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Poverty is back in the public space

Poor people are again a major presence on the European continent. They are a visible presence in the urban space of the city. They are next to the rich and not placeable in specific conditions and geographical contexts. They are also present in places that have had strong traditions of welfare. Here, they seemed to have disappeared in the folds of the welfare state and within an economic development that seemed to have eradicated their presence. The latest book by Chiara Saraceno is on poverty in Europe in these years of crisis. It concerns a phenomenon of massive proportions, connoted by a sinister structural character, well represented by the 43 million Europeans that, in 2013, hadn’t got sufficient food resources.

La povertà è tornata nello spazio pubblico

L’ultimo libro di Chiara Saraceno tratta della povertà in Europa e di questi anni di crisi. Un fenomeno di dimensioni imponenti  e di un sinistro carattere strutturale: accentuato dalla crisi che bene lo rappresenta, con i 43 milioni di cittadini europei che nel 2013 sono privi di sufficienti risorse alimentari. Numeri che danno una forza dirompente all’idea che la povertà costituisca non solo un problema morale o di equità e giustizia sociale. Ma un problema di democrazia. Poiché la povertà coincide con la difficoltà o l’impossibilità di soddisfare i propri bisogni nella società in cui si vive e di condurre una vita corrispondente alle proprie capacità e aspirazioni.

Il lavoro precario, l’instabilità familiare, il numero di figli e l’invecchiamento sono quattro importanti cause del rischio povertà oggi. E su di esse si riversa, con dure implicazioni, la pressione dei flussi migratori. Così i poveri tornano ad essere una presenza importante nel continente europeo. Sono accanto ai ricchi. Non relegabili in condizioni e contesti geografici lontani. Sono presenti anche in luoghi che hanno avuto robuste tradizioni di welfare. Dove sembravano scomparsi, nelle pieghe di uno stato assistenziale e di uno sviluppo economico che sembrava aver offuscato, una volta per tutte, le immagini del dopoguerra straccione di molti paesi europei. Negli anni 60 la povertà sembrava debellata. Dopo vent’anni un brusco risveglio con l’avvio di nuove inchieste e commissioni. In Italia, la stagione si apre con la commissione Ermanno Gorrieri voluta da Bettino Craxi nel 1986. Sempre di quegli anni è la messa a punto di nuove traiettorie di cui sono protagonisti gli studiosi dell’esclusione (Serge Paugam); i sociologi della famiglia (la stessa Saraceno); coloro che si occupano di lavoro e protezione (Robert Castel). E’ quest’ultimo a sostenere che il lavoro non basta a sconfiggere la povertà. Non è il riscatto risolutore che si prefigurava fosse (per quanto la bassa intensità lavorativa sia ancora una delle condizioni di maggiore esposizione ad essa). Altre misure sono necessarie.

Le tracce della povertà contemporanea sono dunque sovrapposte, numerose e piuttosto ingarbugliate. Difficile dire chi è più povero (posto che la domanda abbia un senso): giovani o anziani; donne o uomini; precari o famiglie operaie monoreddito; autoctoni o immigrati. L’instabilità dovuta (anche) all’azione di politiche di protezione, diverse nei diversi paesi, contribuisce a mutare incessantemente lo sfondo. Il libro ricostruisce pazientemente un panorama ricco e ordinato. Molto utile. Riporta le differenti declinazioni di un concetto che è innanzitutto un costrutto analitico (come ricorda Saraceno, richiamando Simmel). Riprende tesi e conclusioni di surveys, indagini, orientamenti politici, fino alle indicazioni della Commissione Europea dello scorso anno. Ripresenta i dati sulla povertà relativa ed assoluta, in particolare del nostro paese. Dati impressionanti, se si considera che nel 2007 ben 2,4 milioni di persone potevano considerarsi in condizione di povertà assoluta e, cinque anni dopo, il loro numero è aumentato di oltre due volte, fino a raggiungere i 6 milioni e ventimila individui. A testimonianza che se la crisi non è unica causa della povertà, sicuramente l’accentua.

Saraceno fornisce soprattutto indicazioni per politiche di qualche maggiore efficacia rispetto a quelle messe in atto nel nostro paese, dove le misure contro la povertà sono sempre state viste come l’anello debole di una dura contrapposizione attorno a risorse scarse. Mettendo bene in luce che se è vero che senza ripresa dell’occupazione non si può ridurre la povertà, è altrettanto vero che la povertà non si riduce con il solo sostegno al lavoro. Serve un sostegno al reddito che non sia categoriale. In questa direzione vi sono ormai numerose proposte: dei partiti (Pd, Sel, M5S), di gruppi di differente orientamento (Basic Income italiano, Sbilanciamoci.org, Acli, Caritas), di istituti di ricerca (Irs, Istituto per la ricerca sociale di Milano; Capp, Centro analisi di politiche pubbliche di Modena). Nonostante ciò l’idea di dover sostenere i redditi dei più poveri rimane fuori dall’agenda di governo. Forse perché storicamente marginale nelle preoccupazioni politiche nel nostro paese, forse per questioni di tempi: non avendo introdotto misure di sostegno ai redditi in momenti espansivi della spesa pubblica, è ben più complicato farlo ora (è di oggi, 12 aprile, la proposta fatta da più parti sulla stampa quotidiana, di utilizzare il cosiddetto “tesoretto” del Documento di economia e finanza, per varare finalmente, un provvedimento sul reddito di inclusione attiva).

Tre aspetti del discorso di Saraceno hanno implicazioni specifiche entro la ricerca territoriale e urbana (anche se l’intero tema ovviamente ne ha di forti). Meritano dunque di essere sottolineati. Il primo è la visibilità come tratto costitutivo non solo delle nuove condizioni, ma della percezione del problema della povertà. I poveri oggi tornano ad essere visibili nello spazio pubblico: individui che stanno nella città, abitano, frequentano mense, si ritrovano in alcuni luoghi. Sono percepiti come problema in virtù di un’idea non di democrazia, ma di decoro. Il secondo è il nesso tra povertà e quello che Saraceno chiama «familismo coatto». Oggi si tornano a re-inventare forme di convivenza e condivisione per far fronte alle spese: «ri-coabitare è il modo più efficiente per ricevere o prestare aiuto, facendo economie di scala» (p.64). Con buona pace della leggerezza attribuito alle forme contemporanee di coabitazione, lette prevalentemente come ricerca di un nuovo abitare, quando è la protezione familistica ad essere riattualizzata. Il terzo, connesso a quello precedente, riporta di nuovo ad una specificità italiana: come molti studiosi hanno sostenuto, la nostra povertà è concentrata geograficamente ed è eminentemente familiare nel senso che poveri sono non tanto gli individui, quanto i nuclei familiari. Paugam ha potuto parlare a questo proposito di una forma di «povertà integrata» nella quale concentrazione territoriale e base familiare tengono al riparo il singolo dall’esclusione. Ovvero fanno sì che questi si senta «appartenente ad una comunità di simili in cui si condividono esperienze di deprivazione senza che queste diventino stigmatizzanti e producano isolamento, [sollecitando] solidarietà e condivisione» (93). Un carattere «comunitario» della povertà dunque, lontano dallo stereotipo dell’individuo emarginato.

 

Cristina Bianchetti

 

 

Chiara Saraceno, Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi, Feltrinelli, Milano, 2015, pp 138, € 15,00

 

 

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