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Le case che siamo

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Today the issue of the house presents itself as an open question, it provides the impression of been known for its effective proximity and for all the studies undertaken in the past about forms and ways of living and for the importance that it has had within the modern tradition of architecture.

Nevertheless, it maintains a considerable vagueness. Study the house means many things: wonder, “what the house does,” would say Antonio Tosi, replacing its most usual question “what the house is”; investigate the production system of the house; the sense of patrimonialization; the acquisition of consent through the house. And, finally, investigate ourselves, what comes to us from the past and what we want from the future.

 

Il tema della casa si presenta oggi come una questione aperta, che si ha l’impressione di conoscere per la sua vicinanza effettiva e per i tanti studi avviati in passato su forme e modi dell’abitare e per l’importanza che esso ha avuto entro la tradizione moderna dell’architettura. Nonostante ciò, esso mantiene una sua notevole vaghezza. Studiare la casa vuol dire molte cose: chiedersi «cosa la casa fa» direbbe Antonio Tosi, sostituendo la sua domanda alla più usuale «cosa la casa è»; indagare il sistema di produzione della casa; il senso della patrimonializzazione; l’acquisizione del consenso attraverso la casa. E, finalmente, indagare noi stessi, quello che ci arriva dal passato e quello che vogliamo dal futuro. Un tema a volte trascurato per la sua vicinanza problematica, o, nel migliore dei casi, affrontato con freddo distacco, dove il primo passo è stato sempre quello di allontanarlo, ritenerlo cosa estranea, fenomeno esterno che incuriosisce e al quale ci si avvicina per mezzo di strumenti accertati e quindi rassicuranti. La casa per essere osservata non deve più essere la propria casa. Luca Molinari nel suo saggio affronta questo tema in modo coraggioso e originale, un racconto in prima persona, nel quale non rifiuta il suo esserne parte.

In otto ritagli (La casa solida, La casa dominante, La casa sacra, La casa trasparente, La casa democratica, La casa senza radici, La casa invisibile e La casa che sono) questo saggio leggero, ma incisivo esprime lo spessore di una realtà presente anche se a volte invisibile, non dichiarata, di un luogo denso di valori, di simboli, di conflitti vecchi e nuovi. Mosso dalla convinzione che la casa sia schermo dei tempi che cambiano, luogo dove convivono vecchie abitudini con altre più recenti, inerzie e permeabilità ai cambiamenti. La casa rispecchia un mondo che sta cambiando ma senza esserne sfondo, muovendo un influsso fondativo nella sua lenta trasformazione. Osservare il presente è sempre un’operazione problematica e rischiosa. Le reti, Minecraft, Airbnb, stanno cambiando il modo di abitare le architetture, gli spazi aperti, le città. Lo stesso principio di privacy, il diritto una volta fondamentale di sottrarsi agli altri, nella mente e nello spazio, da un momento all’altro, si trova a dover far fronte al suo disfacimento a causa del diffondersi delle tecnologie di comunicazione. La casa, una volta roccaforte del distacco, è oggi paradossalmente “connessa” in un mondo “libero”, “postpolitico” come nelle utopie degli anni sessanta. In questo mondo, dove i nemici se ci sono, sono lontani, sebbene non si possa dire esso sia esente da conflitti come lo stesso Molinari evidenzia all’inizio della sua Introduzione accennando alla realtà dei migranti in Europa. La tesi di Molinari è che studiare la casa non sia soltanto occasione per osservare il presente, sciogliendo la sua ermeticità e sprigionando i suoi contenuti più ambigui. Il tema diventa laboratorio cognitivo e progettuale: campo in cui trovare solidi appigli per stare al passo con i tempi.

Eloy Llevat Soy

Molinari L., Le case che siamo, Cronache nottetempo, Roma 2016.

Photo credit: Michele de Lucchi , “casette di legno”

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