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Urban Age “Shaping Cities” conference. The most authoritative interdisciplinary conference on global urbanism. Maybe

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“Over 40 speakers from 25 cities and 5 countries gathered at the URBAN AGE ‘Shaping Cities’ conference hosted by La Biennale di Venezia to debate one of the most pressing problems of the 21st century: How are cities shaped? By whom and for whom?  How are the conflicts of our increasingly urban age – inequality, climate change, urban growth and expansion, informality, democratic representation and urban stewardship – experienced and lived by the majority of urban dwellers? And, what can we do to make cities more tolerant, adaptable and sustainable?”

Such a massive program, together with the TED-talks model and the extraordinary economic and political efforts, cast many doubts on the effectiveness of this conference and its real relevance in terms of authentic research progress.

 

Si potrebbe far finta che Shaping Cities  fosse davvero ” la più autorevole conferenza interdisciplinare sull’urbanistica globale”, come si sostiene nel comunicato stampa. Oltre 40 relatori provenienti da 25 città di 5 continenti. “Sindaci e leader delle città di Barcellona, Bogotà, Kampala, Venezia, Parigi e Safed in dialogo con rappresentanti di Nazioni Unite, UN Habitat, Cities Alliance, il National Institute of Urban Affairs indiano e il Chicago Council on Global Affairs. Decision-maker, studiosi e opinion leader parteciperanno al dibattito insieme a importanti architetti, pianificatori e progettisti”. Sei tematiche di rilevanza transnazionale (A chi appartiene la città? / Espansione o riqualificazione? / Adattamento e integrazione sociale / Che ruolo ha l’architettura? / Livelli di intervento dal basso e dall’alto / Una Nuova Agenda Urbana). La straordinaria sede del Teatro alle Tese della Biennale veneziana che quest’anno esplora i fronti dell’architettura.

Eppure Urban Age, la conferenza organizzata da LSE Cities insieme a Alfred Herrhausen Gesellschaft della Deutsche Bank, lascia una sottile amarezza nella bocca di chi tenta di fare ricerca nelle nostre discipline. I tre lussuosi mega schermi come scenario di una tavola ovale in un bianco occhio di bue, l’opulenta scenografia da grande evento annaffiato di Prosecco e dolcetti (non per tutti, però), la perfetta digitalizzazione della ricerca da guardare attraverso un gelidissima aria condizionata sembrano restituire, più che intense campagne di ricerca e fondamentali e avanguardiste visioni, un talk-show di livello con nessun David Letterman. Interventi brevissimi, di 5, 10, 15 minuti al massimo. Scenografia e luci da TED talks. Si è parlato indifferentemente di “città” tenendo sullo stesso piano Londra, Johannesburg, Bogotà e Pechino. Uno sguardo che cancella il territorio, perchè si parla quasi solamente di dati e numeri, con pochissima sensibilità spaziale, salvo in una manciata di interventi (tra cui quello dell’ottimo Aravena). Le star più attese si sono abbandonate in slanci da opinionista, come Sennett che propone una pacificata “open city” in perfetto stile modernista fuori tempo massimo: è una città senza barriere che coltiva le differenze e tenta la flessibilità dell’incompleto. Ed Glaeser che in una suite di Alexander McQueen con cravattina di Paul Smith rilancia un lefebvriano “public spaces don’t just need to be defined, they need to be defended”, salvo poi specificare che “driving right is not an urban right” e focalizzarsi su un veramente sorprendente interesse alla pedonalizzazione come soluzione dei problemi delle città contemporanee. Sindaci bizzarri che propongono espansioni folli della città latinoamericana attraverso drammatiche infrastrutturazioni della mobilità (Penalosa), o che pontificano sulla partecipazione salvo poi cullarsi nella celebrazione di progetti urbani da star system (Missika), accademici impolverati che veleggiano sull’onda delle proprie personalissime ricerche (Swilling), antropologi che vogliono fare i geografi con fini ricerche etnografiche francamente un po’ datate (Hall), economisti che rimettono al centro la Regional Science e il territorialismo che ci pare abbia tristemente esaurito le sue potenzialità almeno da vent’anni (Clos).

Pochissime eccellenze fanno tirare un sospiro di sollievo. La Sassen, certo, che ci racconta degli investimenti stranieri nelle città, definendo sostanzialmente una privatizzazione liberista cinese che colonizza dall’interno il profondo occidente fatto di città che sono “complex but incomplete systems”. Uno straordinario (per fortuna)  AbdouMaliq Simone che delinea un efficace rilettura delle disuguaglianze urbane. Un lucidissimo Ovink. Un perforante Christiansee. Poco altro.

A fianco, la mostra di Burdett, Conflicts on an Urban Age, progetto speciale della Biennale fortemente voluto dal suo direttore, Paolo Baratta. Si tratterebbe anche qui di mettere in mostra le questioni della città contemporanea. Una sbrodolatura di big data poco controllati, evidenziati da un rilassante verdeacqua, una decina di città sotto osservazione in un arco temporale di venticinque anni, qualche gargantica fotografia, buone pratiche di sviluppo dal basso, cattive pratiche di azioni dall’alto. Pacificato muoversi attraverso inossidabili considerazioni quantitative che poco dicono dei territori reali, difficilmente prendibili.

Nell’ “era urbana” si riflette sulla forma della città e sulla possibilità di darle forma, provando a istruire il dibattito di Habitat III, la ventennale riflessione delle Nazioni Unite che a Ottobre discuterà di Sviluppo Urbano Sostenibile a Quito. Il progetto speciale di LSE Cities alla Biennale è una mossa politica, non culturale. Necessaria a dichiarare la superiorità di quell’istituzione e la sua forza muscolare. A mettere in luce i finanziatori. Ad aprire la Biennale a una dimensione internazionale. A mostrare che la macchina accademica può anche fare soldi. A patto di ammettere un po’ di superficialità mediatica, e a discapito di chi l’opulenza universitaria non ha proprio idea di cosa sia.

 

Michele Cerruti But

 

Conflicts on Urban Age

 

Photo credits: lsecities.net and Alfred Herrhausen Gesellschaft, Deutsche Bank

 

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