Skip to content

The consequences of multiplying and expanding of Pops

2

This week Bradley L. Garrett wrote “The privatisation of cities’ public spaces is escalating. It is time to take a stand” on the popular newspaper The Guardian. This article talks about POPS, “privately owned public spaces”. In the city of London the process of privatisation of cities public space is going to encrease and POPS are the clearest evidence of it.

Pops are generally open-air squares, gardens and parks that look public but are not because are owned by important real estates. The consequences of multiplying and expanding of Pops are evident in the citizen’s behavior. They’re changing “everything from our personal psyche to our ability to protest”. This kind of process pays specific attention about some question: Who decide tha city today? (P.Crosta, 1977), what about the right of the city (D.Harvey, 2012) that rappresent “the freedom to make and remake our cities and ourselves is … one of the most precious yet most neglected of our human rights”?

“Pops” è l’acronimo di “privately owned public spaces” (J.S. Kayden, 2000). Questo è il tema che pone Bradley L. Garrett al centro del suo articolo sul The Guardian e della sua ricerca. Si tratta di spazi di proprietà privata che però, attraverso un sistema di regolazione e controllo degli usi, hanno accessibilità pubblica. Morfologicamente presentano i caratteri dello spazio pubblico in senso tradizionale: piazze, portici, strade, giardini…per cui risulta difficile capirne la proprietà o anche solo interrogarsi a riguardo. Si trovano prevalentemente al centro delle grandi metropoli (significativi esempi si possono rintracciare a New York, Tokyo, Los Angeles e Londra) e sono di proprietà di importanti multinazionali e di Real Estate.

L’articolo non solo ne denuncia il progressivo aumento, soprattutto nella città di Londra, ma cerca di indagare le conseguenze che questo fenomeno relativamente recente potrebbe avere sullo sviluppo delle città . Osservare questi spazi oggi, pone infatti alcuni quesiti rispetto non solo al futuro delle città ma anche al ruolo che i cittadini avranno in questo processo.

Che ne è dunque di quel diritto alla città che, come scriveva D.Harvey (2012) “...è molto più che un diritto d’accesso individuale o di gruppo alle risorse che la città incarna: è il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri intimi desideri. E’ inoltre un diritto più collettivo che individuale, perché reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un diritto collettivo sui processi di urbanizzazione. Quello che intendo sostenere è che la libertà di creare e ricreare noi stessi e le nostre città è un diritto umano dei più preziosi, anche se il più trascurato. Come possiamo, dunque, esercitare al meglio questo nostro diritto?”  Chi decide (quindi) la città? (P.Crosta,1977). “Se si assume che il territorio sia il prodotto di una serie di decisione singole e parziali di agenti sociali in conflitto tra loro”. Si può facilmente dedurre che “esistono degli agenti sociali che quando intervengono nei processi di urbanizzazione sono in grado di orientare i meccanismi complessivi di produzione del territorio a loro vantaggio prevalente. Sono costoro in un certo senso gli operatori dominanti” (P.Crosta, 1977).

Riflettere sui POPS ci permette di evidenziare un mutamento dei rapporti tra pubblico e privato nella costruzione dello spazio e soprattutto nella definizione delle politiche urbane. La proprietà privata dilaga nei luoghi che fino a qualche decennio fa rappresentavano spazi di libertà e aggregazione,  luoghi della manifestazione della collettività per eccellenza. Un sistema di privatizzazione dello spazio urbano che regola, progetta, definisce e possiede anche quello che siamo comunemente abituati a chiamare spazio pubblico che conseguenze può avere sulla qualità di vita in quegli spazi e più in generale sulla qualità della vita dei suoi abitanti? A Londra, oggi, risulta difficile rintracciare dove finisce lo spazio privato e inizia quello pubblico. Si assiste ad un definitivo allontanamento dalla concezione habermasiana di spazio pubblico a favore di luoghi ordinati, puliti e strutturati per ospitare la comunità all’interno però di schemi determinati. Partendo da queste riflessioni si può dedurre quindi che lo spazio urbano, oggi, è il risultato di un processo di continua negoziazione, a volte altamente conflittuale, all’interno del quale si ridefiniscono soggetti, azioni e ruoli sociali. Questi spazi rappresentano un cannocchiale preferenziale, attraverso il quale osservare questo mutamento di rapporti e valori. Cambiano quindi gli interlocutori, gli interessi e i soggetti sperimentano nuovi ruoli. Questa nuova dimensione dello spazio pubblico inibisce, infatti, i comportamenti sociali. Il fatto di essere controllati e che alcuni comportamenti siano proibiti limita la spontaneità di chi li vive limitandone l’utilizzo e selezionandone i fruitori.  Ci si allontana quindi dalla possibilità di usi domestici che in qualche modo esprimono un’appropriazione e appartenenza ad un luogo in favore di una normalizzazione degli usi e degli utenti. Ci si allontana dall’idea di uno spazio dove esprimere il dissenso e rivendicare il diritto alla città sopra citato.

I POPS rappresentano quindi un nuovo modello spaziale che modifica la vecchia, quanto mai obsoleta, dicotomia tra pubblico e privato portando ad una progressiva scomparsa dello spazio della comunità in favore di una continuità di spazi di proprietà di alcuni importanti investitori. Forse troppo poco spesso ci si domanda che conseguenze questa ridefinizione delle competenze può avere sulle forme dell’abitare la città. Si assiste però, al contempo, alla manifestazione dei primi sintomi di una crescente ribellione al progetto di privatizzazione della città che si rintracciano nella crescita progressiva di movimenti urbani che diventano sempre più consistenti e attraverso i quali lo spazio urbano e la rivendicazione di quest’ultimo rappresentano l’arena per la manifestazione della volontà e delle esigenze collettive. L’aspetto che hanno in comune queste tendenze, apparentemente contrastanti, è quindi la denuncia di una progressiva e inesorabile debolezza della sfera pubblica che ricopre un ruolo ormai defilato nei processi di negoziazione lasciando spazio ad altri attori che con forza sperimentano nuovi ruoli e definiscono pratiche e progettualità alternative nello spazio.

La proposta di Garrett è quella di mappare in modo preciso e capillare questi spazi in modo da creare una geografia della privatizzazione dello spazio nella città. Inoltre, attraverso una serie di articoli, si propone di esplorare i nuovi significati e le diverse manifestazioni dello spazio pubblico. L’idea è quella di raccogliere testimonianze e pensieri dai lettori per capire anche attraverso le esperienze dirette questo cambiamento. Lo spazio pubblico, quindi, esce fuori dal dibattito accademico. Chissà che non si riesca così a comprenderne più a fondo questo mutamento di valori e concetti.

 

 Ianira Vassallo

1

3

 

http://www.theguardian.com/cities/2015/aug/04/pops-privately-owned-public-space-cities-direct-action di Bradley L. Garrett – The Guardian 06.08.2015

Photo credits in order of appearence: The Granary Square in London’s King’s Cross by John Sturrock for the Guardian; Phnom Penh’s National Stadium by Bradley L Garrett; The proposed redevelopment of Battersea Power Station by LDA Design

Advertisements
No comments yet

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: