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Public space in the disciplinary discourse on the city, 1975-2015. Notes on three thresholds

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The following notes were discussed in Rome, on May 22th 2015, at the Biennale Spazio Pubblico, within the seminar Lo spazio pubblico nella letteratura urbanistica. The considerations are articulated on three stages frequently highlighted by many scholars. The first stage is marked by the end of the glorious thirties. The second, almost thirty years later, is signed by the end of the opulent thirties: the end of the millennium. About a decade later, a third stage is marked by the state of crisis produced by the great financialization: basically the present. The hypothesis that these notes aim to discuss concerns the way in which the disciplinary discourse on public space has radically changed in crossing the three thresholds.

Letteratura urbanistica e spazio pubblico 1975-2015. Considerazioni attorno a tre passaggi

Le brevi note che seguono (discusse a Roma, il 22 maggio 2015, in occasione della Biennale Spazio Pubblico, all’interno della tavola rotonda Lo spazio pubblico nella letteratura urbanistica), sono articolate attorno a tre passaggi storici frequentemente richiamati da studiosi di varia provenienza disciplinare, anche urbanisti. Con questo intendo dire che si tratta di scansioni molto tradizionali, passibili di critiche e revisioni, che qui assumo per costruire, nella forma più semplice ed essenziale possibile, un ragionamento attorno a un tema poco trattabile, data la sua estensione. La prima è segnata dalla fine dei cosiddetti trenta gloriosi, dell’epopea moderna nella sua stagione postbellica, del capitalismo regolato, come lo richiama Arnaldo Bagnasco, siamo nella prima metà degli anni settanta. La seconda, circa trent’anni dopo, è siglata da una nuova fine, quella dei trenta opulenti, del clintonismo, del postmodernismo, della modernità seconda, tarda, liquida, del capitalismo non regolato, la stagione che chiude il secolo. Un decina di anni dopo, una terza soglia marca lo stato di crisi prodotto dalla grande finanziarizzazione, da un capitalismo non regolato e neppure più territorializzato. Siamo sostanzialmente nel presente, con alle spalle il peso di alcuni anni (il 2001, il 2007, il 2011) che non aiutano a leggere il mutamento in corso da inizio secolo come continuo, anziché ripetutamente interrotto. Così che persistente ricorre la domanda siamo o non siamo oltre la crisi? Esattamente com’era quando ci chiedevamo per quanto tempo saremmo stati postmoderni.

I tre passaggi indicati sono una semplificazione da assumere con molte cautele. Entro questo personale e sintetico ragionamento, è strumentale ad osservare come il discorso urbanistico sullo spazio pubblico sia cambiato, radicalmente e ragionevolmente, nell’attraversare tre momenti rilevanti dell’ultimo mezzo secolo. è però prima necessaria una precisazione riguardo ciò che intendo per letteratura urbanistica. Non credo infatti che si tratti di un campo letterario, che l’urbanistica abbia una sua peculiare forma di espressione, un genere. Sappiamo quanto difficile sia trovare accordo persino attorno al suo oggetto. Per riprendere posizioni note, diciamo pure che è un campo che si costruisce attraverso pratiche descrittive ed operative che trovano divulgazione attraverso libri, saggi, riviste, collane editoriali, atti di convegni, blog, siti web, relazioni di piani, piani, progetti urbani, alcune architetture, disegni e molto altro. Un campo capace di costituire un fondamento disciplinare che forse ha anche un suo nucleo letterario, sebbene poco condiviso persino dalla comunità disciplinare che su di esso si fonda. A mio parere, questa costruzione di un nucleo letterario, a partire dagli anni settanta del novecento, avviene con più determinazione durante i passaggi che ho segnalato: momenti in cui alcune cose si vedono meglio e la letteratura urbanistica esprime con chiarezza posizioni attorno a sé, alla città e allo spazio pubblico quale magnifica ossessione disciplinare prodotta dall’evidenza, per lo meno in Europa, di una dimensione che il Moderno aveva sancito come non negoziabile.

Alla fine dei trenta gloriosi le cose cambiano. Lo spazio pubblico è oggetto di una mutazione profonda e la letteratura urbanistica ne dà conto riscrivendolo strutturalmente. L’avverbio non è casuale. La cultura del tempo pesa, nella letteratura come nei progetti. Lo spazio pubblico trova articolazioni inedite, si frammenta, deflagra in pezzi sempre più piccoli e specializzati, non per tutti. Quasi fino agli anni ottanta Aldo Van Eyck ne produce a centinaia solo per bambini, Giancarlo De Carlo li sottrae all’istituzione pubblica ove questa non sia simbolo e presidio di scelte ed azioni partecipate. Aldo Rossi li sigilla entro pezzi di memoria da cui dipana storie di architetture e città di impossibile convergenza. Numerose altre esperienze ci raccontano il progredire di questa disarticolazione. A sistematizzarne i caratteri, entro un racconto nuovamente fondativo che è, questa volta davvero, rappresentazione di un pensiero e della sua forma anche letteraria, Bernardo Secchi decostruisce lo spazio pubblico della città fino alla sua ultima cellula minima, prodotto di un protagonismo individuale sensibile e razionale al contempo. Quello che qui si rende evidente, alla fine di una stagione che in trent’anni saluta per sempre il Moderno, è la completa destrutturazione e depotenziamento di uno spazio che, pur permanendo ossessione disciplinare, perde progressivamente compattezza e magnificenza, anche letteraria.

L’evoluzione non è reversibile, nonostante le resistenze di molti e la generale incomprensione del fenomeno in atto. Lo spazio pubblico, entro quella che era la sua dicibilità moderna, ha perso la possibilità di essere raccontato quale scena di un’azione duratura. Ove rievocati, i suoi protagonisti sono deboli, figure da proteggere, esattamente come i suoli su cui esanimi si stagliano. Suoli consumati, dei quali si reclama però la tutela, immaginando così di rigenerarli ancora intonsi. La mutazione è radicale come il racconto, dissolto entro traiettorie sempre più retoriche e sempre meno persuasive. La letteratura urbanistica ne dà conto attraverso l’ampiezza e la leggerezza di descrizioni infinite. Perlustrazioni e viaggi attraverso territori sconfinati. Di nuovo, si tratta della messa a punto di una forma che gode di qualche successo, cui fa sponda una precisa idea di spazio, opulento come gli anni attraversati: il paesaggio, un’emulazione quasi didascalica delle condizioni socio-economiche in corso, con una pretesa esagerata, quella di rifondare entro la propria dimensione senza misura una tradizionale idea di spazio pubblico. Quando un po’ di anni fa mi sono occupato di questo, si trattava ai miei occhi di un’operazione impossibile, del passaggio dalla decostruzione degli anni settanta al dissolvimento ed alla scomparsa. Ancora oggi credo che, con l’inizio del nuovo secolo, il discorso sullo spazio pubblico perda davvero l’oggetto del proprio racconto, ove non provi a ripensarlo da capo, per intero, rinominandolo. Nei tentativi più interessanti, mi sembra di poter dire che questo sia quanto la letteratura urbanistica si sia impegnata a fare negli anni successivi, trovando oggi, forse, qualche nuova traiettoria condivisa.

Terzo passaggio. Oggi, la crisi, la grande finanziarizzazione. Le condizioni ancora una volta sono profondamente cambiate e difficilmente coglibili vista la vicinanza. Vi siamo immersi ed è da qui complicato riconoscere qualche tratto distintivo di un racconto che abbia la possibilità di ergersi a letteratura. E’ piuttosto come stare dentro gli affreschi senza storia e senza cornice di certa narrativa americana, quella succeduta al minimalismo dei viaggi di fine secolo. Si è dentro ad un romanzo-mondo dove più del racconto, e della sua forma letteraria, conta la possibilità di comunicare qualcosa: alzare una voce, farsi sentire, trovare da qualche parte ascolto. Non vado oltre, anche se sarebbe ancora una volta interessante comprendere nessi letterari. Un carattere ricorrente ce l’ha forse questa voce che si alza con la pretesa di parlare di qualcosa a nome di molti: non è una voce sola. Sappiamo quanto, durante gli anni recenti, abbiano avuto forza, anche letteraria, alcune immagini: quelle della moltitudine, della comunione, della condivisione, della compresenza. Sappiamo anche che, nonostante il persistere delle resistenze consuete, non vi sia ormai più nulla, entro queste immagini, dello spazio pubblico di oltre mezzo secolo fa. E’ stato sostituito il discorso e sradicato l’oggetto. Permane però il mito, che ha un suo peso, e l’espressione di alcune domande formulate in ragione di un bene comune che continua ad intrecciare, entro forme nuove qualche istanza passata. Ancor prima che su queste istanze è forse bene soffermarsi sulla forma della loro espressione. Perché forse, da qui, potrebbe essere ripreso e proseguito un discorso.

Moltitudine, comunione, condivisione, compresenza. A me sembra, tra le molte cose, che tutto questo dia un forte risalto alla presenza di corpi nello spazio, a scambi e attriti, non necessariamente contrasto, seppure l’attenzione è poi rivolta essenzialmente a questo. La presenza di soggetti nello spazio assume una nuova evidenza fisica, materiale. Corpi che non scivolano come un tempo sulle superfici lisce del paesaggio e che non scorrono rapidi nei reportage dei viaggi, ma che ritrovano un’inerzia garantita dalla compresenza. Corpi accanto a corpi. A mio parere questo fenomeno può orientare, e forse già orienta, un’attenzione di qualche rilievo all’interno del racconto urbanistico: rimettere in gioco questioni di densità (di senso e di pratiche) negli spazi della città, farle giocare a favore di una nuova idea di benessere, di una forma piena, ricca, di esperienza, disponibile ad aperture ed accoglienza. In questo senso, anche qualche suggestione da un’originaria idea di spazio pubblico moderno può essere recuperata ove se ne senta la necessità. Fuori però da un’idea astratta di diritto e di giustizia. E soprattutto oltre atteggiamenti nostalgici, che non aiutano in questo ultimo grande salto che ci è richiesto. In chiusura del libro Le persone e le cose, Roberto Esposito ci richiama a compierlo ponendo tra i due poli del titolo proprio il corpo, ovvero, richiamando Foucault ne La Volontà di sapere, ‘la vita degli uomini come corpi viventi’: ‘il corpo vivente di moltitudini sempre più vaste chiede alla politica, al diritto e alla filosofia un rinnovamento radicale dei loro lessici. Se essi sapranno rispondere a tale domanda, o si chiuderanno in difesa di se stessi, prima di implodere definitivamente, lo vedremo nel corso dei prossimi anni.’ L’esortazione ci riguarda per molti aspetti. Rispetto a ciò che personalmente ho più a cuore, e che mi sembra non trovare ancora un nome e una forma capace di farsi letteratura: lo spazio entro il quale i nuovi corpi si stanno muovendo.

 

Angelo Sampieri

 

 

Le posizioni richiamate nel testo fanno riferimento ai seguenti scritti:

Bagnasco A., Regulation Crises, polarisation and inequalities, in Bianchetti et al., edited by, Territories in crisis, Jovis Verlag, Berlin 2015 (in corso di stampa).

Bauman Z., Bordoni C., Stato di crisi, Einaudi, Torino 2015.

Bianchetti C., Il Novecento è davvero finito. Considerazioni sull’urbanistica, Donzelli, Roma 2011.

Bianchetti, a cura di, Territori della condivisione. Una nuova città. Quodlibet, Macerata 2014.

Esposito R., Le persone e le cose, Einaudi, Torino 2014.

Sampieri A., Nel paesaggio. Il progetto per la città negli ultimi venti anni, Donzelli, Roma 2008.

Secchi B., Il racconto urbanistico, Einaudi, Torino 1984.

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