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La Ville Productive 4.0

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In December twelve took place a seminar useful to make a point about the way in which some political orientations of the government regarding the new forms of productions are incorporated in academic and scientific circles. The seminar covered the innovative aspects of the so called “industry 4.0”, the impact that could produce on the existing economics assets and the benefits that could provide to our society. The proximity of these transformations raises the question of how the new forms of productions will territorialize: which city there will be.

Il 12 dicembre ha avuto luogo il Workshop 4.0 “Fabbrica Intelligente” presso il Politecnico di Torino (http://www.researchers.polito.it/news/allegato/(idnews)/8480/(ord)/0) nel quale sono state esposte diverse iniziative indirizzate all’aggiornamento dei sistemi produttivi italiani verso la cosiddetta “quarta rivoluzione industriale”. L’inseguimento dei propositi delineati dall’“Agenda digitale europea” all’interno della strategia “Europa 2020” (avviata nel 2010 dalla Commissione europea come parte della risposta alla crisi finanziaria del 2008), si traduce in uno sforzo coordinato tra le principali istituzioni pubbliche (regionali e Statali), Confindustria, e vari poli accademici, per cogliere come opportunità l’imminenza prevista dei profondi cambiamenti strutturali che sono alle porte. I diversi interventi sottolineano la necessità di decisi finanziamenti pubblici per l’infrastrutturazione tecnologica del territorio, di complesse mobilitazioni multi-attoriali, di profonde riconfigurazioni nei sistemi di formazione volte a un adeguamento del lavoro alle nuove esigenze, tutte mozioni dalle quali dipende la competitività del paese e un miglior tasso occupazionale nei prossimi anni. Il Ministero dello Sviluppo Economico del Governo Renzi ha spinto per la canalizzazione del risparmio italiano, attraverso ingenti risorse pubbliche, verso la diffusione della banda larga e la copertura delle reti d’accesso di nuova generazione non solo alle grandi aree urbane ma anche ad aree geografiche dove gli operatori di mercato sono restii a fare investimenti. Così il territorio italiano viene diviso in aree A (quelle dove il mercato garantisce gli investimenti) e aree a fallimento mercato, dove l’attore pubblico gioca un ruolo chiave. A metà tra queste due si trovano le cosiddette “aree grigie” che rappresentano il 60% dei potenziali consumatori e che, in generale, coincidono con i distretti industriali, che ancora oggi e nonostante la crisi, rappresentano la base del sistema produttivo italiano. Chi sostiene tali politiche, impossessato da una rappresentazione seducente di una Detroit degli anni ’90 e di una Silicon Valley più recente, ci promette sostanziosi benefici: mobilità agevolata di persone, macchine e beni; produzione avvantaggiata da una logistica più efficiente grazie alla sensorizzazione, il monitoraggio e la rintracciabilità del prodotto; modelli predittivi, riduzioni delle variabilità accidentali, ecc.

La supposta rivoluzione, ci avvertono, è pervasiva: rivoluzione tecnologica che non si ferma alla tecnologia ma cambia paradigmi prima scontati (tra consumatore-prodotto, industria-ricerca, industria-territorio, industria-servizi), crea nuove alleanze e rinforza quelle già esistenti (tra capitale-lavoro, industria-politica, azienda-strumenti di tutela, grandi imprese-PMI), ambisce a cambiamenti radicali nella società (si investe tanto sulle cosiddette “competenze” e sul “attrattività” della industria) (http://fablabtorino.org), cercando di plasmare un ecosistema interconnesso grazie alla forza di attrazione dei vantaggi che risultano dal consenso. Sembra non ci sia spazio nemmeno per la più piccola opposizione, persino i sindacati (presenti anche nel Workshop), già in forte crisi identitaria, devono abbandonare i connotati contrastanti e divenire, anch’essi, risorsa. Questa coalizione tra manifattura e tecnologie digitali, ci dicono, attinge dalla società, che ne garantisce il successo grazie al proprio capitale culturale e alla auspicata capacità di stare al paso con i tempi; e dall’ambiente, che facilita connessioni, irrobustisce rapporti, dona risorse. È un’idea di economia, non nuova, che non vede nel lavoratore un oggetto semplice come lo era l’“operaio Schmidt” fordista (Taylor 1911), bensì complesso, capace di influenzare e guidare la direzione delle imprese grazie alle sue capacità razionali e soprattutto relazionali. Un’economia embedded (Polanyi 1968) nella società, dipendente da quello che Marx chiamava general intellect (Marx 1858), intendendo un’unione tra capacità tecnologiche e conoscenze sociali che trasferisce la propria potenza creatrice nella produzione. Chi la avalla la ritiene una rivoluzione diversa dalle precedenti per la materia prima dalla quale scava la ricchezza: la conoscenza.

Quale città?

Alcuni vedono nell’Industria 4.0 una soluzione inaspettata a tutti i problemi che ci aggravano, altri scorgono invece il pericolo di un accentuarsi della disoccupazione e un successivo crollo dei redditi. Si può tuttavia esaminare l’impatto che essa può avere, e sta avendo, sui territori. Come si abita la città della quarta rivoluzione industriale? Quali spazi emergono dai futuri cambiamenti socio-economici? Chi abita questi spazi? È quasi scontato che la città dell’industria digitale, la Coketown 4.0, sia la Smart- City, modello virtuoso che rispecchia una rinnovata armonia tra tecnologia e società. Questo modello offre uno scenario composto di territori intelligenti superconnessi, dove la comunicazione e la mobilità assumono una centralità ancora maggiore nelle nostre vite permeando ogni ambito, agevolando azioni e disponendo desideri. La tecnologia gestisce i servizi sanitari, l’illuminazione, la sicurezza, il trasporto, il risparmio energetico, dando luogo a una città più pulita e funzionale, esorcizzata da ogni traccia di povertà, criminalità, imprevisti e incertezze. La tecnologia garantisce la crescita economica ma, allo stesso tempo, si propone anche veicolo di nuove forme di cittadinanza e partecipazione mediate da piattaforme digitali. È paradossale il fatto che sia la tecnologia stessa, dopo aver trasferito molte associazioni umane in dimensioni extraterritoriali, a compiere ora una loro territorializzazione.

La domanda che forse bisogna porsi è se questo modello esaurisce tutte le possibilità fornite dai nuovi cambiamenti. L’industria 4.0 può essere accostata a un’idea di città più complessa, aperta ai conflitti, alle differenze e alle opposizioni? Non esistono forse modalità alternative che fanno a meno di paranoici sforzi per controllare ogni accadimento in vista di una sicurezza e una prevedibilità totali? Si può pensare a una città che non sia l’ennesima espressione neoliberista che rifiuta e demonizza qualunque tentativo indirizzato alla riduzione delle disuguaglianze economico-sociali? Forse le capacità auto-organizzatrici della società, sulla quale fa leva questa nuova rivoluzione, e la facoltà di impossessarsi di questi cambiamenti esterni per adeguarli alle proprie condizioni, insieme a un’attività innovativa e lucida delle nostre competenze disciplinari, possono dar luogo a risultati inaspettati, lontani da modelli riduzionisti che rispondono a interessi prestabiliti. C’è bisogno forse di una discussione aperta sui valori che muovono queste trasformazioni: come vogliamo vivere la nuova rivoluzione? Quali sono gli obiettivi, o è fine a se stessa? Quali vantaggi aspettarci?

Luis Martin ed Eloy Llevat Soy

 

 

 

Bibliografia:

Berta, G. (2014) Produzione intelligente: un viaggio nelle nuove fabbriche, Einaudi

Marx, K. (1939) Grundrisse der Kritik der Politischen Ökonomie, Marx–Engels Institute.

Polany, K. (1968) The Economy as Instituted Process, H Schneider.

Taylor, F. W. (1911) Principles of scientific management, Harper & Brothers.

 

Photo credit: “A beautiful world”, illustrazione di Kempster and Evans (1954)

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