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Nuove manifatture a Milano

The “New Manufactures in the City” project has been presented today at BASE, Milan. It’s a project designed by an institutional group founded by Cristina Tajani which aims to reintroduce production in Milan. Far away from emphasising  4.0 rethorics as the future or Creative Manufactures as the solution, it deals with reality, building networks and an interscalar model.

È stato presentato stamane a BASE (http://base.milano.it), a Milano, il lavoro del gruppo di Cristina Tajani teso a promuovere il ritorno della produzione in città (1) attraverso un’azione politica e istituzionale (l’assessore ne parlava già, nel 2015, in questo post di InnovareXIncludere: http://www.innovarexincludere.it/cosi-milano-e-tornata-ad-essere-la-citta-che-sale/). Il progetto è teso in larga parte a superare i problemi legati all’industry 4.0, che è qualcosa di più che una retorica distopia (Assolombarda quantifica in 8 milioni di posti di lavoro in meno entro il 2020), e il modello proposto è quello del riportare la produzione in città attraverso logiche non coincidenti né col 4.0, né con la pura smartness, né con le miopi fiducie negli artigiani creativi. Il lavoro del gruppo si è dapprima concentrato su dare un significato alle parole del mainstream della nuova economia: cos’è innovazione, cos’è l’impatto sociale, cos’è il 4.0, cos’è la smartcity. L’immagine che ne emerge è quella di “un’idea di città e di cittadinanza” (le parole sono di Annibale D’Elia, responsabile del programma e noto per l’incredibile lavoro fatto con “Bollenti Spiriti”, in Puglia) che “dipende in larga misura dal modo in cui si produce”, nonostante il Novecento sia abbondantemente superato, e con esso la centralità del lavoro in rapporto alla capacità di costruire diritti.  Con una visione non dissimile dalle riflessioni di Luc Boltanski, si afferma che “gran parte dei paradigmi che utilizziamo quotidianamente” (l’organizzazione, la progettazione, l’innovazione…) “derivano in certo modo dalla cultura produttiva del Novecento”. Ivi compresa l’innovazione del 4.0 o la smartness delle città:  la società, le persone,  sono in tal senso considerate come clienti o utenti (con un’idea di società dove la centralità non è più sul lavoro, assunto quasi a variante antropologica, ma sul mercato, come nel più limpido neo-liberismo). Anche la smart city, in questo senso, sembra essere una pura aggiunta tecnologica fornita dalla città, i cui clienti sono i cittadini. Con una “utopia turbocapitalista (se ne parla ancora, anche dopo la crisi) che è del tutto identica alla mistica del dashboard”, ovvero al voler, in definitiva, controllare tutto dall’alto, secondo i migliori principi del miglior fordismo. Laddove si “sperimentano alternative” (sempre D’Elia), è piuttosto in voga una “mistica del senso critico”, per cui “impedire le cose è in fondo cool”. Una “logica dello zero a zero, secondo cui, se io faccio un goal, gli altri non provano a farne un altro, ma fanno di tutto per andare dall’arbitro e fare annullare il mio goal”.

Il Progetto Nuove Manifatture in Città

Secondo questa lettura, che deriva dal lavoro sul campo del gruppo voluto dall’Assessore alle Politiche del Lavoro Cristina Tajani, le strade per riportare le economie della produzione nella città sono due. Da una parte l’ortodossia dell’industria 4.0. Il capitale che non ha più bisogno del lavoro. Sono sufficienti “soldi, innovazione tecnologica e teste d’uovo”, perché tutto si trasformi esclusivamente in target. Laddove, peraltro, la questione diventa immediatamente, secondo il gruppo (ma anche secondo molta letteratura economica e molto dibattito politico circolazione) quella del “reddito di cittadinanza”. Essere, in buona sostanza, pagato per “non fare”, ma semplicemente usufruire ed acquistare. Secondo una posizione che ci avvicina ad alcuni dibattiti tardo ottocenteschi, ma che sono fondati, stavolta, non sulla rivendicazione di diritti, ma sulle proiezioni e gli studi di istituti di ricerca. Dall’altra, la sfida di Milano è quella di “abilitare gli esseri umani a essere co-creatori dei meccanismi di crescita della produzione”. L’intento è naturalmente non banale, anche se ambizioso: si tratta di includere il caos, le ridondanze, le inefficienze. “Si basa non su un dashboard, ma sulle attività umane”. Il programma, che mira al coinvolgimento degli utenti finali fin dalla sua progettazione, rendendoli attori e non usufruitori, poggiandosi sia sulla forza di molte retoriche sharing, sia sui modelli di customer engagement dibattuti oggi nelle scuole di Marketing e Management, non solo milanesi. È un progetto che lavora sulle reti dell’artigianato, del design, delle nuove tecnologie, delle start-up, promuovendo processi di re-shoring ma, soprattutto, di messa in rete. Ciò che è rilevante è la precisa decisione di investire in questa direzione, ponendosi in un certo modo non sulla stessa linea promossa dalle politiche europee di reindustrializzazione, mirate soprattutto all’avanzamento nella direzione del 4.0. Le strategie sono sei e riguardano sei ambiti diversi:

1. La ricerca. Vengono anzitutto investiti dei fondi per studiare cosa succede fuori dall’Italia, in altre città. Una ricerca di casi studio, intesa in senso operativo come costruzione di network e raccolta di esempi, non di modelli da seguire pedissequamente, come si è spesso operato negli anni Novanta.

2. Gli spazi. Una grande mappatura degli spazi dismessi o a disposizione, della città (operazione che, a ragione, ormai rappresenta un reale punto di partenza per qualunque progetto intenda occuparsi dello spazio urbano)

3. Le competenze. Questo progetto è traumatico per i livelli gerarchici delle competenze istituzionali. Questo sia nel senso del livello di competenza (le politiche di reindustrializzazione dovrebbero essere gestite a livelli metropolitani o regionali, mentre sono comunali), sia  nel senso della relazione diseguale tra i livelli (le associazioni di categoria e le camere rappresentano spesso ambiti territoriali molto diversi). Si tratta allora di lavorare per comprendere il modo in cui i livelli e le istituzioni interagiscono.

4. Finanziamenti. Dieci milioni di euro a disposizione per sostenere e appoggiare lo sviluppo delle imprese di base, piccole e grandi, che costruiscano le fondamenta del modello produttivo.

5. La rete. Si tratta di mettere in comunicazione il mondo degli artigiani creativi, dei fablab, delle start-up, con il mondo delle imprese avviate e soprattutto col territorio. Comunicazione non solo retorica, perché costruisce relazioni sui contenuti e sui prodotti, favorendo lo scambio di informazioni e lavorando sulla divisione del lavoro. Questo è senza dubbio uno dei punti chiave del progetto: il ritorno della produzione, la crescita economica, lo sviluppo non si danno entro ambiti separati, secondo visioni “di settore” (il 4.0, la smartcity, l’at’artigianato…), ma costruendo relazioni reali, fisiche, tra le parti. In un’ottica che si avvicina alla Circular Economy o alla Positive Economy. Ma anziché parlarne, tenta di realizzarla nei fatti.

6. La comunicazione. Si tratta di attivare un processo di autoapprendimento a partire dalle esperienze delle start-up: fallimenti, miopie, limiti. Ma anche valore aggiunto, intuizioni, capacità. Un progetto di comunicazione, prima di tutto, con l’obiettivo di formare una cittadinanza attiva.

Il progetto per la nuova manifattura a Milano non è banale. Non si schiera ideologicamente dal lato dell’industry 4.0. Non appoggia dichiaratamente start-up e fablab come se rappresentassero la soluzione ai problemi. Non fa forza solo sulla manifattura tradizionale o su quella di base. Abbandona l’enfasi di certe retoriche smart e digital. È un progetto che sta con i piedi per terra, che prova a lavorare con il reale tenendo ben presente la situazione presente (Gregotti ne riconoscerebbe in questo senso un valore), senza aspettarsi guru e geniali intellettuali in grado di attivare svolte radicali, ma proponendo un modello di “innovazione sociale” inteso come un “mettere le mani in pasta”, “avere a che fare con il reale”. Se è così, vale la pena seguirlo.

Michele Cerruti But

Photo credit: “La produzione dentro la nave”, © Adrian Paci, The Column, 2013.

 

 

 

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