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Exploring Urbanism Crucial Issues (2)

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The Urbanism Course was this year focused on five major crucial issues of the urbanistic project. Various inquiries carried out by students together with the help of the professor and tutors tried to explore the theme on infrastructures, ecological nets, dismantling processes, public space and living. With the main aim of enlightening how uses, temporalities and processes become part of the urban design, which were discussed in a public seminar last January.

Dismissioni tra fine del sogno moderno e inquietudini ambientali

Alcune ricerche si sono occupate di osservare territori in cui in passato ci sono stati processi produttivi propri di un periodo segnato da una forte crescita economica. Processi che hanno dato luogo a estese reti infrastrutturali, accrescimenti della popolazione e potenziamenti delle reti di supporto sociale, che oggi con i rilassamenti provocati dalla crisi hanno subito profondi cambiamenti. Tali cambiamenti costruiscono uno scenario molto complesso in cui da una parte gli effetti della crescita si spengono man mano, alcuni più lentamente di altri, e dall’altra c’è un territorio tutt’altro che passivo dove fenomeni inaspettati occupano i posti del primato.  Nel territorio canavese le iniziative sostenute da Adriano Olivetti hanno connesso gran parte del modo di vivere degli abitanti a un tipo specifico di produzione. Infrastrutture, trasporto pubblico e assistenza sociale dipendevano del funzionamento delle fabbriche fissando un rapporto quasi ciclico. Queste ricerche, esaminando gli stabilimenti dismessi, l’andamento demografico, le strade transitate e il trasporto pubblico, cercano di misurare non solo cosa resta del grande sistema olivettiano ma anche quali fenomeni sembrano conquistare il suo posto. I risultati stupiscono in quanto frutti di una sovrapposizione tra quello che rimane e nuovi elementi che s’impadroniscono dei vuoti lasciati: là dove l’azione dell’uomo si fa meno presente erompe la vegetazione, anche all’interno dei luoghi di produzione.  A Saluggia le ricerche trasmettono dati più inquietanti. Qui le indagini assumono un tono d’urgenza ed evidenziano la diretta corrispondenza tra la gestione del territorio e la sicurezza della popolazione. Esibiscono un territorio molto meno atteggiato per amministrare processi piuttosto delicati come quello del magazzinaggio e lo smaltimento di scorie derivate da processi nucleari. Un territorio dove gli inciampi burocratici rallentano la gestione di un problema che minaccia di manifestarsi in qualsiasi momento e di espandersi attraverso un suolo interconnesso, in movimento.

Lo studio di questi temi tocca questioni oggi molto rilevanti. Quale ruolo svolgono i singoli elementi di un sistema precipitato in quella fase grigia nominata dismissione nella quale hanno perso la funzione originale e ne aspettano un’altra? Potrebbe il progetto mutare in proporzione a questa condizione? La sfida è di non essere prede di una lettura troppo drammatica che legge le trasformazioni soltanto come perdite e non meramente come dei cambiamenti. Nel momento in cui i legami tra la popolazione e il territorio non si danno più per scontati si dilatano le opportunità per costruire situazioni inattese.

Eloy Llevat

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Spazio pubblico, radura urbana

Laddove la Città contemporanea ci pare un’inestricabile Simulacro a cui non si riesce più ad accedere, non è banale provare a farne un racconto più pacato cercando solchi e radure in grado di riterritorializzare il pensiero (Deleuze, Guattari 1980). È per queste ragioni che, ancora una volta, ci è parso di riconoscere quel solco nello Spazio Pubblico. Un solco rivelatore, che mostra non solo una società in metamorfosi ma che riapre anche il dibattito circa i modi del progetto urbano.

Lo spazio pubblico osservato a Torino non è identico a se stesso dappertutto. I tre casi esplorati nel corso sono presi in esame attraverso domande radicalmente diverse e mostrano declinazioni non univoche: mentre il regesto del parco Michelotti permette di pensare i modi dello stare nello spazio, piazza della Repubblica muove l’esacerbante categoria dello spazio gentrificato e San Salvario racconta una stratificazione di sovrastrutture culturali e religiose che modellano spazi e relazioni complesse.

La sponda destra del fiume Po è, a Torino, una sponda morbida, con argini naturali che formano un lungo parco di isole verdi in successione, comprese tra un ponte e l’altro. L’esplorazione mette in campo la porzione di parco compresa tra il ponte Umberto I e il ponte Regina Margherita. Si tratta della parte di città che costruiva, insieme al parco del Valentino, l’“asse del loisir” del piano regolatore di Cagnardi e Gregotti che poggiava sul Po un’idea di spazio pubblico moderna, habermasiana, per tutti. Il parco è osservato secondo la chiave degli usi e dei tempi. Emerge un’idea non univoca e non banale di spazio pubblico, che mette alla prova le nozioni di intimité, extemité e public di cui si è spesso trattato nella riflessione di Cristina Bianchetti (Bianchetti 2015). Il pluralismo interpretativo di questo spazio pubblico ribalta il modello moderno dello spazio democratico che l’aveva costruito e anche il modello di società che esso immaginava. Emerge una città che si fa con gli usi, avrebbe forse detto de Certeau (1980), dove anche le economie dello spazio pubblico si danno in microstrutture sociali, piccole cerchie, gruppi più o meno estesi. Una città che abbisogna da un lato di letture plurali che abbandonino i fatti urbani (di cui questo stesso luogo è ricco) e dall’altro di un progetto capace di intercettare traiettorie non coincidenti che solo in parte possono riconoscersi in uno spazio come “opera aperta” (Eco 1979).

Piazza della Repubblica e l’asse di corso Regina sono percepiti dalla città di Torino come il filtro più o meno artefatto della divisione tra “la città dei ricchi e la città dei poveri” (Secchi 2013). Da un lato il centro, dove i grandi progetti di gentrification degli anni ’80 e ’90 hanno radicalmente sovvertito le forme dello spazio abitativo e quelle dello spazio pubblico. Prendendo le mosse da alcune letture circa il fenomeno della gentrification (tra cui il testo di Giovanni Semi del 2015), la ricerca su Porta Palazzo ha tentato di capire se e in che modo piazza della Repubblica determini una reale distinzione di valore economico e di strati sociali nel centro della città. In modo più raffinato, lo studio si interroga sul valore della strada come barriera e sulle divisioni interne di una città storica come Torino.

Mentre alcuni sociologi (Mela 2014) si erano già concentrati sulla divisione estrema dello spazio pubblico di quest’area, che assume nomi e caratteristiche diverse ma che, sostanzialmente, accoglie il medesimo fenomeno di gentrificazione (ivi, p. 23), l’osservazione spaziale dava un’interpretazione del tutto opposta, come si mostra chiaramente nell’esclusione dal centro di Borgo Dora del Piano Regolatore. Lo spazio pubblico è, ancora una volta, cartina tornasole di altre letture. Spazio pubblico che accoglie ristoranti, locali notturni e spazi del loisir. Ma che fa convivere anche mercatini dell’usato, mercati storici e grandi mercati quotidiani. Che accoglie le grandi strutture del welfare religioso, come il Cottolengo o il Sermig, e che differenzia il suo uso nel tempo: durante il giorno, durante la notte e nel corso della settimana. Si tratta di uno spazio più complesso di quello che la lettura della gentrification o quella del prg offrivano. L’innalzamento del valore economico (e simbolico) che l’intera zona ha subito, senza distinzioni, non è sufficiente a dichiararne lo status di spazio piano. La categoria del tempo rimanda piuttosto allo sguardo dei flussi, delle pratiche, degli idiorritmi. Che costruiscono tutt’un’altra città: “la città è sempre stata un tentativo di regolare queste diverse temporalità e va detto che spesso, attraverso questa azione regolatrice, ha operato una politica di fatto di integrazione o di esclusione” (Secchi 2006).

Pensare lo spazio delle religioni del quartiere di San Salvario genera una tale densità di questioni che solo attraversandolo con domande specifiche si può mostrare la specificità dello sguardo spaziale. Ciascuna confessione esplicita infatti nello spazio urbano la propria incontrovertibile Weltanschaung ed è chiaro come il fenomeno si dipani almeno entro due declinazioni. Da un lato ciò che conduce l’analisi è il concetto di Sacro (Eliade 1973) e di Confine (“taglio” secondo Florenskij 1989 e “limen/limes” per Cacciari 2000). Dall’altro, la relazione tra gli spazi delle confessioni. Che costruiscono conflitti, vivacità, simbiosi, convivenze, influenze (Mendieta, VanAntwerpen 2011).

Rispetto al primo aspetto non è affatto univoca l’interpretazione dello spazio sacro. Se la cultura ebraica, ad esempio, è piuttosto precisa e definisce con attenzione i confini del profano (con una conseguente organizzazione spaziale centralizzata che permette una diffusione molto estesa), la cultura mussulmana ha tutt’altro approccio, e la sacralità s’appropria di spazi molto diversi che comprendono anche negozi, luoghi del quotidiano, spazi dell’abitare. Il cristianesimo ha un approccio ancora diverso, che laicizza l’abitare ma costruisce presenze molteplici nella struttura urbana.

Rispetto al secondo aspetto, intrinsecamente connesso al primo, la spazializzazione delle religioni identifica luoghi di scambio e convivenza non sempre pacificati: sulla stessa via s’incontrano macellerie halal, oratori cattolici, librerie valdesi, biblioteche e scuole ebraiche… è su questa infrastrutturazione del welfare religioso che si ricostruisce lo spazio del quartiere. A fronte di una laicizzazione parossistica del piano terra e della sua relazione con la strada, che nel quartiere di San Salvario si dà nelle forme della vita notturna, le religioni restituiscono un altro spazio urbano, talvolta minore, figlio di sovrastrutture culturali diversificate, aprendo a una lettura quasi situazionista della città.

Michele Cerruti But

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Metamorfosi dell’abitare. Uno sguardo su Torino

Ragionare sulle nuove forme dell’abitare, non solo nella città di Torino, comporta innanzitutto un’attenta valutazione delle trasformazioni sociali, economiche e culturali sopraggiunte in questi ultimi decenni, che hanno inevitabilmente moltiplicato, frammentato e complessificato le categorie finora generiche legate all’utenza e, di conseguenza, ai modi e ai tempi dell’abitare.

Negli ultimi cinquant’anni le politiche abitative, se da un lato hanno investito sulla possibilità di garantire una ‘casa per tutti’, dall’altra si sono concentrate sul libero accesso alla proprietà privata, soffermandosi con minore attenzione, sul mutamento e il diversificarsi delle esigenze abitative e delle strutture sociali.

L’attuale crisi economica, che ha generato lo sgretolamento del modello di regolazione sociale costruito dal modello fordista, l’accentuarsi di una diversa composizione sociale e l’esasperarsi delle disuguaglianze, nonché un mutamento delle condizioni lavorative, dei ritmi di vita e di mobilità, hanno contribuito a far riesplodere il disagio abitativo, che coinvolge fasce sempre più estese della popolazione.

Questo scenario definisce un rinnovato interesse per il tema in oggetto, cui si accompagna uno spostamento concettuale del focus dalle “politiche per la casa” alle “politiche dell’abitare”.

Gli studenti hanno lavorato all’individuazione di alcuni possibili nodi di attenzione strettamente connessi alla qualità dell’abitare e hanno cercato di stimolare una riflessione sui nuovi modelli abitativi per dare maggiore visibilità agli aspetti legati alle relazioni sociali e agli elementi di integrazione ed esclusione che si riscontrano in essi.

L’articolazione dell’offerta, l’individuazione dei destinatari, la necessità di spazi temporanei e i meccanismi di accesso diversificati costituiscono quattro aspetti che connotano la situazione odierna nonché delle lenti attraverso le quali provare ad osservare queste diverse situazioni.

“L’esperienza abitativa è stata uno dei luoghi fondamentali dell’integrazione delle società moderne” (A. Tosi,1994) oggi si può dire altrettanto? Per rispondere a questa domanda, un gruppo di studenti, si è concentrato sui diversi modi di abitare il Villaggio Olimpico. Si tratta di un quartiere di costruzione relativamente recente, frutto di un ambizioso progetto, ideato da Camerana and Partners che, a seguito di un concorso istituito ad hoc, han realizzato 5 lotti e più di seicento appartamenti con l’idea di portare una nuova visione del concetto di isolato nella città prossima alle Olimpiadi invernali del 2006, basato sulla permeabilità e condivisione degli spazi aperti, sull’accessibilità e riconoscibilità della struttura e sulla trasformabilità e adattabilità degli spazi interni. Cosa rimane oggi di quel modello di città?

Sono presenti nello stesso luogo nuove residenze universitarie, palazzine occupate dai rifugiati politici del Nord Africa e case popolari. Osservare questi differenti modelli abitativi a cui rispondono usi diversi dello spazio ci permette di mettere alla prova un progetto che, a dieci anni dalla sua realizzazione, ha trovato espressioni e articolazioni diverse da quelle immaginate.

Il dilatarsi delle funzioni negli spazi interni, la compenetrazione degli usi, l’appropriazione inusuale dei luoghi e la contrazione della permeabilità progettata sono solo alcuni degli aspetti emersi da questo lavoro. Popolazioni diverse si trovano vicine, per esigenze e/o costrizione, mostrando da un lato elementi di conflittualità che definiscono esiti inattesi nello spazio, e trovano una connotazione diversa a questa parte di città.

 

A Porta Palazzo coabitare, entro una modalità ormai differente di declinazioni che questo termine assume, se da un lato implica di scegliere con chi e come vivere, al contempo, comporta il moltiplicarsi di doveri, costrizioni e regole alle quali sottostare e rispondere.

I due modelli indagati si affacciano in modo speculare sulla piazza del mercato, mostrando però asimmetrie non solo nella struttura e morfologia dello spazio ma anche nella composizione e organizzazione economica e sociale.  Il progetto Luoghi Comuni, realizzato attraverso il programma Housing della Compagnia di San Paolo, è un progetto di residenza temporanea a cui si accede rispondendo a determinati requisiti economici e sociali tali da garantire una mixité controllata e un livello di interazione tra gli utenti predisposto da regole di utilizzo degli spazi comuni. Dall’altra parte, Co-Housing Numero Zero, nasce dalla volontà di un gruppo di cittadini di rivendicare un modo di abitare differente, al di fuori delle regole e imposizioni del mercato immobiliare, un modello costruito ad hoc sulle proprie esigenze e che manifesta una diversa gestione degli spazi di privacy e condivisione.

Queste due soluzioni mettono in evidenza una ricerca di protezione e rifugio, che trova soluzioni in nuove forme dell’abitare all’interno di progetti fai da te da un lato o in forme di supporto da enti preposti dall’altro, ma progettare a tavolino forme di condivisione fornisce una risposta esaustiva ad un diverso modello di società?

La trasformazione urbanistica che ha costruito gli spazi di quella che nel Piano di Gregotti-Cagnardi veniva definita Spina 3, ha implicato la trasformazione di più di un milione di mq e di quasi 3000 alloggi suddivisi in diverse tipologie edilizie: pubblica, convenzionata, privata.

Il progetto, che si articolava come un importante operazione di mutamento da un distretto industriale in un nuovo quartiere, ha posto la principale attenzione verso l’abitare in termini di spazio, progetto, di risorse economiche e offerta diversificata sul mercato immobiliare.

A dieci anni dalla sua realizzazione, osservando la morfologia del tessuto edilizio, il rapporto tra spazi costruiti e spazi aperti e le nuove popolazioni insediate, è evidente che il sistema attraverso il quale questo nuovo supporto si ancora sulle vecchie piastre industriali definisce una generica uniformità che poco rispecchia la volontà di promuovere un nuovo modello di abitare Torino.

 

Ianira Vassallo

PortaPalazzo1 PortaPalazzo2

PortaPalazzo4  VillaggioOlimpico1

VillaggioOlimpico2  VillaggioOlimpico3

Spina3uno Spina3due

 

Urbanism Course – 2nd year – Architecture Bachelor Degree, Polytechnic of Turin. Academic Year 2015-2016.

Professor Cristina Bianchetti. Teaching assistants: Michele Cerruti But, Agim Kercuku, Eloy Llevat, Alice Rosiello, Quirino Spinelli, Ianira Vassallo

Students: Alessandro Nanni, Giulia Quaranta, Alon Shusterman, Strauss Omri, Alice Cappello, Carmelo Carbone, Vittoria Urso, Alessia Veneruso, Nicolò Pasquarelli, Martina Damiani, Milena Vitaggio, Anna Paola Vazzana, Antonio Pangallo, Francesco Pinelli, Erika Vaccarisi, Federica Scaduto, Riccardo Zonato, Chiara Traina, Marco Ugolini, Giulio Saponaro, Alessia D’Elia, Maria Francesca Carboni, Stefania Cassetta, Andrea Capozza, Iacopo Della Rocca, Maria Caterina Dadati, Costanza Brocato, Bianca Bettinardi, Alessandro Cherubini, Federica Casulli, Alice Ottogalli.

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