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Territories in Crisis: We go again

Territories in crisis has investigated the relationship between individuals and environment, within many concrete situations in the Europe: urban, mountain, agriculture, coastal. Conditions that show «a deep change of the grain in the world». What does this precisely mean? At least three meanings: the coexistence of incongruous phenomena that we used to keep separate one another; the fine grain of the transformations, that doesn’t exclude important centralization of values and power; the clear perception of the way, in which today in Europe, we conceive rights and duties, we conceive the running of the institutions;  we feel part of a community. A reflection on European territories can re-start from these three aspects.

Territories in Crisis: Da dove ricominciare?

Osservando le trasformazioni profonde della struttura sociale, Luc Boltanski ha parlato di una «modifica in profondità della grana del mondo». Anche nei territori europei si può cogliere una modifica in profondità della grana del mondo. Questa affermazione allude almeno a tre diverse condizioni.

  1. Prima condizione. Nei territori europei stanno assieme, più che in passato, fenomeni incongrui che eravamo soliti tenere separati (e che siamo abituati a trattare in modo distinto): potenziamenti e minorazioni; nuovi protocolli e abusivismo; ipertrofia di norme e pratiche fai-da-te. I casi della ricerca Territories in Crisis hanno bene evidenziato questa convivenza incongrua. Biella, Aubervilles, Mirafiori esprimono bene nuove precarietà, esclusioni ed erosioni. I grandi suoli industriali semi-abbandonati; gli scricchiolii delle company town; lo svuotarsi, da dentro, dei quartieri di edilizia sociale: una parte non trascurabile di ciò che in un periodo lungo (o anche solo nel Novecento) si è depositato al suolo e lo ha costruito, si è consumata. Quel che osserviamo è un grande movimento di erosione, di cedimento e di fessurazione che un pensatore provocatore come Finkielkraut chiamerebbe «il consumo del mondo». La crisi ha accelerato il consumo del mondo non solo nei territori industriali, ma anche in quelli agricoli, costieri, interni, montani e ciò pone la questione di capire di cosa siamo eredi. Accanto al consumo del mondo, vi sono tuttavia numerosi episodi di valorizzazione e potenziamento. Ad esempio, innumerevoli fenomeni di patrimonializzazione. La patrimonializzazione è un processo complesso di negoziazione e conflitto entro il quale mutano valori economici, simbolici, relazionali. Costruisce un diverso equilibrio tra beni democratici e beni oligarchici. A Les Grottes si patrimonializza l’eredità delle lotte urbane attraverso un quartiere bo-bo; in Val di Susa si patrimonializza l’antica e incerta coltivazione della canapa, nella speranza di ridefinire grumi di socialità nel luogo del più alto conflitto del nostro paese; alla Cavallerizza Reale, a Torino, si patrimonializza un movimento antagonista ben dentro un luogo patrimonializzato dall’Unesco; ovunque  si patrimonializza la natura: le economie e la cultura di un mondo rurale di nuovo reso attrattivo. Paradossalmente oggi non c’è nulla che sia indisponibile alla patrimonializzazione. E ancora, tutto il partage: pionieri, nuovi contadini, nuovi montanari, vecchi squatters colonizzano borgate abbandonate, fondano case comuni progettate secondo principi ecologici e di vita condivisa; promuovono co-housing con le loro regole rigide, la divisione maniacale dei compiti, i severi rituali di accesso; riposizioni nei territori abbandonati (industriali, agricoli, alpini) i principi di convivialità, creatività e autogestione che hanno guidato antiche storie di lotta urbana; avviano fattorie che si richiamano all’auto-sussistenza e alla decrescita; riscrivono comuni dai tratti vagamente hippies che ricordano per alcuni aspetti il nomadismo libertario americano degli anni cinquanta. In molti casi questi episodi rivendicano una vera e propria secessione dalla città moderna, dalle sue istituzioni: si sta «entre nus», prima che nella società. Il consumo del mondo, sta dunque accanto alla valorizzazione, in più modi. Si sarebbe portati a dire che c’è una sproporzione. Che si perde più di quanto si guadagna. Ma sarebbe un errore sottovalutare gli inediti bricolage che connotano oggi i territori europei.
  1. seconda condizione. Nella maggior parte dei casi la grana di questi processi è fine: sono importanti le logiche micro, molecolari, puntuali. Sono importanti i luoghi. Non che non vi siano accentramenti di potere, di forza economica, di cadute di flussi finanziari. Ma sovranità, protezione, diritti sembrano darsi entro logiche molecolari, minute. La crisi impone di acuire lo sguardo, vedere la grana fine del territorio, rintracciare la dimensione molecolare della protezione, del diritto, del benessere, della norma, dell’eredità. Il campo del diritto all’abitare è esemplare: da un lato cadono le pretese universalistiche del diritto rivendicato in rapporto all’abitare o alla città, nel momento in cui il droit à la ville è oggetto di continue rivendicazioni; dall’altro trenta anni di neoliberismo hanno fatto sfioccare il diritto all’abitare in un fascio di prerogative, desideri, immunità; dall’altro ancora, torna l’arendtiano «diritto ad avere diritti»: la rivendicazione dolorosa dell’uguaglianza attraverso il diritto, posta da migranti, poveri, rifugiati. Un’uguaglianza radicata nell’idea di laicità e giustizia della filosofia dei Lumi (ma si potrebbe anche dire, nei principi di uguaglianza proclamata dai Vangeli). Ogni modifica della grana riproduce, da capo, differenziali e asimmetrie: differenziali di proprietà, di mobilità, di diritto. Questo aspetto è cruciale per il progetto, come per i processi di dominazione. Entrambi legati al superamento o alla perpetuazione nel tempo delle asimmetrie.
  1. Terza condizione. Consumi, valorizzazioni, asimmetrie e differenziali hanno intimamente a che fare con il modo in cui oggi concepiamo diritti e doveri. Con il modo in cui concepiamo il funzionamento delle istituzioni. Con il modo in cui concepiamo il senso di essere parte di una collettività. L’organizzazione del territorio ha questa straordinaria capacità disvelatrice: osservando il territorio, osserviamo noi stessi in rapporto a diritti e doveri, istituzioni, collettività. Ovvero ci avviciniamo a capire il modo in cui prende corpo oggi, diversamente che nel passato, un’idea dell’essere protetti e del vivere bene. E tutto questo ha strettamente, intimamente a che fare con L’Europa: ci riporta alla difficoltà, ma anche alla necessità e all’urgenza di tornare oggi a parlare di Europa. La sfida che un’indagine sui territori europei pone è quella di concepire il modo in cui il formidabile pluralismo dei territori europei (nei quali si sono perseguiti processi di modernizzazione diversi e che oggi sono toccati diversamente dalle crisi economiche, demografiche, istituzionali) possa, eventualmente, coniugarsi di nuovo con qualche forma di regolazione delle relazioni tra le sue componenti. La sfida dei territori e della società europea è salvaguardare il pluralismo straordinario che ha consentito di perseguire progetti di modernità diversi e la necessità di nuove forme di regolazione (alcuni direbbero la necessità di un ordine politico, altri, una tensione all’universalizzazione). Salvaguardare la tensione tra pluralismo e universalizzazione.

Architecture and Urbanism Facing Changes in Europe. Cosa resta del progetto nei territori della crisi? Le crisi hanno inciso nelle forme di regolazione tra economia, società e territorio. La «modifica in profondità della crisi del mondo» è questa cosa. E in questo mutamento non può restare immutato il posto e il ruolo sociale delle competenze tecniche. Ma il campo d’azione del progetto non è quello stretto, che potremmo pensare, tra l’esibizione muscolare e finanziaria dei progetti per New York pubblicati sull’ultimo numero di Lotus e l’euforica celebrazione del self building city. Gli spazi che rimangono al progetto sono più ampi. I casi studiati in Territories in Crisis mostrano tutti aspetti tecnici, specifici, problematici sui quali il progetto può e deve intervenire. Ma per far questo è forse utile che muti la sua postura. È utile che il progetto guardi alle conseguenze prima che ai principi. Su questo non si può essere fraintesi. Lungo l’intero Novecento, l’urbanistica e l’architettura hanno tenacemente e talvolta eroicamente combattuto per affermare il carattere universale di alcuni principi. Non si tratta di sottovalutare questo sforzo, ma di constatare che i principi sono troppo frequentemente divenuti oggetto di retoriche. Più che insistere sui principi è forse meglio guardare pragmaticamente alle conseguenze. Cosa non facile perché esse non sono mai programmabili, prevedibili, controllabili a priori. Sono spesso controverse, hanno effetti multipli. Guardare alle conseguenze significa mettere al lavoro quello che Sini chiama un «decentramento in esercizio». Quello che resta del progetto in epoca neo-liberale è questo essere un decentramento in esercizio. Con ironia e consapevolezza dei limiti, con attenzione alle conseguenze prima che (oltre che) ai principi: la posizione più lontana che possa immaginarsi da quella del progetto degli anni 80 e 90. Se c’è una cosa che i territori europei ci ribadiscono è che quella posizione è esaurita. Il problema non è restaurarne l’antica potenza simbolica. Ma interrogarsi su ciò che resta del progetto in questa nuova fase.

Cristina Bianchetti

Il testo riprende alcuni tratti della lezione tenuta a Mantova il 6 maggio 2016, nell’ambito delle iniziative di MantovArchitettura, promosse dal Politecnico di Milano.

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