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Feminism yet? Not only

Paul Ginsborg and Sergio Labate propose a classical view to read the crisis of politics. A view with the passions at the center. We could say that is the feminist literature’s  legacy of the last decades of the twentieth century. But is not limited to this. It is useful to rethink not only the political crisis, but also the territories one and its project.

Per interpretare la crisi della politica, Paul Ginsborg e Sergio Labate propongono un’angolazione classica che ha al proprio centro le passioni. Si potrebbe dire lascito della letteratura femminista degli ultimi decenni del Novecento. Ma non è solo questo. E, soprattutto, l’angolazione non è unicamente utile a capire la crisi della politica, quanto quella dei territori e del progetto. La tesi dei due autori è che una migliore condizione della democrazia sia legata alla capacità della stessa, di sviluppare o incoraggiare nuova affettività e nuove passioni. Dopo che il neo-liberismo, vampiresco, si è nutrito dell’«addomesticamento dei nostri cuori». Ovvero, anch’esso, di passioni.

Passioni e politica non è certo tema nuovo. Ciò che viene qui riproposto (dopo aver scorso velocemente alcune posizioni antiche, il grumo seicentesco e la distinzione tra romanticismo politico e romanticismo neoliberista) è l’elaborazione di una proposta politica di mobilitazione delle passioni: «è necessario immaginare modelli alternativi di governo politico delle passioni e di noi stessi, capaci di costruire uno spazio della critica politica».

Il punto di vista dei due autori è pedagogico e moralista, come si attiene ad un tale intento. Ma non privo di numerosi spunti di grande interesse, anche per chi pensa al riformularsi del progetto urbanistico in questa fase e alla sua possibilità di essere ancora progetto politico. Gli spunti sono, come ho detto, numerosi. Una riflessione sul narcisismo non individualista, ad esempio, che guarda alla sfera pubblica come vetrina nella quale associazioni di vario tipo, società civile, leader politici e semplici individui si esibiscono. Posizione utile a ripensare il problema della rappresentanza oggi. O, come gli autori fanno, a raccontare il declino del mito della democrazia partecipativa. Ancora, il tema del riconoscimento, proprio degli studi culturalisti. Riconoscimento che non è solo ambigua e un po’ esibizionista «pretesa di riconoscimento del sé», ma precondizione alla partecipazione politica che si sviluppa in forme assai distanti da quelle novecentesche. O, ancora, l’attenzione che gli autori ci chiedono, minuta e programmatica, alle passioni che circolano tra noi (e che abitano lo spazio pubblico, diremmo entro l’approccio, più volte richiamato anche in questa sede, costruito sulle categorie di intimité, extimité e public). Quanto più sapremo conferire attenzione alle passioni, tanto più capiremo delle condizioni della trasformazione e del suo progetto. O, ancora, quando esortano a non mettere in fila passioni buone e cattive («tristi e gioiose» secondo la famosa declinazione spinoziana), ma pensare che esse sono mutevoli e ambivalenti; vanno considerate in combinazioni mobili e tentative, per farne condizioni di una politica (e di un progetto). O quando ripropongono – in modo certo discutibile – la famiglia come luogo privilegiato di emozioni e affetti, destando una certa irritazione. O, alla fine, quando riprendono, appunto, la letteratura femminista di tanto tempo fa, per un percorso che non è poi così lontano da quella parte della riflessione urbanistica che rilegge lo spazio come abitato da corpi, desideri, passioni.

Cristina Bianchetti

 

Paul Ginsborg, Sergio Labate, Passioni e politica, Einaudi, Torino, 2016

Cristina Bianchetti, Spazi che contano. Il progetto urbanistico in epoca neoliberale, Donzelli (ottobre 2016)

 

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