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Urban Interiors. A contemporary discourse about public space

On Saturday May 27th, during the Festival Architettura in Città 2017, took place the meeting of the exhibition “Urban Interiors: another form of public space” a dialogue between Cristina Bianchetti, which explained the concept of urban interiors in relation to the project of contemporary public space, Cecilia Guida (Cittadellarte – Pistoletto Foundation), who observed the space through the powerful glimpse of public art and Guido Montanari (City Councilor of Turin), who highlighted the current economic and political issues in respect to the redistribution of public resources.

Sabato 27 Maggio all’interno del Festival Architettura in città 2017 si è tenuto l’incontro di presentazione della mostra “Urban Interiors: un’altra forma dello spazio pubblico” un dialogo a tre voci tra Cristina Bianchetti, che ha spiegato il concetto di urban interiors in rapporto al progetto di spazio pubblico contemporaneo, Cecilia Guida (Cittadellarte – Fondazione Pistoletto), che ha osservato lo spazio attraverso lo sguardo potente dell’arte pubblica e Guido Montanari (assessore all’Urbanistica della Città di Torino), che ha messo in evidenza le attuali problematiche economiche e politiche rispetto alla ridistribuzione delle risorse pubbliche.

 

A fianco della mostra, che metteva in evidenza una forma inedita di usi quotidiani del pubblico in grado di ridefinire le soglie e la percezione dei luoghi, l’incontro ha sollevato almeno due questioni di rilievo attorno ad una riflessione sullo spazio pubblico.

In primis, il ruolo del corpo nello spazio. Un corpo che rivendica la presenza reale di singoli individui, ultimo nodo di quella Società di cui Touraine (2014) ha dichiarato la fine. Un corpo lontano dell’individuo scarnificato di Jan GehI, ma di cui conta la messa in campo di un approccio relazionale, che prova a descrivere lo spazio pubblico a partire dal modo in cui i corpi si relazionano tra loro: stare da soli, esibizione del gruppo e di sé, stare con tutti. Modi di cui abbiamo già parlato in passato (Bianchetti, 2015) che ci pare siano in grado, oggi, di dire qualcosa rispetto allo statuto dello spazio pubblico della città (almeno di quella europea).

Senza il fardello delle pretese forme documentali consapevoli che la Neue Sachlickeit propone come svolta del progetto, i corpi infatti lasciano nello spazio tracce leggere, spesso effimere, che parlano di quotidianità e di usi. Tracce deboli, come i segni controintuitivi che osservano le foto di Laura Cantarella che accompagnano la mostra. Tracce di corpi che appaiono e scompaiono ma che si lasciano osservare, come nell’esperienza decennale di Diogene, che mette in piazza la vita di un artista, lasciandolo vivere per due mesi in un tram nel mezzo di una rotonda, a Torino. Tracce, ancora, che come in Somebodyapp di Miranda July, nell’interfaccia con la rete definiscono spazi virtuali e spazi fisici, con corrispondenze e rimandi che annullano il ruolo del “dove” e puntualizzano il rilievo del “quando” e del “come”. E come, in fondo, ci avevano già raccontato le performance profetiche di Vito Acconci, quando raccontava segreti a sconosciuti in appuntamenti nascosti, nell’intimità notturna dello spazio pubblico (“Peer piece”, 27 marzo – 24 aprile 1971). O come suggerivano gli abbracci relazionali di Marco Valieri a Bologna (Abbracci, 1996), viziati da una “estetica relazionale” teorizzata di lì a poco da Bourriaud (1998).  La relazione dei corpi in usi temporanei, sfuggenti, talvolta palesi talaltra nascosti lascia tracce leggere o pesanti che hanno la potenza di riscrivere lo spazio dall’interno, e restituircelo in forma diversa, mutata.

La seconda questione è la degerarchizzazione dello spazio che al contempo prescinde dal concetto di proprietà. Gli urban interiors non sono solo in periferia, non sono solo in centro. Non riguardano solo lo spazio pubblico tradizionale: non si tratta infatti solo di parchi, e nemmeno di sole strade e piazze. Definiscono uno stare nello spazio che è osservabile in modo trasversale, ovunque nella città. Che non dipende solo da elementi morfologici, ma neanche dalle sole pratiche. Che va oltre il concetto di proprietà, occupando spazi pubblici quanto privati, depotenziando l’uso stesso di questi concetti e al contempo però rimandando subito a problematiche di ordine normativo, a questioni di competenza e di responsabilità.  Annulla, in questo senso, le definizioni normative, che oggi affaticano lo sguardo tanto del cittadino che dell’amministratore, entrambi incapaci di riconoscere, custodire, mantenere lo spazio pubblico in ragione delle logiche economiche e di privatizzazione che lo attraversano.

Gli Urban interiors sono lo spazio del reale, di ciò che accade oggi nelle città, al di là degli scenari delle politiche locali e dalle zonizzazioni normative. Impongono un cambio di paradigma, non solo nel progetto della città ma anche nel riconoscimento degli attori delle trasformazioni. Parlano di un sistema complesso di spazio, non depotenziato come oggi lo si usa descrivere, ma piuttosto frammentato e diversificato. Parlano di una città che funziona per parti, non tutta insieme, con tempi diversi e dinamiche frammentate.

Si potrebbe obiettare che tanto gli urban interiors quanto le performance degli artisti relazionali siano un vizio intellettualistico. Che tutto sommato rinuncino a denunciare i presunti veri cavalli di Troia che potrebbero scompaginare la città.

Ci pare tuttavia che nella contemporaneità non sia più il tempo di geremiadi, e forse neanche di Achei: gli urban interiors non lamentano disfunzioni, non denunciano blasfemie, non arrabattano prospettive soteriologiche. Si pongono invece come indagine pragmatica del reale, mettendo in crisi sia il modello amministrativo contemporaneo dello spazio pubblico, sia il suo progetto.  L’immaginario condiviso degli anni ’80 e ’90, quello di Hafencity, di Schouwburgplein o del disegno di suolo all’italiana non tiene più. Allo stesso modo neppure il “retino giallo” che nei nostri piani disegnati raccontava un po’ ingenuamente gli spazi a servizi è in grado di reggere tali modificazioni. Gli urban interiors aprono una prospettiva di ricerca sul disegno degli “spazi tra le cose” che è altro, forse totalmente altro, dal passato. Che parte dall’osservazione dello spazio, dall’ “uso che se ne fa”. Che ha a che fare con attori diversi. Che necessita di un apparato normativo diverso per il governo dei processi. Che osserva lo spazio come un sistema, e che considera il pubblico, mai quanto oggi, come “una nozione da declinare al plurale” (Dewey, 1927).

 

 

Riferimenti bibliografici:

Arendt H., Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 2000

Bianchetti M.C., Spazi che contano: il progetto urbanistico in epoca neo-liberale, Donzelli, Roma, 2016

Bianchetti M.C., Intimité, extemité, public. Riletture dello spazio pubblico. In TERRITORIO, vol. 72, pp. 7-17, 2015

Bourriaud N., Esthétique relationelle, Les presses su réel, Dijon, 1998

Celant G., Il linguaggio fisico di Acconci, Domus 509 / aprile 1972

Dewey J., The Public and its Problems, Henry Holt and Company, Chicago 1927

Guida C., Spatial practices. Funzione pubblica e politica dell’arte nella società delle reti, Franco Angeli, Milano 2012

Touraine A., La fin des sociétés, Seuil, Paris 2013

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