni, non auto-esclusive.

A. Produzione sradicata. È la grande frattura già ben nota negli anni ’80. Il rapporto C/P è guidato dalla dismissione che ne è ancora al centro e che, ancora una volta, è intesa come occasione per costruire nuovi pezzi di città. Da un lato Napoli, nuovo pezzo di città, dall’altro Aubervilliers, trasformazioni additive a partire da un nuovo basamento, un suolo attrezzato, ecc. Dall’altro ancora la lettura delle frange torinesi dove si ricolloca manifattura nella tensione poco risolta tra ricerca di vantaggi spaziali (costi e dimensioni suoli, accessibilità…) e volontà di rimanere “urbana”, nel senso di “legata alle attrezzature urbane”.

Il caso delle valli alpine (Ossola e Rodano) per certi versi si pone come a sé stante. Qui sviluppo del settore secondario – attraverso non solo la rioccupazione degli spazi dismessi nei fondovalle, ma anche la loro distribuzione sul territorio – può essere fattore di riequilibrio territoriale e di sviluppo insediativo, complementare allo sviluppo turistico e in contrapposizione all’immagine delle Alpi come “parco giochi” delle aree metropolitane di pianura.

B. Produzione effervescente. È il pullulare di eccezioni (nel linguaggio della ricerca Territoies in Crisis). É l’Urban Manifacturing di Sassen (e di molti altri). La produzione che si ricolloca in città, nelle sue frange, nelle incrinature del supporto fordista. Ha caratteri profondamente diversi dalla manifattura tradizionale (Pittsburgh, Torino): dalla non proprietà del suolo, alla temporalità o comunque l’orizzonte breve dei processi, alle dimensioni ridotte, alla flessibilità dello spazio che richiede ed entro cui si adatta.

Questa costruisce una diversa città? Usa suoli che sono industriali, ma anche di altro tipo: il suolo industriale può essere una risorsa, ma non è detto lo sia. L’immagine è la risacca. Ritiratasi la produzione rimane un suolo che pullula di altre cose (e si lascia colonizzare).

C. Produzione embedded (Giddens). Non può essere sradicata. Ascrive lo spazio urbano a sé. Se a Prato la produzione embedded è esito di una “grande complicità collettiva” non priva di tensioni e conflitti, altrove le condizioni paiono pacificate (Sarsina), anche se non sostanzialmente diverse. Più che in altri casi, non c’è produzione senza città e viceversa. Ma non nel senso fordista o distrettualista classico.

D. Produzione alla ricerca di nuovi spazi. Accanto alla dismissione c’è ricerca di nuovi spazi produttivi da parte dell’impresa e predisposizione di aree nella città da parte di amministrazioni (Bologna, Reggio Emilia, Modena, Sassuolo; eco-industrial parks). Prospettive tradizionali riformiste. È per certi versi un’ulteriore declinazione del caso precedente (produzione embedded). 

E. Produzione cumulativa nei luoghi dove si è investito troppo per poter disinvestire (Hirschman) (reazioni al rischio dismissione). È l’inerzia delle grandi placche, attorno alle quali, si è in passato “costruita città”. Si è investito molto/troppo, anche se non si può andare avanti in modo lineare. La produzione nei grandi bacini industriali dentro la “metropoli orizzontale” (Viganò) dove sembra si voglia cambiare tutto: perché si flette dal produttivo all’energia “pulita” (Lacq). Qualcosa di molto pesante rimane immutato sullo sfondo, entro territori che sono anche densamente abitati. É un caso pienamente novecentesco, come il primo. La continuità sostanziale, celata entro nuove politiche. È la necessità e la difficoltà di politiche di autocorrezione.

 F. Il fordismo di ritorno. Il fordismo torna con forza nelle esperienze di Urban Farming sviluppate in Toscana, a Bordeaux e in Sardegna, a Palermo, in ambito americano, dentro visioni dogmatiche e rigide che si reggono su competenze tecniche avanzate (software, robotica, sensori… per acquafarming, smart farmi, culture fuori suolo ….) e su modelli standardizzati e riproducibili (le pratiche agricole sostenibili; o il modello di “orto urbano Toscano”, approvato dalla Giunta Regionale toscana 42/2016 e agevolato finanziariamente). Sostenibilità come requisito che deve essere “garantito” da protocolli, misure, codici …

Un fordismo dotato di buoni apparati ideologici e teorici (che legittimano occupazioni di suolo significative) e, rapporti di lavoro, a volte pre-moderni (spiegava Polanyi, come questi possano sopravvivere accanto alle tecnologie più sofisticate). Ci si riferisce allo scambio di lavoro agricolo con vitto e alloggio, riflesso di scenari quasi dickensiani, anche se riverniciato su preferenze individuali e valori consensuali. O a reti fiduciarie tra produttori e consumatori, tese a determinare una remunerazione equa (sul “giusto prezzo” rivendicato nelle rivolte per il pane inglesi del XVIII, Edward Thompson ha delineato i contorni di un’”economia morale”, che sarebbe ironico, prima ancora che inadeguato, riportare a correttivo “morale” del fordismo delle Urban Farming).  

G. Autoproduzione. In particolare nelle esperienze di Trieste, Palermo e nei casi internazionali, l’autoproduzione viene intesa come combinazione produttiva di tempo individuale e capitale sociale (Calafati, 2014:85). Uno spazio rinnovato per l’autoproduzione nel settore primario. Anche in questo caso le infrastrutture sono indispensabili. Ma riguardano principalmente suolo, acqua, ecc. Diventa centrale la questione della proprietà del suolo e i limiti di una azione di colonizzazione a fini produttivi di ciò che c’è nella città. Così come acquista rilevanza la connessione tra attività agricole e pratiche del welfare.

 H. Agricoltura come volano e come pretesto. Nei casi di Trieste, Palermo e in molte esperienze internazionali la dotazione e l’allestimento di spazi agricoli è per certi versi strumentale a obiettivi diversi non necessariamente innovativi (arresto del consumo di suolo, rigenerazione urbana, innovazioni nel campo delle politiche e del welfare). È punto di ingresso per navigare tra diversi strumenti, politiche, modi dell’azione pubblica.

Si tratta di ambiti territoriali marginali, “lenti”, in difficoltà, in cui lo sviluppo agricolo rappresenta un fattore di diversificazione, nella consapevolezza che non possa darsi come risolutivo.

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