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La Ville Fragile. 2

L’Atelier di Urban Design del III anno del Corso di laurea in Architettura si propone di riflettere su ciò che resta della città fordista, indagando, a mezzo del progetto, una ampia parte della città di Torino. Nelle forme dell’indagine e della progettazione spaziale introduce concetti, strategie e strumenti propri del pensiero urbanistico e architettonico contemporaneo. Insieme, induce ad una riflessione sul ruolo del progettista nell’interpretare e dare forma a sistemi urbani complessi. In questo si allinea ai corsi di Urban Design delle scuole europee.

Metafore
Il cretto è una buona, ancorché non originale, metafora della città. Esito di un processo che ha una densa materialità, di tempi lunghi, di abilità diverse. I cretti di Burri, quelli dell’inizio anni 70 in ceramica cotta chiara che mescolavano diversamente caolino e massa resinosa, i monumentali grandi cretti neri o il calco (che è un sudario, prima che un paesaggio), della Gibellina distrutta dal terremoto dicono la forza di questa metafora. Il cretto come la città evocano un’idea di materia densa, forte, ben riconoscibile, ma al contempo fragile, pronta a fessurarsi, incrinarsi in direzioni imprevedibili (1).

Fragile/Antifragile
C’è un ampio dibattito entro le scienze sociali e l’urbanistica sulla fragilità. Un dibattito orientato a evidenziare le virtù dell’antifragilità. Una città antifragile è una città capace di adattarsi e avvantaggiarsi delle perturbazioni, dell’incertezza, dell’imprevedibile. Che si ostina a pensare al futuro senza la pretesa di prevederlo. Prima di prendere le direzioni flamboyant dell’antifragilità, è forse opportuno fermarsi a riflettere su cosa sia la fragilità in campo urbano (2).

Fordismi
Si è soliti pensare che il fordismo rappresenti un determinato rapporto tra capitale e lavoro. Ma di fordismi ve ne sono più d’uno. O meglio, lo stesso termine è usato per indicare cose diverse che sono state al centro dell’esperienza del XX secolo: norme e criteri per l’organizzazione scientifica del lavoro; tecniche per la produzione di massa; culture organizzative della grande fabbrica; politiche della società industriale; patti sociali; idee e forma della città moderna. (3)

Urban Design
Urban design è cosa diversa da uno studio morfologico di spazi aperti o costruiti. Così come è cosa diversa dalla trasposizione di regole, parametri, codici considerati buoni in sé. É piuttosto il tentativo di far fronte a processi complessi di trasformazione della città e del territorio, lavorando con un’idea di spazio abitabile. E’ il tentativo di costruire immagini complessive entro le quali diverse azioni puntuali acquistano senso (4). L’atelier di Urban Design del III anno lavora con queste nozioni e con questi riferimenti proponendo alcune principali mosse concettuali e operative. Mosse che sono poste entro una precisa sequenza, al fine di definire una progressione del ragionamento e dell’esercizio. La prima mossa consiste nel chiedersi che ne è oggi della città fordista e della città del welfare. Si è soliti rispondere a questa domanda evocando da un lato diverse forme insediative (disperse, lenticolari, minute), dall’altro richiamando epocali movimenti (shrinking, abbandono, dismissione), dall’altro ancora decostruendo immaginari urbani nutriti dall’estetica postmoderna e dal “nuovo spirito del capitalismo”. Immaginari che, dal progetto del Parc de la Villette in qua, segnano l’abbandono del paradigma della città industriale. Ma a cinquant’anni dai primi scricchiolii della Golden Age è lecito chiedersi cosa specificamente resta, nelle nostre città, di quel supporto spaziale, duro e resistente, costruito dai sistemi di produzione e regolazione del capitalismo al suo apogeo. La seconda mossa consiste nell’avanzare un’ipotesi. L’ipotesi è che la città fordista sia, più che altre forme urbane, una Ville fragile. Ovvero che la fragilità si palesi specificamente laddove si esibiva robustezza, inerzia, forza. Che lì si renda più evidente l’erosione delle forme di convivenza ereditate dal Novecento. In termini ancora diversi, che nella città fordista si riesca a cogliere meglio che altrove, una sorta di microfisica delle trasformazioni spaziali e sociali: scricchiolii, piccoli sussulti, scarti negli spazi interstiziali che incrinano il supporto duro della città e segnano una stagione radicalmente diversa da quella della riqualificazione urbana. Quando si riteneva che la città potesse cambiare per parti estese e riconoscibili. La terza mossa consiste nell’individuare un campo. La città di Torino rappresenta un campo di indagine privilegiato per cogliere le forme di cambiamento. Innanzitutto perché Torino è la più importante (forse unica) company town nel nostro paese. In secondo luogo, perché è la città che ha perseguito, più di altre, una forma sintetica e radicale della propria auto-rappresentazione: città fabbrica, città delle politiche sociali, città dei giochi olimpici, città della cultura. Una auto-rappresentazione che avviene per scostamenti successivi e vuole, ogni volta, riaprire una differente dimensione delle politiche, dei progetti, dei modi e delle forme dell’abitare. La quarta mossa consiste nel definire un percorso. L’atelier procederà individuando un’ampia area della città di Torino, compresa tra il fiume Dora e il fiume Stura, tra Corso Regio Parco e via Francesco Cigna. Si tratta di una parte della città molto indagata e progettata – ma con scarsa efficacia – dove la crisi dei modelli fordisti di produzione dello spazio, dei mercati urbani e dei sistemi di welfare del secolo scorso appare più chiara ed evidente. Una parte che non coincide del tutto con lo stereotipo della città-fabbrica fordista, non solo perché questo riduttivamente coglie l’intorno della grande fabbrica, ma perché qui ad esso si sommano resistenze e latenze preesistenti e successive azioni di pianificazione redistributiva materializzate in manufatti e spazi della città pubblica. Individuando questa area, si rende esplicita un’idea più sfaccettata e ampia. Come intercettare la microfisica delle trasformazioni spaziali entro questa ampia parte della città? Ovvero le fessurazioni del grande cretto? Come in una spy story ci si metterà alla ricerca di indizi. Ovvero di luoghi nei quali è possibile cogliere una certa densità di agenti provocatori: fenomeni, spesso micro, che cambiano il tessuto urbano e i suoi usi attraverso la loro presenza diffusa. Ciò che connota specificamente questi luoghi è la presenza di piccole trasformazioni che inducono qualche reazione: nuove configurazioni, nuovi usi, movimenti di resistenza nelle configurazioni materiali dello spazio collettivo o individuale, pubblico o privato, aperto o edificato. Queste trasformazioni rendono possibile cogliere una modifica complessa dei caratteri del territorio urbano. I luoghi dove si addensano agenti provocatori, costruiscono un diverso sguardo sulla città e costruiscono diversamente il progetto. Un progetto che privilegerà dimensioni e caratteri specifici di ciascun luogo, ne de-costruirà attentamente i materiali, gli usi, le forme di appropriazione, i caratteri di esposizione e di intimità (5), gli statuti di pubblico e privato, le pratiche che li riguardano, la microfisica delle loro trasformazioni. In questo modo il progetto scomporrà e ricomporrà l’idea stessa di Ville Fragile. La quinta mossa consiste nel trasformare gli agenti provocatori in inneschi di processi di rigenerazione urbana, cercando di capire se e come la doppia armatura della città fordista e della città pubblica del ‘900 proprio in virtù della loro crisi e dismissione – del loro presentarsi come vuoti (6) di senso di uso e di valori – possono essere oggi infrastruttura per nuove pratiche urbane che il progetto di architettura si incaricherà di materializzare ed organizzare in forme e spazi coerenti con le specificità proprie dei processi intercettati ed interpretati nella lettura dell’urbano. Gli agenti provocatori diventano in questo modo catalizzatori (7) di una trasformazione che inserisca nelle crepe di una città infragilita ingredienti di una nuova antifragilità.

 

Manifesto dell’Atelier di Urban Design del III anno del Corso di laurea in Architettura, Politecnico di Torino, a.a. 2016-2017. Professori Cristina Bianchetti e Matteo Robiglio. Assistenti: Michele Cerruti But, Agim Kërcuku, Eloy Llevat, Luis Martin Sanchez, Ianira Vassallo, Francesca Camorali.

 

Note:

(1) E. Modorati, “La grande narrazione del Vuoto nell’opera di Alberto Burri” http://www.ledonline.it/leitmotiv/Allegati/leitmotiv040415.pdf
(2) N.N. Taleb, Il cigno nero, Il saggiatore, Milano, 2009; I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile, Angeli, Milano, 2016.
(3) B. Settis, Fordismi. Storia politica della produzione di massa, Il Mulino, Bologna, 2016.
(4) B. Secchi, Il futuro si costruisce giorno per giorno. Riflessioni su spazio, società e progetto, Donzelli, Roma, 2015; C. Bianchetti, Spazi che contano. Il progetto in epoca neoliberale, Donzelli, Roma, 2016.
(5) Si vedano i materiali dell’atelier Urban Interiors, a.a. 2014-2015 nella sezione “Education” del Blog Shared Territories.
(6) https://territoridellacondivisione.wordpress.com/
(7) P. Oswalt, K. Overmeyer, P. Misselwitz, Urban Catalyst. The Power of Temporary Use, DOM Publishers, Berlin, 2013.
(8) M. Baum, K. Christiaanse (Ed.s), City as Loft: Adaptive Reuse as a Resource for Sustainable Urban Development, gta Zürich, 2013.

 

Photo credit: Alberto Burri “Il Cretto Bianco”, Collezione Peruzzi

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