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Urban Interiors are not Interni Urbani

Urban spaces used as interiors: it’s not unusual to read the cavities of squares and streets as interiors. However for an argument on the public space in the contemporary city, it is appropriate to clarify this concept. The paper compares two positions. The first one typically of the Modern array of architectural design “Interni Urbani”, the second one that reads the Urban Interiors as a shape “other” of the contemporary public space.

 

Perché gli Urban Interiors non sono Interni Urbani

Come diverse altre città, Torino presenta numerosi luoghi collettivi che sono vissuti come fossero interni. Luoghi nei quali si creano, per qualche motivo delle particolari atmosfere, che Sloterdjik direbbe controllate . Generate dalla densità o dalla specificità di relazioni e usi. Gli interni urbani sono diversamente collocati dentro lo spazio della città e quello delle politiche. Sono spazi per lo più temporanei che si generano in modo inatteso, spontaneo, non guidato. Altre volte sono implicazioni dirette o indirette di azioni pubbliche. Alcuni sono esito di progetti o azioni istituzionali, espressione o ricaduta di un’azione pubblica tesa ad agevolare la ricostruzione di welfare di prossimità entro una progettualità civica o religiosa (come nel caso della Casa del Quartiere di San Salvario). In altri casi sono l’esito non inteso e non voluto di operazioni di rinnovo e riqualificazione urbana, come accade a Borgata Tesso, ai margini di Spina 3, dove la pressione del nuovo, spinge e costringe ad utilizzare diversamente alcuni luoghi. O nel Giardino ex GFT dove si addensano quelle pratiche informali e illegali che si collocavano altrove, prima degli interventi di riqualificazione urbana: esiti perversi di pratiche virtuose. Qualche volta questi addensamenti di pratiche sono addirittura previsti entro progetti urbani che poi, nel tempo, li perdono, come è successo nel caso della riqualificazione, per le Olimpiadi del 2006, dei Mercati Ortofrutticoli Generali.

Altre volte ancora, gli interni urbani costituiscono una sorta di inflorescenza estemporanea del patrimonio monumentale urbano. Prodotti a ridosso di edifici monumentali o al loro interno. E’ quanto avviene all’entrata del Teatro Regio o, per ragioni e con modalità molto diverse, nei cortili della Cavallerizza Reale. Hanno a che fare con istituzioni artistiche, come nei giardini sul retro della Fondazione Sandretto Rebaudengo.

Infine, ulteriori declinazioni si rintracciano nelle pieghe dei tessuti compatti della città: a San Salvario, al quartiere Campidoglio, dentro i grandi parchi urbani: sorta di variante, più o meno aggiornata, dello spazio pubblico tradizionale, o sistema parassitario “agganciato” alle grandi attrezzature urbane, ai grandi spazi commerciali, alle nuove infrastrutture (dossier). Spazi che contengono molte storie. Il cui dimenticato archetipo è il “buco” de Les Halles in Touche pas la femme blanche.

Spazi urbani utilizzati come interni. Non è inusuale leggere le cavità di piazze e strade come interni. Ma per un ragionamento sulle modalità dello spazio pubblico nella città contemporanea, è opportuno fare chiarezza. C’è una lunga tradizione, costitutiva dell’approccio milanese (meglio sarebbe dire “decarliano” con riferimento alle posizioni e all’insegnamento di Calo De Carli), una tradizione sviluppata negli anni del dopoguerra, ripresa negli anni 80 e ora in declino. Entro la quale l’interno urbano è, per traslazione, la chambre à ciel ouvert. Un’immagine chiara e fissa. Definita da tre piani: un’idea di spazio come atmosfera naturale o condizionata nella quale i corpi sono immersi; margini solidi; arredamento fatto di attrezzature fisse e mobili. Un interno urbano pone, entro quella tradizione, un problema di composizione ed arredo: di trasformazione di luoghi urbani in spazi domestici. Si tratta di una posizione pervasa da un’ansia del delimitato, ben visibile, circoscrivibile dallo sguardo e dall’esperienza. Qualcosa che ricorda molto da vicino le preoccupazioni di Buls e dei cultori dell’arte urbana. Come nell’arte urbana, i piccoli spazi raccolti e identitari giocano contro piazze «gigantesche e stralunate», le proiezioni simboliche danno identità e torna il landscape. In realtà quella che la tradizione milanese rivendica è un’altra storia, tutta compresa nei 50 anni tra «le dehor est toujour un dedan» di Le Corbusier nelle conferenze argentine del 1929 e l’interno urbano come «struttura interiore complessa » di Norberg-Schultz nel 1979. In altri termini, ci si vuole ricondurre al moderno, senza riuscire ad eludere il suo opposto.

Nelle indagini torinesi sullo spazio pubblico contemporaneo si è praticata una diversa accezione di Urban Interior. Sciolta da catene che riallacciano nozioni di stanza, recinto, teménos, hortus conclusus. Qui il termine è usato in modo diverso. Urban Interiors sono definibili in ordine allo spazio urbano, non all’architettura; sono espressione più diretta di un’interruzione nella continuità dello spazio aperto; spazi poco esposti, seminascosti, spazi in cui si trova qualche forma di riparo. Non definibili dalle connotazioni morfologiche, ma dagli usi, dalle relazioni, dai corpi, hanno a che fare con i modi dello stare in pubblico. Altra forma dello spazio pubblico.

I caratteri materiali di questi luoghi hanno un importante ruolo nel definire il loro essere interni urbani. Ma contano poco gli aspetti formali. E’ rilevante il trattamento del suolo (asfaltato, lastricato, ciottolato, erboso). Lo sono le condizioni topografiche, così come la presenza di edifici che spesso fungono da elementi di separazione e delimitazione, osmotici, vere e proprie membrane capaci di filtrare individui, azioni, luce, rumore. E’ altrettanto importante il microclima che in essi si genera; il loro comfort. Gli interni urbani possono avere gradienti diversi di chiusura, di introversione: a volte sono veri e propri incavi, altre volte, spazi di passaggio.

Ma soprattutto sono spazi che non valgono in sé, ma per ciò che dicono dell’urbano (aspetto bene reso, dai fraintendimenti circa i playgrounds di van Eyck). Spezzano una continuità tra dentro e fuori. I padiglioni, i giardini segreti, le chambres ouvertes sono luoghi autosufficienti, ben definiti, ben delimitati. Gli Urban Interiors torinesi sono frammenti di sequenze disarticolate di nascondigli, ripari, spazi protetti. E un insieme di sequenze disarticolate è il contrario dello spazio scenografico del moderno. Non c’è unità sottostante; non ci sono centri pre-determinati. Non è il terreno sul quale si costruisce il consenso. Siamo decisamente oltre il riflesso fisico del pubblico habermasiano. Perché questo non è mai uno spazio neutro. Tanto meno liscio. E’ sempre striato e strutturato egemonicamente. Mentre il progetto moderno ha sempre pensato allo spazio pubblico come ad un supporto flessibile, continuo, permanentemente adattabile ed aperto. Al di là del buone intenzioni, i tentativi della cultura architettonica e urbanistica di costruire spazi aperti a tutti, nel nome della democrazia, si infrangono contro ostacoli di sfondo, come ha constatato recentemente Paolo Ceccarelli.

Dello spazio pubblico si può dire quel che egli dice della città rivista entro le chiavi della continuità, della flessibilità, della porosità: immagini stimolanti, che spingono «a cercare e trovare soluzioni diverse, anche se cozza[no] con un mondo che non può essere poroso se non a pena della sua autodistruzione. Un mondo che (almeno in questa congiuntura del potere) inevitabilmente frazionato  e che porta ( e riproduce) la sua frantumazione in monadi all’interno della città che a sua volta sta diventando il tutto. Forse in una situazione di questo tipo quello che conta è accettare la frantumazione, ottimizzare il funzionamento dei frammenti, ragionare sullo scarto tra situazioni e da questo rapporto conflittuale o quanto meno dialettico provare a costruire una nuova realtà. Un’epoca di città meno linde e ordinate, meno rispettabili, o più dure da vivere, conflittuali, con equilibri in precario, con guerre di conquista di propri territori e processi di espulsione, ma anche laboratori di una nuova umanità, come lo sono state in altre epoche: non rispettabili case di riposo per vecchi europei» (dattiloscritto inedito, 2015). La sfida dello spazio pubblico è coerente a questa esortazione.

 

Cristina Bianchetti

 

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