Skip to content

Points of inflection. Three cautions towards 2045

The title of the XVIII SIU National Conference, Italy 45-45, invite us to think about anachronisms, discontinuities and temporal thresholds comprised in a century. It allows us to reflect on the ways, often allusive and ambiguous, through which we move from a background to another, from an urban vision to another, from one form of the project to another. We do so without thinking that what follows has to be understood as necessarily better or worse than what precedes (old vice of the historicism). In the meantime, we do so without separing what follows with what precedes (the ugliness and the stupidity, someone says, have retroactive effects). Frames, urban imaginary, projects don’t stand in front of us, we’re into them. In this sense (that has not to be intended as performative), backgrounds offer illusions. They orient. They build arguments and reasons that, as the the old Habermas says, «repair the social intertwining of intentions and actions». With these two traditional, but also important, premises (either linear or deductive chains), I’m trying to recall some discontinuities that mark Italy 45-45. The sequence that I will point out is traditional. I tried to read it again from the point of view of the project, marking, at the end, three cautions for the next thirty years.

 

Punti di flesso. Tre cautele, verso il ’45

Il titolo della XVIII° Conferenza Nazionale della Siu, Italia 45-45, racchiudendo un secolo, invita a ragionare su anacronismi, discontinuità, sezioni temporali: sui modi, spesso allusivi e deformanti, con i quali si passa da uno sfondo ad un altro, da un immaginario urbano ad un altro, da una forma del progetto ad un’altra. Senza che ciò che segue debba essere inteso come necessariamente migliore o peggiore di ciò che precede (vecchio vizio dello storicismo). Né che possa essere da questi completamente separato (della bruttezza e della stupidità, si dice, hanno valore retroattivo). Sfondi, immaginari, progetti non stanno davanti ai nostri occhi, ci siamo dentro. In questo senso (e non in modo performativo), gli sfondi offrono illusioni, indirizzi; orientano; costruiscono ragioni. Le quali, come afferma il vecchio Habermas, «riparano l’intrecciarsi sociale delle intenzioni e delle azioni». Con queste due premesse, consuete, ma doverose (né linearità, né concatenazioni deduttive) ho provato a riprendere alcune discontinuità che segnano l’Italia 45-45. La scansione è tradizionale. Ho provato a rileggerla dal punto di vista del progetto. Auspicando, in conclusione, tre cautele per i prossimi trent’anni.

 

Un primo sfondo: la Golden Age

Il primo sfondo è quello della Golden Age: la fase del capitalismo fordista al suo apogeo. Connotata dalla crescita dei redditi, dal moltiplicarsi di attività dipendenti o indipendenti, dal diffuso spostamento verso l’alto delle condizioni di vita. Ma anche dai benefici effetti del welfare-state e da un eccezionale mutamento dei consumi che Pierre Bourdieu ha reso visibile a mezzo del concetto di «distinzione». In pochi anni si ridefiniscono nuovi assetti nella regolazione dell’economia e della società, entro una prospettiva attenta al miglioramento delle condizioni di vita per la maggior parte della popolazione e all’istituzionalizzazione del conflitto sociale (attraverso una declinazione forte del concetto di rappresentanza). E’ il capitalismo regolato. Segnato da una straordinaria congruenza tra economia, società, territorio.

Gli anni della Golden Age sono anni importanti per la cultura architettonica. Si è riflettuto molto su questo punto, ma forse non abbastanza. Un colto e diffuso professionismo cerca di dare risposta a nuove esigenze. Non è solo questione di incrociare una committenza desiderosa di un abitare raffinato. O di scandagliare il nuovo fronte della domesticity sostenuta dagli orientamenti dello sviluppo industriale e dalle sue maschere consolatorie. In Italia, come in Francia e in alcuni altri paesi europei, il fronte della cultura architettonica è attratto e assorbito dalle politiche abitative per i gruppi sociali a minor reddito. Trovando lì spazio per un nuovo sperimentalismo non più al servizio dello stile, ma della socialità e politicità dell’architettura. Non solo dunque strategie di distinzione da assecondare, ma politiche di sussistenza cui contribuire, aderendo a eccezionali laboratori politici. Il Piano Fanfani in Italia (come l’Operation Million in Francia) danno via ad un intenso lavoro di costruzione di case, ma anche di messa a punto di metodologie progettuali tese a rispondere, con buon livello, alle esigenze abitative degli strati meno agiati della popolazione. Il principio morale di Bentham, (la bontà di un’azione non deve essere giudicata dalle intenzioni, ma dalle conseguenze) e la sua trascrizione nelle politiche sociali del dopoguerra (le plus grand bonheur pour le plus grand nombre), costruiscono un formidabile campo professionale. Senza cinismo e malcelate ipocrisie. La Golden Age con la sua sfida alla regolazione dei mercati apre all’affinamento di una competenza tecnica che si sviluppa su più piani e definisce nuovi campi d’azione per un professionismo bene intenzionato e narcisisticamente attratto dal proprio engagement: alla ricerca di conferme del proprio ruolo sociale e di riprove del proprio impegno civile.

Anche la critica che l’architettura radicale esprime nei confronti della società di massa è tutta dentro questa stagione. Estranea ai modelli francofortesi della fine degli anni Sessanta, così come all’onirica rivoluzione della cultura giovanile americana nutrita di pacifismo, naturismo e misticismo (della quale peraltro recupera alcune icone). Storicista a suo modo e forse inconsapevolmente, poiché nell’enfasi posta alle discontinuità, alle fratture, al mutamento cela un’ansia  di superamento che è propria dello storicismo. Così che l’architettura radicale della fine degli anni Sessanta finisce con assomigliare, paradossalmente, a ciò che voleva superare. Senza contare che fin da subito deve fare i conti con la critica dell’utopia. Quando Mario Tronti, nel 1966 sosterrà con piglio affermativo che «premettere il modello di una società dell’avvenire  all’analisi di quella attuale è un vizio ideologico borghese», le cose si faranno più complicate per i giovani radicali: non si parlerà più di utopia, di futuro, di prefigurazioni immaginifiche. Ma delle contraddizioni della realtà. Un patteggiamento, meglio, uno scivolare: dal kitsch visionario al «verismo esistenziale»; dall’utopia al disvelamento.

La Golden Age è un diverso sguardo sulla città non solo nelle peripezie del radicalismo fiorentino. Per molti, forse per tutti, la città non è più sfondo, ma luogo di definizione e costruzione dei problemi della società industriale. Ogni sforzo va alla messa a punto di teorie urbane all’altezza delle nuove condizioni: al lessico, agli strumenti, ai progetti che in Italia, come nel resto dell’Europa, lo strutturalismo aiuterà a concepire, con la sua attitudine acrobatica e agile nel mettere a fuoco sistemi intelligibili, aperti, temporali e flessibili. Alla città, che è già metropoli, si adatta senza sforzo una visione fiduciosa e olistica, intessuta delle infinite relazioni «between things and within things»: ben oltre le separazioni, i distinguo, le soluzioni universali del funzionalismo.

Saranno i grandi progetti degli anni Ottanta a decretare il rovesciamento di questa fase, che per sé era già finita da tempo, come dice Bagnasco parlando dei primi scricchiolii negli «incerti anni Settanta». E’ l’ambizioso programma di Mitterand: i Grand Projects, proiettati oltre il paradigma della città industriale. Da lì, dalla partecipazione di alcuni importanti architetti a quel programma, prende corpo, in Europa, un diverso immaginario urbano. Con slittamenti che sono leggibili in alcune celebri vicende. La più significativa, forse, è quella che riguarda il Parc de la Villette a Parigi, il terzo parco della città, per il quale è avviato un concorso internazionale. In modo ideologico, prima ancora che cinico, i progetti per il Parc de la Villette reinterpretano i mutati rapporti tra capitale e lavoro, nella fase di ascesa di un neo-liberismo aggressivo e potente. Lo stesso bando di concorso esprime l’esigenza di ripensare, nella città, luoghi che possano fungere da acceleratori di una nuova cultura metropolitana. Quasi a prefigurare un differente ethos sociale, con tutto l’apparato ideologico che il passaggio si porta dietro, fatto di seduzione, creatività, sperimentazione. Apparato appreso dalle lotte degli anni Settanta e rigettato, depotenziato e sfavillante, entro il nuovo spirito del capitalismo, per usare le parole di Boltanski. Il progetto urbano è un laboratorio straordinario di sperimentazione di questo rigetto: creatività, sperimentazione, immaginazione divengono ovunque imperativi. Ancora oggi, ogni spericolato tentativo di costruire un nuovo canone della cultura progettuale della seconda parte del Novecento, incappa negli anni Ottanta come in una grande faglia.

 

Un secondo sfondo: i felici anni Novanta

Al capitalismo regolato segue quello sregolato. A quello «paziente» dell’economia fordista, quello «impaziente» della finanziarizzazione. Gli ultimi due decenni del secolo sono la Belle Époque dell’economia neo-liberale e del suo credo che celebra le forze del mercato, l’iniziativa individuale  e la crescita della produttività come unici fattori che permettono, a lungo termine, di migliorare redditi e condizioni di vita. In particolare quelle dei più sfavoriti. E pertanto prescrive che l’azione pubblica di redistribuzione sia moderata, limitandosi ad interferire il meno possibile con tutto ciò che ha attorno. In questi anni si sciolgono le congruenze ostinatamente costruite nella fase precedente: qualche osservatore (Dahrendorf, prima di altri) incomincia a paventare l’impossibilità di tenere assieme coerenza sociale, sviluppo economico, democrazia. Le traiettorie si complicano, non è una rupture, ma il corrompersi di percorsi che si interrompono e si intrecciano. Il grande meccanismo di inclusione sociale del welfare appare per alcuni aspetti inadeguato, per altri non più sufficiente.

Sul piano territoriale è la grande stagione della dispersione, o meglio degli studi sulla dispersione che pongono al centro un abitare la cui figura è la sconnessione, l’assenza di relazione, la rottura dei legami. Non più la potenza, la gerarchia dei principi morali, ma la confusione speculare: un’orizzontalità dove è sempre più difficile reperire la differenziazione simbolica (un po’ come nei giochi dell’architettura radicale di trenta ani prima). Sul piano progettuale è la grande stagione del progetto di paesaggio, ricostruita da Angelo Sampieri qualche anno fa. Tutto si declina in paesaggio. La celebre (e facile) affermazione di Renato Nicolin, «Tutto è paesaggio» sancisce la costruzione di un immaginario ancora diverso: uno sfondo globale, duttile, complesso che recupera in modo olistico la relazione tra finitezza dei luoghi e dimensione complessiva. E ciò avviene non solo nella cultura architettonica, come testimoniano alcune straordinarie pagine di Antonio Moresco sul carattere aspro, abrasivo di un olismo rude e corrosivo. Nel campo degli studi sociali, l’Almanacco Friendly di Laura Balbo (1993) testimonia un clima di fiducia pervasivo. Nel campo professionale dell’architettura e dell’urbanistica, un’infinità di progetti di tutte le scale, utilizzano il riferimento al paesaggio per ridisegnare le forme dello stare insieme, dell’abitare. Entro un umanesimo vagamente romantico. Entro un rapporto tra territorio e società mediato dalla cultura. Le radici nella stagione americana degli anni Cinquanta sono ancora visibili, transitate da una generazione sensibile al vernacolare, come segno di libertà e emancipazione. Di cui è evidente lo sguardo antimodernista.

Di nuovo, una decina di anni dopo, è la durezza della crisi a decretare il rovesciamento di questo secondo sfondo. Le promesse sono ancora una volta ritirate. La crisi rende i territori europei friabili. L’immaginario del landscape, fluido e continuo, non intercetta le nuove tensioni e le schegge che queste lasciano sul territorio: brandelli di capitale fisso sociale, di patrimoni pubblici e privati, di aree agricole o produttive. E’ quasi imbarazzante parlare di crisi. Le parole si usano, si consumano, cambiano significato. La parola crisi più di altre è andata incontro, lungo tutto il Novecento, a forti mutamenti che qui non è possibile neppure richiamare: si può dire che tutta la filosofa del Novecento abbia lavorato su questa nozione.  Il che l’ha resa quasi intrattabile. Utilizziamo questa nozione come un rivelatore della tensione radicale tra processi spaziali che hanno manifestazioni e origini differenti: mutamento dei rapporti tra capitale e lavoro; cadute tendenziali del saggio di profitto; irrigidirsi del rapporto tra economia e risorse; cambiamenti climatici, invecchiamento della popolazione; crescita di diseguaglianze; debolezza istituzionale. Cambiano ancora una volta sfondi e progetti. L’immaginario smette di essere comprensivo, si rapprende attorno ad alcuni luoghi. Logiche ed utopie diventano logiche ed utopie di nicchia. Entro questo nuovo sfondo molecolare e disarticolato, il sogno modernista di un territorio nel quale tutto si ricompone, la grande Broadacre City, torna come slancio immaginativo e utopico di un progetto che si vede già oltre: nei contorni sfumati di ciò che Paola Viganò chiama Métropole Horizontale.

 

Verso il prossimo ‘45

Il nostro tempo è esito di una collusione tra la spinta irruenta della Golden Age, con la sua potenza auto-affermativa e quella del neo-liberismo forsennato, del capitalismo finanziario. Una collusione che ha lasciato a terra molti pezzi. I territori europei galleggiano in una friabilità che li rende estranei a forme stringenti di pensiero e progetto. Il mutare delle condizioni ha strettamente a che fare con il riarticolarsi, nello spazio, di norme, diritti, valori entro uno slittamento che ci porta lontano dal XX° secolo. Cambia il senso di domande fondamentali: cosa significa essere protetti? cosa significa vivere bene? cosa significa essere governati? Entro questa friabilità complessiva è difficile immaginare, a sbalzo, il progetto dei prossimi trenta anni. Gli studi che ho condotto con un piccolo gruppo di colleghi, dottorandi e studenti in questi anni, dapprima sui territori della condivisione, poi sulle implicazioni della crisi nei territori europei, infine sulle diverse forme dello spazio pubblico, aiutano, più limitatamente, a individuare alcune cose che sarebbe saggio, il progetto non facesse. Auspici più che previsioni. In tre direzioni differenti  tra loro un po’ sconnesse.

Sarebbe saggio evitare, innanzitutto, gli schematismi del nuovo funzionalismo che sta tornando ad essere irruente. Il paradosso è che il funzionalismo torna sulla scorta di studi che si dicono nascere dal basso, attenti all’ordinario, al quotidiano, alle pratiche: osservate, catalogate, misurate, accolte e guidate. Esattamente come accadeva per le massaie confinate nelle cucine svedesi di Kitchen Stories. Solo che Bent Hamer racconta un sogno di normalizzazione (meglio, un incubo) degli anni Cinquanta. Anni in cui Bourdieu, de Certeau, Lefevre non potevano essere chiamati a legittimare alcunché. Il nuovo funzionalismo è banale: riscrive il rapporto tra spazio e individuo a partire da silhouette bisognose di comfort e consolazione. Soggetti scarnificati, astratti, predefiniti nei comportamenti e nei valori: il pedone, il ciclista, il bambino, l’anziano. E su quelli costruisce il progetto. Sostituendo la città «bella, sana ed economica» di Luigi Piccinato (1936), con la città «animata, sostenibile e sana» di Jan Gehl (2012), qual è il passo in avanti?  Il nuovo funzionalismo si dice umanista. L’accoppiamento non deve stupire, ha una storia. L’umanesimo, che già Nietzsche giudicava esausto, ha avuto nel Novecento così tante declinazioni che è difficile orientarsi. Invece di mettere al centro l’uomo per trattarlo come un fantasma, sarebbe più interessante che il progetto ripensasse la centralità del corpo come «canale di transito», come operatore di relazioni complesse con lo spazio. Una direzione opposta a quella dei fantasmi e delle silhouette. Gli studi sullo spazio pubblico e sulle sue forme (“interiors”) nella città contemporanea, hanno sottolineato il carattere cruciale di questo aspetto (già sollevato da Sennett).  L’urbanistica (come il diritto, l’economia, la filosofia, ci dice Esposito) deve fare i conti con la scorporazione che ha attraversato i rispettivi campi, producendo errori molto simili. Il primo auspicio è dunque che il progetto abbia la forza di rimettere al centro il rapporto tra corpo e spazio. Che lo voglia fare nella direzione fenomenologica, in quella biopolitica o nel recupero della soggettività antagonista nella declinazione della moltitudine non è ovviamente indifferente.

Sarebbe anche saggio evitare, questo un secondo punto, il costruirsi del progetto sull’opposizione tra familiare ed estraneo: vecchio orientamento che ha segnato la progettazione urbanistica novecentesca nella quale è difficile ritrovare una familiarità di spazio che rimandi anche e nel contempo, ad un’alterità: o familiare o estraneo, o circoscritto o indefinito, o intimo o esposto. Al contrario, un’attenta riflessione sullo spazio contemporaneo evidenzia la necessità di uscire da questa facile separazione. Servono nozioni più articolate e complesse: i vecchi binomi (tra loro largamente imparentati): familiare ed estraneo, individuale e collettivo, domestico e esotico, privato e pubblico, catturano poco del modo in cui si sta nello spazio (in senso ampio: si abita, si lavora, ci si appropria, si rivendica …). Se si vogliono usare quelle aggettivazioni, bisogna tenere conto che si tratta quasi sempre di piani sovrapposti, proiettati l’uno al centro dell’altro, non disgiunti. Ma neppure convergenti, concilianti in modo consolatorio. Spesso segnati da reciproche ostilità. Lo spazio domestico è interno, familiare e nel contempo «fondamentalmente velato», ostile, inquietante. Lo spazio pubblico è segnato, al contempo, da intimité ed extimité dimensioni opposte nelle quali ci si sottrae allo sguardo dell’altro, o lo si cerca. E, come ho cercato di dire altrove, strettamente connesse con il potere. Considerare quelle categorie come non esclusive, non banalmente oppositive, non significa depotenziarle, alternarne, sostituirle. Ma muovere una dimensione di pensiero e di progetto diversa da quella messa in campo dall’uso univoco e separato degli strumenti classici quali: prossimità, distanza, identità, separazione. Certo non è certo facile, ed è necessario un intenso sforzo teorico e immaginativo per superare consuetudini molto radicate.

Infine sarebbe saggio non trascurare le nuove forme (territorializzate) della sovranità e del conflitto: il fatto che la sovranità, sottratta per molti aspetti, si ritrovi ricacciata in quei piccoli spazi nei quali è ancora possibile esercitare una propria volontà. Il ridisegno della territorialità non è, beninteso, celebrazione del localismo o dei «falsi miti» della società civile, o dei tanti «rifugi [in un] mondo senza cuore. E’ la scala micro della sovranità che coesiste con quella macro delle dinamiche globali. Per molti aspetti obbligata e difensiva: si pensi al welfare «dal basso». Per altri, espressione di una più libera della strutturazione di consumi e stili di vita: si pensi all’«entre nous» come modello di nuove relazioni, non solo abitative. Per altri ancora, condizione nella ricerca delle soluzioni a problemi e conflitti locali: si pensi a come oggi lo spazio diventa fattore di coagulo del dissenso. Il conflitto nasce sempre più frequentemente come contestazione di scelte di trasformazione del territorio entro azioni di difesa che accendono focolai di diversa portata. E’ un dissenso che «non mette radici, non crea blocchi sociali, è pronto a emigrare da un luogo all’altro». Molto diverso dal conflitto strutturato verticalmente entro schemi oppositivi, magari costruiti, come negli anni Settanta, su differenze generazionali. Laddove la generazione precedente, vista come potenza della tradizione e dell’autorità era vissuta come ostacolo alla realizzazione del desiderio. Non c’è più quella forma edipica del conflitto. Ma un antagonismo errante, difensivo, altra faccia di una condivisione (questa sì poco mobile e molto radicata). Forme diverse di sovranità. Meglio di una micro sovranità che non riesce a coagulare e fatica a trovare l’energia sufficiente per mettere in moto qualcosa di diverso.

 

Conclusione

Rischi del funzionalismo, binomi ereditati, nuove forme territoriali della sovranità e del conflitto alludono a sfide importanti. A fronte delle quali bisogna riattrezzare un pensiero progettuale. In questi anni di ribaltamento di tutto, si recupera, con molta forza, la specificità dell’Italian Thought, il cui successo è testimoniato dall’ampia ricezione internazionale di alcuni autori, dai numerosi convegni, antologie, numeri monografici di riviste, ricerche di dottorato. Ovunque si dichiara una sintonia profonda tra quel pensiero, intrecciato all’operaismo italiano degli anni Sessanta e alcuni tratti costitutivi del nostro tempo. Una sintonia poco intuitiva, ma radicata nella messa a punto (o rimessa a punto) di nozioni quali comune, biopolitica, antagonismo, moltitudine, immanenza. Nozioni considerate veri e propri commutatori semantici del pensiero contemporaneo. Il rischio di compattare prese di parola differenti, sorrette da intenzionalità anche divergenti è forte (ed è lo stesso che ha segnato la ricezione statunitense della French Theory). Ma al di là dei rischi e delle esagerazioni, credo sia lecito chiedersi se quei commutatori funzionino anche nel ricostruire qualche robusta cornice di sfondo per il pensiero progettuale contemporaneo. Se, in altri termini, questa storia ci tocchi oppure no. Se la rielaborazione necessaria di un pensiero critico sul territorio e il suo progetto riesca ad avvantaggiarsi del «tempo propizio» del pensiero filosofico italiano. L’ultimo auspicio è dunque quello di una riabilitazione complessiva, rigorosa e severa, di una capacità critica di pensare il territorio in questo nuovo e complicato sfondo in cui la crisi ci ha posto.

 

Cristina Bianchetti

 

 

 

 

 

 

Advertisements
No comments yet

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: