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How does it work the concept of illegal related to housing?

How does it work the concept of illegal related to housing? Is the situation much the same as twenty years ago? Is it much the same in South Italy and elsewhere? We needs to break out of the stereotypes: the familistic ones and the associative ones.

Come funziona il concetto di abitare abusivismo? Funziona allo stesso modo in cui funzionava negli anni 90? Funziona nel Meridione d’Italia come altrove? Possiamo darne per scontati i protagonisti e le possibili linee di contrasto? Per alcuni aspetti il concetto pare una sorta di specchio ingannatore che rimanda, con tratti simili, a realtà diverse; si colloca su uno sfondo radicalmente cambiato e ciò ne muta legittimità e ricezione sociale. Per altri aspetti, i discorsi e le indagini sull’abusivismo, sono viziati da stereotipi di segno opposto.

Un primo stereotipo si è costruito entro le ricerche degli anni Novanta e riconduce l’abusivismo ad una sorta di perversa anomalia italiana (meglio sarebbe dire mediterranea). Un’anomalia divenuta in larghe parti del paese ricorrente, se ciò non fosse un ossimoro. Espressione di dinamiche di «sregolazione», di «disordine» e di un «modello estrattivo» che ha funzionato grazie a rendite non solo immobiliari, ma finanziarie e politiche. Insomma un modo dell’abitare ad alto consumo, non solo di territorio, ma di società. I paesaggi abusivi sono i territori costieri e interni del Sud Italia, sovrastati da una massiccia ondata di edilizia prevalentemente residenziale, non autorizzata. Fenomeno che dispiega la sua potenza negli anni Sessanta-Ottanta e che viene molto indagato dentro la stagione delle ricerche sulla dispersione. Ciò rafforza alcune convinzioni circa forme insediative proprie di una società in accelerata individualizzazione, pervasa dalla cultura del narcisismo, riflessa in strategie di distinzione, per così dire, “alla buona”. Entro questo stereotipo, l’abusivismo non è più (come è stato invece nei primi anni del dopoguerra), una condizione derivata da necessità. Ad argomentare questa affermazione, è l’idea che esso sia il lascito della stagione della mobilitazione individualistica. Il riferimento al saggio di Pizzorno, riconduce l’abusivismo non tanto all’«antica voglia di far da sé», alla premialità individuale, alla facoltà di interdizione e licenza a livello micro. Ma piuttosto a quel «patto di potere tra ceti medi e politica», giocato sulla mobilitazione al consumo, che Pizzorno mette al centro della sua interpretazione. Con ciò si afferma che l’abusivismo degli ultimi decenni del secolo non riguarda situazioni d’urgenza, disagi gravi, esclusione. E’ un problema di ceti medi o medio-bassi (che peraltro sono il tradizionale riferimento delle politiche abitative nel nostro paese).

A questo stereotipo se ne contrappone un altro, costruito nelle indagini recenti sull’abitare europeo. Sono le situazioni abusive, in giro per l’Europa negli ultimi anni, nelle quali individui o gruppi, supportati da associazioni, tornano nelle dure terre della dismissione industriale o si appropriano di manufatti monumentali al centro della città storica o di plots in campagne scarsamente produttive. Ovunque occupando edifici dismessi, fondando fattorie, ricostruendo comuni. Anche questo è, tecnicamente, abitare abusivo, supportato dalle logiche dell’abitare entre nous, dalle memorie di vecchie occupazioni, dalla rivendicazione del diritto ad abitare con chi si vuole e dove si vuole, dai principi dell’abitare militante: solidarité, hospitalité, convivialité, come recita la letteratura (copiosa) sul fenomeno. Entro questa costruzione del problema, l’abusivismo è il lascito della stagione delle occupazioni e delle lotte. Un lascito rovesciato in uno sfondo bucolico o urbano. Se il primo stereotipo imputa, con qualche preoccupazione, all’abusivismo la costruzione di un territorio segnato da un’orizzontalità priva di differenziazione simbolica (ognuno sta accanto all’altro e non si capisce se la situazione sia legale o abusiva), il secondo guarda con simpatia alla fondazione di fattorie fuori città e di quartieri bo-bo al suo interno.

Questi due stereotipi raccontano il fenomeno abusivo con tratti differenti, entro differenti contesti e stagioni di studi,  spiegando, in parte, la ricezione sociale del fenomeno. Vale pertanto la pena insistervi ancora per un attimo. Il primo restituisce i tratti di un fenomeno familiare, esito di impiego di patrimoni familiari (ancorché piccoli: rimesse, piccole rendite, proprietà dei suoli agricoli). Un fenomeno complesso e articolato che costruisce i territori della dispersione meridionale, si intreccia ad altre forme di sregolazione (come dice bene Donolo), lavora in modo astuto, dell’astuzia decertiana: corrodendo e riscrivendo dall’interno gli ordini economici, sociali e spaziali. E’ trattato come una condizione da normalizzare, oggetto di condoni la cui inefficacia, dopo venticinque anni, risulta palese. La ricezione sociale del fenomeno si muove tra condanna, moralismo e giustificazione: l’abusivismo è considerato ostacolo allo sviluppo; è un sistema illegittimo; ha importanti implicazioni sul territorio (sollevando i temi del rischio e della salvaguardia, ma anche la de-valorizzazione); ha implicazioni sulla capacità di promuovere politiche.

Il secondo disegna i tratti di un fenomeno che non è più familiare, ma associativo. Fondato su capitali relazionali e culturali più che economici, che capita dove capita (dove ci sono condizioni: il suolo è pubblico, c’è dismissione) e lì mette radici. A volte in modo conflittuale, più spesso in modo consensuale. Anche in questa forma di abusivismo c’è riscrittura del guscio, astuzia, ma del fenomeno si evidenziano soprattutto le implicazioni per così dire pubbliche e le innovazione che produce: i contracts de confiance negli anni Ottanta e Novanta, i baux associatifs, strumenti fondati su responsabilità e contrattualità, veri e propri patti tra amministrazione e occupanti he legittimano a certe condizioni l’occupazione (come dire, il contrario dell’ideologia squat). La ricezione comune è decisamente celebrativa: questa forma di abusivismo è espressione di una presa di responsabilità diretta, di una partecipazione politica. Per gli architetti è espressione della Self Building City.

E’ chiaro che non si tratta di opporre due stereotipi per raccontare la condizione attuale dell’abusivismo: un familismo amorale e un associazionismo virtuoso; un fenomeno cattivo e uno buono; uno attento al patrimonio familiare, l’altro alla patrimonializzazione di beni comuni; uno regressivo e distruttore di paesaggio, l’altro innovativo e fondatore di grumi di urbanità. Piuttosto si tratta di riflettere sul modo in cui un concetto funziona (su come ha funzionato e su come funziona ancora), su come racconta, in modo non scevro da giudizi di valore, territori differenti. Territori che oggi un po’ ovunque in Europa, risultano assai più complicati dei nostri concetti, segnati da processi che eravamo soliti tenere ben separati: de-valorizzazioni e valorizzazioni, potenziamenti e minorazioni, nuovi protocolli e nuovi comportamenti abusivi, inediti funzionalismi e animazioni sociali. E segnati con la stessa forza, da un frantumarsi della protezione, del benessere, della norma, dell’abuso, del diritto, della difficoltà, dell’eredità. Condizioni che assumono tutte, forme molecolari.

Stratificazioni incongrue e dimensioni molecolari non cancellano certo le gerarchie, non costruiscono territori piatti. Ma una nuova complessità che ci chiede di andare oltre i nostri stereotipi, con un maggiore, più ostinato investimento di decostruzioni, di idee, di progetti. E, nel caso dell’abusivismo, un ripensamento più radicale dei temi, classici, della politica abitativa.

 

Cristina Bianchetti

 

Territori dell’abusivismo nel Mezzogiorno contemporaneo. Temi e prospettive di innovazione progettuale e politica. Siu Seminar, Napoli, 25-26 febbraio 2016, a cura di Francesco Curci, Enrico Formato, Federico Zanfi.

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