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The eccedent space. Explorations in the south of Turin

Pagine da atelier urbanistica + sociologia pres

Turin shows an essential feature of the urban shrinking related to the crisis that runs through the western world. For several years, project cultures attempting to face this contraction, dealt with recycling, re-naturalization and abandonment: sustainable actions that tried to treat the eccedent space. What can we do with the urban surplus, outside of these very well tested actions? The Course propose two distinct approaches related to the transformations of public space and residence in a time when they are both subject to restriction (of resources, density, activities, functions and space).

Lo spazio in più. Esplorazioni a Torino Sud 

La crisi che attraversa gran parte del mondo occidentale ha forti ripercussioni sul modo in cui i territori si stanno trasformando. Un aspetto ormai trattato da una letteratura ampia nel campo degli studi urbani, dell’architettura, come di molte altre discipline, riguarda fenomeni di shrinkage, di contrazione urbana. Una condizione largamente coglibile in molte medie e grandi città europee, oltre il cinquanta per cento delle quali è oggi segnato da una decrescita demografica consistente e da un rapido innalzamento dell’età della popolazione insediata. Torino mostra tratti essenziali di questa condizione, molto discussi e spesso indagati attraverso comparazioni con altri casi esemplari. Detroit su tutti.

Da alcuni anni, le ipotesi progettuali maggiormente praticate nella direzione di produrre, attraverso questa contrazione, una nuova configurazione della città, si confrontano con questioni di riciclo, rinaturalizzazione e abbandono. Sono queste le forme di un’azione che potremmo dire dolce e sostenibile rispetto alla possibilità di trattare lo spazio che si libera, il ‘sovrappiù urbano’ (come lo richiama Michele Cerruti But in Oltre la crisi. Biella, tesi di laurea POLITO 2014), lo spazio in più. Ed è attraverso queste azioni che si osserva il modo in cui alcune parti eccedenti della città contemporanea sono oggetto di recupero, talvolta di riappropriazione e riutizzo, come altre di cessioni e separazioni abilmente programmate.

La grande attenzione conferita ad orti ed agricoltura in città, l’occupazione di spazi pubblici da parte di attività poco formalizzate (e poco sostenute dalle istituzioni che dovrebbero regolarne gli usi), l’emergenza di forme di coabitazione sempre più coese nell’affrontare problemi (ed il conseguente abbandono di alloggi vecchi in cui si è rimasti soli), le nuove forme dell’associazionismo assistenziale, lavorativo e ludico, sono solo alcuni tra i fenomeni ascrivibili alla presenza di uno spazio in più nella città. Uno spazio, privato come pubblico, che perde il presidio che finora lo ha regolato.

E’ certamente interessante osservare il modo in cui le culture del progetto leggano entro questa perdita di presidio un potenziale. Ma non tutto è perduto. Come tentare allora di immaginare una forma del progetto contemporaneo che provi a confrontarsi con azioni diverse da quelle deboli del riciclo, della rinaturalizzazione e dell’abbandono? Cosa fare dello spazio in più al di fuori di queste logiche molto praticate? Vi sono altri modi per confrontarsi con questa stagione inedita della dismissione, ovunque riscritta, come un tempo, ancora in ragione di qualche opportunità da cogliere?

L’esplorazione progettuale che il corso propone, muove da queste domande provando a prefigurare, entro due distinte direzioni (che di seguito chiameremo Petit e Houdini), possibili trasformazioni dello spazio pubblico e dello spazio della residenza in un momento in cui entrambi sono oggetto di una profonda restrizione (di risorse, densità, attività, funzioni e spazio). Il campo di osservazione è Torino sud, entro il quadrante di tre chilometri per sei compreso, in direzione est-ovest, tra Mirafiori Sud ed il Po, ed in direzione nord-sud, tra il Lingotto e Nichelino.

Petit

Lo spazio pubblico si riduce e cambia forma. Assume tratti minimi e mette alla prova strategie dell’essenziale. Ridiscute le forme della modificazione praticate a partire dagli anni ottanta e ritratta quella dimensione olistica, pervasiva e coprente (‘tutto è paesaggio, il paesaggio è un tutto’) che a partire dagli anni novanta ha interpretato il territorio come un grande supporto attraversabile e progettabile in ogni sua parte. Il progetto per le infrastrutture pubbliche della città europea seleziona, opera rinunce, taglia porzioni e sottrae. Affidandosi alla rigidità di un quadro normativo garante, attraverso standard e norme convenzionali, di un minimo di qualità e comfort, e investendo su capabilities e pratiche di progettazione dal basso apparentemente capaci di autoprodurre spazio pubblico. Non solo. Rivedendo strumenti e strategie di progettazione acquisiti entro tradizioni molto consolidate del progetto urbanistico: un progetto di suolo minimo (Quirino Spinelli, Public Existenz Minimum. Infrastrutture pubbliche ai tempi della crisi, tesi di dottorato IUAV, in corso di redazione) che il funambolo Philippe Petit ha ridotto ad un filo, molto pericoloso, di enorme impatto simbolico e mediatico.

Houdini

Anche lo spazio dell’abitare si contrae. Si riduce entro un ritaglio essenziale attraversato da pratiche poco confliggenti, dove si sta tra simili, ognuno al proprio posto. Delle nicchie apparentemente coese, ma più spesso obbligate dalla scarsità di risorse, dalla poca permeabilità e dai sempre più radi scambi con la città che le accoglie. I quartieri di anziani sono le sedi esemplari di questo abitare contratto, lento, meccanico nel quale non vi è più traccia di alcuna vivacità ed esuberanza narrata negli anni anni novanta. I progetti di riqualificazione di grandi insediamenti del novecento lavorano sulla riconfigurazione, in chiave ecologica e sostenibile, di un patrimonio in rovina. Di nuovo, come per lo spazio pubblico, appellandosi a parametri e standard capaci di garantire un grado sufficiente di comfort. Dove un buon capitale sociale sostiene questo tipo di interventi, le nuove nicchie abitative paiono abbastanza effervescenti, sostenute da attività autogestite e protette da comitati. Dove la coesione non produce protagonismo, la nicchia si svuota di densità. Come garantire questa densità? Come far sì che la nicchia sia ricca (di attori, di pratiche, di domande)? Come difendere ed assicurare (anche) una possibilità di evasione senza negare forme di auto-protezione conquistate? L’escapologo Harry Houdini, con le sue acrobatiche, quanto illusorie e ingannevoli fughe, tutela traiettorie progettuali che si confrontano con questi interrogativi.

Atelier Progetto Urbanistico C , CDL Magistrale in Architettura per il progetto sostenibile (Politecnico di Torino, A.A. 2014-2015), Proff.: Angelo Sampieri (Urbanistica)  Silvia Crivello (Sociologia dell’ambiente), collaboratori: Federico Guiati, Leonardo Ramondetti e Quirino Spinelli

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