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Molecular logic and state of crisis. A note in the margin of three lectures

Corso eccellenza TC

 

On Wednesday 25 and Thursday 26 March was held the excellence course Territories in Crisis, offered by the PhD School of the Polytechnic of Turin. Speakers: Paola Viganò (The Horizontal Metropolis); Arnaldo Bagnasco (Regulation Crisis, Polarisation and Inequalities), Antonio Calafati, (The Changing Economic Base of European Cities). Below is a note of the three lectures.

Logiche molecolari e stato di crisi. Una nota a margine di tre lezioni

Mercoledì 25 e giovedì 26 marzo si è tenuto il corso Territories in Crisis, offerto dalla Scuola di Dottorato del Politecnico di Torino. Relatori: Paola Viganò (The Horizontal Metropolis); Arnaldo Bagnasco (Regulation Crisis, Polarisation and Inequalities), Antonio Calafati, (The Changing Economic Base of European Cities). Alle tre lezioni, tenute nell’Aula Magna del Lingotto, hanno partecipato numerosi dottorandi e studenti dei corsi magistrali. Di seguito una nota a margine delle tre lezioni.

La lezione di Paola Viganò ha utilizzato l’immagine della Metropoli Orizzontale come sfondo per esplorare i legami tra “stato di crisi” e possibilità del progetto. Stato di crisi come paradigma assunto dagli studi di Jacqueline Barus-Michel: successione di fasi diverse, in un crescendo che da una focalizzazione sul presente e sul gioco raffinato e complicato della negoziazione, giunge al parossismo dell’incoerenza e dell’incapacità di immaginare il futuro. Il percorso tracciato negli studi psicanalitici è un percorso progressivo, segmentato in fasi che hanno al centro, di volta in volta, il concentrarsi sul presente; l’emergere di contraddizioni; i conflitti tra immagini stabili e immagini in formazione; la rottura dei legami. Si tratta di un paradigma molto diverso, da quello richiamato nella conversazione tra Bodoni e Bauman, dove “stato di crisi” è più che un momento di rottura, una condizione di lungo periodo. Nello “stato di crisi” che viviamo, le promesse della modernità sono, per Bauman, «rimaste al loro posto, incredibilmente immuni dalle onde d’urto della storia», mentre ad essere abbandonate sono le «illusioni della modernità».

Assumendo il primo dei due paradigmi (quello del percorso e non quello della condizione) Paola Viganò ha ricostruito una storia di progettazione urbanistica nelle Fiandre, durata 25 anni e praticata in prima persona, con Bernardo Secchi. Il succedersi delle esperienze, dal concorso per Hoog Kortijk del 1989, di cui rimane solo traccia, nell’idea di una nuova struttura spaziale, fino alle piazze di Mechelen (la Grote Markt, la Veemarkt e il Sint-Romboutskerkhof) realizzate attraverso un linguaggio fatto di poche parole semplici, cercando il comfort e la domesticità, senza nostalgie per il passato, ma con una forte critica verso l’eccesso espressionista del disegno di molti spazi pubblici contemporanei.

Rileggendo le cinque “sfide” poste alla costruzione di una visione per Bruxelles 2040 (la demografia; le condizioni del lavoro; l’ambiente; la lotta contro la povertà e la dualizzazione dello spazio urbano e, infine, l’internazionalizzazione), non si può che riflettere, dice Viganò, sulla modestia dei nostri strumenti e delle nostre capacità. Tuttavia è proprio in questo momento e prima di immaginare soluzioni autoritarie variamente camuffate, che il progetto può proporsi come progetto radicale. E’ questa l’ipotesi operativa per la Metropoli Orizzontale. E’ qui che ci si può tornare ad interrogare su come il progetto rifletta nuove condizioni. L’impostazione, tutta giocata su un equilibrio sofisticato tra la messa a fuoco di nuove condizioni (lo “stato di crisi”) e le tradizioni del moderno entro le quali la pratica progettuale, trova ancora buoni argomenti.

 

La lezione di Arnaldo Bagnasco si è sviluppa sulle tre nozioni del titolo. La crisi di regolamentazione è innanzitutto una perdita di controllo: sensazione diffusa già ai tempi del teorema di Dahrendorf, la sua nota “quadratura del cerchio”, che mostrava la difficoltà di tenere assieme coerenza sociale, sviluppo economico, democrazia. L’idea che ci siano stati modelli di regolazione che ora non funzionano più, non porta solo alla costruzione di una grande periodizzazione, ma a riflettere in particolare sul passaggio degli anni Ottanta: non un mutamento univoco, una rupture, ma il corrompersi di traiettorie che si interrompono e si intrecciano. Anche se da una certa distanza tutto si appiattisce, non si tratta di un mutamento brusco e univoco. E’ piuttosto una fase di profonda e stratificata sovrapposizione (viene in mente il modo in cui si ristruttura, proprio allora, l’immaginario urbano ad opera di alcuni celeberrimi progetti – primo tra gli altri quello del Parc de la  Villette – che in modo ideologico, prima ancora che cinico, reinterpretano i mutati rapporti tra capitale e lavoro, o se si vogliono utilizzare le categorie di Bagnasco, rileggono la grande crisi di regolazione che segue la Golden Age del capitalismo industriale al suo apogeo).

Le tre nozioni di crisi di regolazione, polarizzazione, ineguaglianza portano a riflettere su ciò che resta di un grande meccanismo di inclusione sociale del welfare. L’ipotesi avanzata da Bagnasco per la condizione europea e italiana in particolare, è un’ipotesi in tre movimenti. Ovvero: i. che esista, ma non sia in aumento una condizione di diseguaglianza aggregata; ii. vi siano forti correnti di polarizzazione;  iii. queste non ridisegnino ad oggi, le nostre società come polarizzate. Dopo il grande balzo degli anni 90, la diseguaglianza non è aumentata (seppure non si sia riassorbita), ma a resistere alla polarizzazione è la presenza del ceto medio che, nel bene e nel male, si configura ancora una volta come protagonista di nuovi panorami sociali.

Nel toccare temi di regolazione e polarizzazione, Bagnasco ha avuto modo di mettere in guardia di fronte a ipotesi semplificatrici sulla crisi dello stato, ovvero sulla crisi dei sistemi di supervisione, controllo, regolamentazione e gestione che fanno riferimento ad esso. Se è vero che lo stato è oggi espropriato di una parte ampia e crescente di potere, è altrettanto vero, dice Bagnasco che ciò che ci è servito a costruirci nella modernità sono cittadinanza e  democrazia. Condizioni che possono ritrovarsi unicamente nel “ridotto” dello stato, nel senso difensivo della metafora militare.

 

La lezione di Antonio Calafati ha ripercorso alcuni snodi cruciali dell’economia urbana per tornare a riflettere sui concetti di instabilità e incertezza che possono incidere fortemente sulla base economica delle città in uno “stato di crisi”. Per lungo tempo non ci si è resi conto di quanto fossero fragili le condizioni di sviluppo e ci si è illusi che la base economica delle nostre città e dei nostri territori non avesse bisogno di manutenzione. L’idea che ci fosse un motore capace di generare benessere in modo automatico, ci ha lasciato liberi di dedicare tutta l’attenzione a definire modi di consumo (di nuovo, richiamando Bauman, sono gli “opulenti trenta”, che seguono i “gloriosi trenta”). In particolare non sono stati oggetto di riflessione gli elementi di instabilità, una nozione troppo spesso riletta e confusa con quella di cambiamento. Un movimento, quest’ultimo, che avviene nel fare, entro una dimensione pragmatica di apprendimento. Mentre l’instabilità non è controllabile, dipenda da altro. La resilienza è una facile e spesso futile consolazione mossa contro tutto questo. Ciò che permette di far fronte ad alcuni shock esterni non è l’essere più o meno resiliente (tutti lo siamo e tutti lo siamo solo in parte). Sono piuttosto accorte politiche istituzionali. Di nuovo, dunque, un invito ad avere attenzione al livello istituzionale e statale.

Il tema della manutenzione economica delle città è di straordinaria importanza oggi. Le conseguenze che porta alla nostra riflessione sono di due ordini. Il primo attiene al chi. Chi deve e può riflettere sulle basi economiche delle città contemporanea? La critica è allo “scienziato che non vede le cose”, ovvero alla scarsità di idee, di capacità di prefigurare il futuro che connota le istituzioni universitarie. Il secondo ordine attiene al dove: lo “stato di crisi” sembra imporre di acuire lo sguardo. Il tema dei luoghi scompare solo entro un’angolazione ideologica.

 

Le tre lezioni proposte nel corso si sono intersecate su più aspetti, pure nella divergenza tra fiducia della resistenza del progetto e sfiducia nella comprensione degli sfondi. Nell’insieme offrono robuste coordinate e numerosi spunti ad una riflessione sull’operatività dell’architettura e dell’urbanistica entro uno “stato di crisi”.  Osservare situazioni di crisi, come la ricerca Territories in Crisis ha fatto e come questo blog continua a fare, significa tornare incessantemente a ragionare di patrimoni e rovine, di condivisioni e conflitti, di intimité ed extimité, dell’essere pionieri e dell’essere protetti. Ma la riformulazione, entro le pratiche e le condizioni attuali, di questi concetti (di cosa è patrimonio, rovina, protezione, welfare, diritto, norma, valore) avviene entro logiche molecolari, puntuali, micro, che scassano le pretese universalistiche sulle quali si è costruita l’urbanistica del Novecento. Se la matrice illuministica dell’urbanistica moderna ha imposto disegni di ampio respiro, una dimensione universale entro la quale risolvere il problema dei diritti, della redistribuzione del capitale fisso, della giustizia spaziale, ora si è ricacciati entro logiche minute che valgono qui e non lì, che rimettono al centro i luoghi. Che rischiano sempre di cadere nel localismo, senza poterne eludere definitivamente la dimensione.

 

Cristina Bianchetti

 

Zigmut Bauman, Carlo Bordoni, Stato di crisi, Einaudi, Torino 2015

Ralf Dahrendorf, Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica, Laterza Bari, 1995

 

Photo credits:  Thesiger W.P.”Balam on the River Euphrates”, Pitt Rivers Museum, University of Oxford.

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