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The crisis as a detector of a radical tension between processes

The thesis seminar “Territories in Crisis”, collects seven studies that have different reasons and objectives and dealing with different places. What unites them is a style of work and some positions of background that we try to point out in this short note through three statements. The notion of crisis is used as a detector of a stress between radical transformation processes of the territory and at the same time as revealing the changing forms, modes, the intention of architectural design and planning (1). What remains of the transformation processes of the European territory after several years of crisis, it is both familiar and unexpected. Today the project has mainly to do with these fragments (2). In this mobile framework, what if it falls apart are the cognitive and practical models built on the growth paradigm that has emerged with force, during the so-called Golden Age (3).

La crisi come rivelatore di una tensione radicale tra processi

Il seminario di tesi Territories in Crisis, raccoglie sette ricerche che hanno ragioni e obiettivi differenti e si occupano di luoghi diversi[i]. Ciò che le accomuna è uno stile di lavoro e alcune posizioni di sfondo che proviamo a precisare in questa breve nota attraverso tre affermazioni. La nozione di crisi è utilizzabile come rivelatore di una tensione radicale tra processi di trasformazione del territorio e nel contempo come rivelatore del mutare delle forme, dei modi, delle intenzioni del progetto di architettura e di urbanistica (1). Ciò che resta dei processi di trasformazione del territorio europeo dopo alcuni anni di crisi, è nel contempo familiare e inaspettato. Con questi frammenti ha oggi principalmente a che fare il progetto (2). In questo quadro mobile, quel che se ne va in pezzi sono i modelli cognitivi e pratici costruiti sul paradigma della crescita che si è affermato, con forza, nel periodo della cosiddetta Golden Age (3).

  1. La nozione di crisi: una precisazione sull’uso

La nozione di crisi è da molti considerata inadeguata alla fase che stiamo attraversando, in quanto espressione di un mutamento congiunturale. Può essere che, prudentemente, essa debba venir sostituita da locuzioni diverse, come quella di «stato di crisi , cui in molti oggi si affidano. Ma questa non è una questione terminologica. Le parole si usano, si consumano, cambiano significato. La parola crisi forse più di altre è andata incontro, lungo tutto il Novecento a forti mutamenti che qui non è possibile neppure richiamare: è stata al centro dell’attenzione ossessiva che la scuola di Francoforte ha posto al mutamento socio-culturale; della decostruzione propria della cosiddetta French Theory; della riflessione sui caratteri costituzionalmente conflittuali della prassi politica nel pensiero radicale italiano. Si può dire che tutta la filosofa del Novecento abbia lavorato sulla nozione di crisi.  Il che l’ha resa quasi intrattabile.

Il nostro riferimento alla crisi è piuttosto semplice: allude ai rivolgimenti nell’ordine economico globale degli ultimi otto anni. Più precisamente utilizziamo la nozione di crisi come rivelatore di una tensione radicale tra processi di trasformazione del territorio. Un primo obiettivo di questo seminario è discutere nuove condizioni territoriali che si sono determinate in questi otto anni di crisi, con particolare (ma non esclusivo) riferimento ai territori europei. Ovviamente senza alcuna pretesa di ricostruire questioni generalizzabili o casi esemplari. Ma con l’intento di osservare situazioni significative di una condizione radicalmente mutata.

Crisi, dunque, come rivelatore del mutare delle condizioni territoriali. Ma anche rivelatore del mutare delle forme, dei modi, delle intenzioni del progetto di architettura e di urbanistica. Riferirsi alla crisi in questo modo può apparire riduttivo e cinico. Non pensiamo sia così. Non pensiamo che le condizioni del progetto abbiano a che fare unicamente con gli incessanti e faticosi aggiustamenti interni alle discipline territoriali. Il progetto ha piuttosto a che fare, come Bernardo Secchi ha insegnato, con il benessere della popolazione[ii]. Un benessere che non può essere unicamente ricondotto a livelli di reddito disponibili a ciascun individuo. Ma che dipende in buona misura dalle condizioni ambientali nelle quali si abita. Condizioni sulle quali il progetto incide migliorandole, se è un buon progetto, peggiorandole, se è un cattivo progetto (il che significa anche che la presenza di un progetto non è sempre meglio della sua assenza, come la tradizione più riduttiva del riformismo urbanistico italiano ha, a volte, affermato).

  1. La tensione tra condizioni familiari e inaspettate

La ricerca Territories in Crisis[iii] ha esplorato situazioni di crisi entro territori europei. Crisi di patrimoni pubblici e privati e di un fitto capitale fisso incorporato al suolo. Crisi che si esprimono entro giochi minuti, ma spesso aspri delle condivisioni e dei conflitti. Crisi generate da forme di riconquista di territori e di eredità di cui non si riesce a cogliere la dimensione generativa. Il corso di Urbanistica condotto nel Triennio di Architettura al Politecnico di Torino questo anno[iv] ha analogamente indagato situazioni di crisi, ridefinendo il campo dell’indagine al Piemonte nord occidentale.

Quello che le numerose situazioni indagate ci dicono è che la grande fase della crescita urbana è terminata. Quel processo, nelle diverse forme che ha assunto lungo il Novecento, si è, negli ultimi decenni, bruscamente arrestato, quasi ovunque in Europa[v].

Al suolo sono rimasti alcuni frammenti: suoli produttivi non più utilizzati, capitale fisso sociale di tutti i tipi, aree agricole, quartieri di edilizia pubblica, riserve di naturalità depotenziate. Ma la crisi non produce unicamente lasciti e rovine. Il panorama è più complicato[vi]. A situazioni territoriali in difficoltà si mescolano episodi di re-industrializzazione. All’arresto dell’urbanizzazione, qualche sua nuova forma. All’abitare condiviso, la polarizzazione e la diseguaglianza. Alla cura del capitale fisso sociale, la spinta aggressiva della capitalizzazione. Al rapido invecchiamento della popolazione, l’irruenza di nuovi flussi migratori. Ovunque si colgono incongruenze tra spazi e popolazioni, eccessi surplus e drammatiche carenze.

Ciò che resta dei processi di trasformazione del territorio europeo dopo alcuni anni di crisi, è nel contempo familiare e inaspettato.

Con questi frammenti di situazioni familiari e inaspettate, il progetto di architettura e di urbanistica ha oggi principalmente a che fare. L’arresto di quei processi di urbanizzazione che avevano costruito (seppure a fasi alterne) i territori europei nella seconda parte del Novecento costruisce un orizzonte diverso per il progetto. Richiede nuove interpretazioni, nuove immagini, nuove mosse progettuali e nuovi slanci immaginativi. I sette casi indagati in questo seminario sono occasione per misurare differenti mosse progettuali.

  1. Nuovi orientamenti

In questo quadro mobile, quel che se ne va in pezzi sono i modelli cognitivi e pratici costruiti sul paradigma della crescita che si è affermato, con forza, nel periodo della cosiddetta Golden Age[vii]. Modelli che hanno riguardato innanzitutto l’economia e la politica (si pensi alle teorizzazioni keynesiane o shumpeteriane con le loro incongrue mescolanze di matrici neoclassiche e marxiane e i loro loop di distruzione e ricostruzione del capitale fisso). Su quei modelli, lungo il corso del Novecento, si è costruita molta parte del pensiero urbano, secondo una varietà di figure e formazioni discorsive. Il caso di Toulouse le Mirail è espressione di come quei paradigmi si siano depositati in un’idea precisa e sofisticata di organizzazione spaziale.

Caduti quei quadri di riferimento, necessitano di essere ripensate le relazioni tra spazi edificati e naturali, urbani e industriali, laici e religiosi, infrastrutturali e manifatturieri. Anche la stagione del landscape, l’ultima forse in ordine di tempo, con le sue ambizioni di ricostruire da capo un terreno praticabile per il progetto, sembra oggi ridisegnarsi su uno sfondo inattuale, ancora debitore di quella concettualizzazione “frendly” propria degli anni Novanta[viii].

In un momento in cui in Italia il Ministro Delrio auspica nuovi grandi ridisegni di ricomposizione delle opere infrastrutturali (portuali), pallida eco di una stagione passata, o in Francia si insiste sul carattere (ancora) anti-ciclico di opere che permettano di ri-orientare in maniera massiccia l’economia verso attività non inquinanti, energie rinnovabili, reti di informazioni più eque, i nostri “territori nella crisi”, pongono alcuni dubbi sul carattere risolutore delle grandi opere e guardano con diffidenza alla facile consolazione del riciclo e del riuso (quest’ultimo peraltro tutto ancora interno alla logica della crescita, se non di consumo di suolo, di risorse, intelligenze, intenzioni).

Difficile, con l’esibizione muscolare delle grandi opere o con le forme astute e minute del riciclo, riuscire a far fronte al mutare delle gerarchie di valori e di diritti innestate dalle crisi entro processi di trasformazione territoriale che rimangono per metà familiari e per metà inaspettati. Torino, Gemp, Biella, Marsiglia, Tolosa, Quilpuè sembrano richiedere un fare più cauto e attento. Un fare che pragmaticamente si ponga il problema del funzionamento minuto, del surplus, delle eccedenze, della cura di ciò che a fatica sembra rigermogliare.

In altri termini, impongono di chiedersi, da capo, cos’è spazio religioso, cos’è parco, cos’è spazio polarizzato, grande infrastruttura territoriale, patrimonio, distretto. Fuori dalle concettualizzazioni del passato.

 

Note:

[i] Religion within the City. Torino (Elena Romanazzi); Re-Industrial Territories. Gemp (Marina Fochi); After the Textil. Biella (Mirko Mantovan); City and Inequality. Marseille (Louis Martin); Lack between People and Place. Toulouse le Miraille (Marta Fiou); The Care of Public Space. Cavallerizza Reale, Torino (Argun Paragamyan, Lodovica Valletti); Soil and landscape. Quilpué, Chile (Nicole Labb).

[ii] B. Secchi, La città dei ricchi e la città dei poveri, Laterza, Bari, 2013.

[iii] Territories in Crisis, Politecnico di Torino-EPFL, 2013. https://territoridellacondivisione.wordpress.com/category/i-research/territories-in-crisis/

[iv] Corso monografico di Urbanistica, II anno Triennio in Architettura, Politecnico di Torino, a.a. 2014-2015, prof. Cristina Bianchetti, assistenti Agim Kercuku e Ianira Vassallo con Michele Cerruti But. https://territoridellacondivisione.wordpress.com/category/ii-education/design-unit/

[v] B. Secchi, La città del XX secolo, Laterza, Bari Roma, 2005

[vi] C. Bianchetti, “Una nuova complessità” in A. Calafati, a cura di, Città tra sviluppo e declino. Un’agenda urbana per l’Italia, Donzelli, Roma, 2014, pp. 27-40

[vii] https://territoridellacondivisione.wordpress.com/2015/03/28/molecular-logic-and-state-of-crisis-a-note-in-the-margin-of-three-lessons/

[viii] Frendly. Almanacco della società italiana. Progetto di Laura Balbo, Anabasi, Milano, 1993.

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