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Irretrievable as Apocalypse. Contemporary reuse-less projects short phenomenology

What we call as irretrievable is actually part of a wider group of built elements and landscapes which we define as “urban surplus”. Which is what hopelessly lost its usage value. The definition is probably not clear enough and constraining while asking for sharpening the concept of building usage value. It anyhow fosters the reflection on reuse/recycle issues.

IMG_4033         Fulvio Bortolozzo Alba Notturna2

L’irrecuperabile è l’Apocalisse del moderno. Fenomenologia del progetto senza riuso

L’irrecuperabile fa parte di un insieme più ampio di elementi fisici del costruito e del paesaggio che definiamo “sovrappiù urbano”, ovvero ciò che ha perso in modo irrimediabile il proprio valore d’uso. Il concetto non è forse limpido, e tende in qualche modo a essere limitante poiché richiede la definizione di ciò che si ritiene essere, per questi manufatti, “valore d’uso”. Ci pare tuttavia aiuti a comprendere i termini della questione del riuso contemporaneo.

 

– Che umiliazione, – dice David alla fine. – Tante grandi speranze per poi ridursi così.

– Sì, concordo con te, è umiliante. Ma forse è il punto di partenza giusto per ricominciare da capo. Forse è una lezione da accettare. Bisogna saper ricominciare dal fondo. Senza niente. Senza nient’altro. Senza niente. Senza una carta da giocare, senza un’arma, senza una proprietà, senza un diritto, senza dignità.

– Come un cane.

– Sì, come un cane.  

J.M. Coetzee, Vergogna, p. 214

 

Lo studio dei territori dei distretti industriali italiani spinge a ragionare sul futuro e a confrontarsi con quegli oggetti, edifici, connessioni, elementi fisici, paesaggi che un tempo erano il segno dello sviluppo e che oggi sono vuoti, dismessi, in disuso, non conservati, abbandonati, in rovina.

Vallemosso e la Strada Trossi, a Biella, costituiscono due casi radicali di dismissione e abbandono. L’uno, la culla della rivoluzione industriale italiana, pone la questione di un abbandono di manufatti e spazi di pregio in una situazione non urbana e lontana dai centri, l’altro, la strada degli outlet nata a partire dall’impresa di Giorgio Aiazzone, chiede di ragionare sulla dismissione radicale di spazi di grandi dimensione lungo una via di accesso primaria a una città. Le questioni non sono evidentemente risolvibili con facilità. Le lunghe elucubrazioni e infinite retoriche intorno alle possibilità di riuso o riciclo non sembrano qui applicabili se non in forma minuta, su porzioni assolutamente non rilevanti, e in ogni caso non aiuterebbero a risolvere la questione, che è urbana o finanche territoriale: il grande sogno della città che si ricicla al 100% è poco più di un’illusione, e Biella sa bene di dover fare i conti con l’ardua possibilità che qualcosa sia irrecuperabile.

“L’irrecuperabile” (nozione catastrofica, disastrosa e per certi versi persino amara) fa parte di un insieme più ampio di elementi fisici del costruito e del paesaggio che vorremmo definire come “sovrappiù urbano”, ovvero ciò che non ha più (o non ha mai avuto) un valore d’uso. Il concetto non è forse corrusco, e tende in qualche modo a essere limitante poiché richiede la definizione di ciò che si ritiene essere oggi il  “valore d’uso” di questi spazi. Ci pare però che nominare in questo modo i termini della questione aiuti a comprenderla, e indichi una via nella definizione del campo di indagine.

Qualcosa, del sovrappiù urbano, non è più recuperabile, riutilizzabile, riciclabile, in nessun caso e per ragioni varie e complesse. L’auto-riconoscimento dell’irrecuperabilità di alcune parti del territorio consegni quegli stessi elementi a uno scenario apocalittico. Tutt’altro che catastrofico, tutt’altro che disastroso, tutt’altro che amaro: la nozione di “apocalissi” prevede piuttosto che riconoscere l’avvenimento della fine costituisca una “ri-velazione” o “dis-velamento” delle possibilità di un futuro altro che è “già e non ancora” (1). L’irrecuperabile è, in questo senso, l’Apocalisse del moderno: è evidente la fine dei binomi più rilevanti che hanno costruito il distretto. La fine del legame infrastruttura-sviluppo, ad esempio, poiché laddove la strada aveva costruito la crescita e la crescita aveva generato una strada (come sulla Strada Trossi, o sulla strada-mercato Biella-Cossato) convivono ora abbandoni e successi, effervescenze e decadimenti. La fine del vantaggio della prossimità, poiché il distretto funziona oggi in forme parziali, disperse, non continue. La fine della crescita economica come esito di nuove localizzazioni, perché talvolta la localizzazione produce un’inversione di tendenza nella crescita economica (2).

Consegnare l’irrecuperabile a un regime apocalittico ci pare porti con sé un’ipotesi rilevante: la coscienza della fine permette l’annuncio di un futuro diverso. Fare a meno delle categorie di riuso o riciclo significa costruire un progetto “altro”. Dare una risposta a Vallemosso o alla Strada Trossi ci pare allora possibile attraverso la costruzione di un racconto sistematico dei futuri che quel genere di progetto mostra. Una fenomenologia delle tendenze del progetto che non ammette il riuso come soluzione (3).

Abbiamo pertanto individuato alcune linee di pensiero rispetto alla cultura progettuale contemporanea, che sono state raccolte entro definizioni sempre stringenti e mai esaustive, ma che mostrano uno spostamento concettuale radicale: passare dal riuso al non-riuso obbliga a muoversi dall’oggetto (l’irrecuperabile) al contesto cui l’oggetto appartiene. Emergono dunque soggetti diversi. Non più la fabbrica, il dismesso, il “rust”, il “dross”, ma la natura, la società, la tecnica. Entro queste semplificazioni ci pare si possa ragionare in forma alternativa rispetto al tema della dismissione. E si possa costruire un’immagine di futuro non banale e non autoreferenziale.

Natura come soggetto

La lezione di Gilles Clemènt è la forma più diffusa e istituzionalizzata del progetto che immagina la rinaturalizzazione come futuro (Clemènt 2005). E che vede la natura come il soggetto che agisce sull’irrecuperabile in funzione di una ricostruzione di paesaggio. Un “terzo paesaggio”, che si può osservare a partire dalla vegetazione: “le piante sono veri e propri dispositivi dell’osservazione, rendono visibile il cambiamento, proponendosi come materiale di una riflessione sul paesaggio, l’agire e l’estetica” (Bianchetti 2006). Il progetto, qui, è sapiente, attento, rispettoso. La rinaturalizzazione è presa sul serio, come materiale del futuro. E ricostruisce legami, spazi, valori, attorno alla riconquista della natura.

Natura come oggetto

Il rovesciamento della rinaturalizzazione è un progetto illuminista. Allo stesso modo per cui il romanticismo è spesso indicato come il rovescio dell’illuminismo. La questione è spinosa e rischia di essere fuorviante; tuttavia, dal punto di vista del progetto, è chiara: la natura, con i suoi processi e le sue tendenze, è l’oggetto del progetto. Gli edifici dismessi, la vegetazione e i suoi tempi, i paesaggi fragili diventano gli elementi di una grande ricomposizione formale, forse di matrice settecentesca, che li ridisegna come elementi di un giardino (come nei lavori di Pikionis, ben raccontato in Ferlenga 2014 o, in Italia, di Luigi Latini). Il progettista torna al centro: si ha in mente non un terzo paesaggio, non una rinaturalizzazione a cui si accondiscende, quanto piuttosto un’antropizzazione estensiva di quei luoghi, una riappropriazione umanistica di spazi, distanze, oggetti, significati.

Tecnica come riparazione

Alcune tendenze progettuali contemporanee tendono a porre al centro delle loro pratiche una radicalizzazione tecnica, disciplinare. Non si tratta certo di autoreferenzialità: piuttosto è un tentativo (spesso di grande successo e rilievo) di tornare sui passi della disciplina per tentare risposte altre.

La tecnica viene adoperata in funzione di come si considera l’irrecuperabile. Nel caso in cui lo si consideri come vuoto, rovina, mancanza, il progetto è fatto di azioni riparatrici, messa in sicurezza, riallacciamenti: “il materiale urbano primario è il rudere, leggibile come lacuna”. Resta da decidere, tuttavia, se l’operazione coerente sia “preservare la mancanza o colmarla con appropriatezza” (Garofalo, Pignatelli 2014). In ogni caso si tratta di operazioni tecniche molto attente, talvolta tese a “ristabilire l’unità potenziale” (Brandi 1963), talaltra azzerandone la portata teorica.

Tecnica come prevenzione

Altrove la tecnica è preventiva. Gli oggetti restano quel che sono, non si applicano funzioni alternative, posizionamenti culturali, ragioni sociali o ri-ambientazioni naturali. La rovina resta quel che è. Ma viene messa in sicurezza. Strippata, decostruita, aperta, liberata. Laddove non è più possibile generare progetti di radicale riappropriazione, come si faceva pochi anni fa con patrimonializzazioni che museificavano anche i lavatoi, si preferisce lasciare com’è – dov’è, adeguando gli oggetti alle normative e proteggendoli dagli agenti atmosferici. Per il resto, il prodotto finito non si vedrà mai: la tecnica previene, produce potenzialità, apre strade. Ma non offre visioni sistematiche, e per questo non si può considerare riuso riciclo: l’edificio è irrecuperabile. Se non nella sua forma di rovina. Si aggiungono parti, procedendo per superfetazioni anziché risoluzioni. Così è per Lacaton & Vassal, sia con “Plus” (Druot, Lacaton, Vassal 2007) che con progetti come lo straordinario museo FRAC Nord-Pas de Calais a Dunkerque o il Palais de Tokyo. Una Lo-Fi architecture (Lupano et al. 2010) che troverebbe le sue tracce nell’ “As Found” degli Smithsonn (Garofalo, in ib.).

Società come attore

Il progetto dell’irrecuperabile è altrimenti affrontato ponendo al centro non la natura, non le possibilità tecniche della disciplina quanto piuttosto la società che abita quei luoghi. In questo senso la società può essere l’attore privilegiato del futuro della rovina. A fronte di una fiducia talvolta persino eccessiva nella capacità e nell’intenzione di reagire a determinate condizioni, che non ammette la non-azione, il non-interesse, il disaccordo, si immaginano progetti che hanno il chiaro intento di generare azioni. I magnets di Cedric Price sono in questo senso l’esempio più eclatante (Hardingham 2003). Anche le forme di riuso temporaneo vanno in questa direzione (Inti 2014). O i processi di “Stadtverwaldung”, ovvero “rimboschimento urbano”, di Beuys, dove non si “amministra la città” (Stadtverwaltung) ma si impegna un soggetto collettivo entro un’opera di riappropriazione. Alcune forme del progetto dello studio Nowa perseguono questi stessi obiettivi (Mazara del Vallo, ad esempio).

Società come spettatore

La società può, in ultima istanza, essere lo spettatore della rovina. In questa direzione le prospettive indicate da “Buildings must to die” (Cairns, Jacobs 2014) presuppongono un futuro complesso che decreta la morte dell’irrecuperabile e con essa convive. Il progetto è geografico, descrittivo, di presa di coscienza. Si asseconda la natura, si descrive e si visita. Niente di più lontano dal terzo paesaggio di Clemènt: qui ciò che emerge non è una forma più o meno gestita di rinaturalizzazione ma la coscienza e la riflessione di una società che contempla o che agisce in forme lente, ammorbidite, realiste.  L’irrecuperabile resta ciò che è, mentre la società ammette il cambiamento radicale in forme quasi rassegnate, melanconiche, speculative. La riproduzione del sublime, si sarebbe detto altrove. Così i lavori incredibili degli studenti di Tom Emerson su Forst e su Galway riescono a “change your perception of a place forever…So when I visit Galway next, I will encounter these strange and wonderful imagined worlds as my new reality.” (Shelley McNamara in Emerson 2013b).

Ci pare, in conclusione, che la dichiarazione dell’apocalisse del moderno permetta di giocare carte non previste. Di riaprire il futuro. Certo la rassegna delle tendenze è limitante, necessita di ampliamenti e qua e là pare persino stringente, attorno ai progetti e agli autori che considera e classifica. Tuttavia permette di fare un piccolo passo nei confronti dell’irrecuperabile, scandagliando le possibilità sempre altre del progetto: pratica di immaginazione del futuro che parte, talvolta, dal “niente. Lo stesso “niente” di Coetzee, che emerge con forza nell’esperienza di David Lurie (il protagonista di Vergogna): “è questo fondo dell’esistenza ciò che David tocca con la sua discesa verso un’esperienza di violenza, morte e umiliazione. Ma qui sta anche la sola possibilità per ricominciare a vivere alla fine e dal fondo, come constata con la figlia Lucy, dopo aver perso quasi tutto, speranze comprese. È Lucy a pronunciare questa parola di verità modulata dal forse (perhaps) del dubbio e che si chiude con la metafora del cane” (Kirchmayr 2014: 33).

 

Michele Cerruti But

 

Note:

(1)  Non ostante la vulgata divulgativa del termine “apocalisse”, che è inquadrata entro un ambito fanatico, catastrofico, di annullamento, di errata comprensione del medioevo (si veda a proposito Bruckner 2014 o Walter 2009) si tenta qui di riproporre l’interpretazione fondamentale del termine “apo-kalùpto”, la stessa che ha generato, parallelamente alla riduzione popolare di nichilismo oscurantista che guida le apocalissi verso defaillances radicali, la tradizione delle letture del testo giovanneo, laddove, fin dalla prima patristica, ciò che tesse le fila del discorso sono le visioni e lo strepitoso strutturarsi intorno a un lungo campionario simbolico che mostra tutta un’altra eleganza escatologica, non il nauseabondo disfacimento cosmico del de comptentu mundi o di Francis Ford Coppola. Questa dimensione ottativa dell’apocalisse è pressoché ignorata dal quotidiano, eppure ha costruito non solo il supporto ermeneutico di un’importante letteratura (tra cui figura senza fatica non solo Onorio di Autan o Melantone ma anche Steinbeck o Agota Kristof), ma è anche il luogo della riflessione di tutta la storia della musica, da Pascal L’Estocart fino a Messiaen o all’ultimo Bengt Hambraeus.

(2)  La tesi di laurea “Oltre la crisi. Biella” (Cerruti But 2014) tenta una rilettura dei binomi del distretto attraverso la forma del progetto, affrontato secondo una dinamica di “lettura” e di “scrittura”. Gli stessi temi sono largamente trattati da Governa (2014) e da Calafati (2010), in forma più distesa e meno localizzata.

(3)  Il tema è affrontato da Lanzani, Merlini, Zanfi (2013). Là, tuttavia, si tenta un diverso approccio: ricostruendo una fenomenologia di ciò che è “irriciclabile” (al proposito pare coerente e necessario il sorvolamento di Lanzani et al. 2014) si ragiona sulle modalità possibili del progetto urbanistico prendendo in considerazione le forme della sua realizzabilità. Al campionario dell’irriciclabile è affiancato un sistema di strategie specifiche, di quadri normativi da tenere in considerazione, di riposizionamento degli attori. Per cui nella dismissione di pregio si può innescare un riuso temporaneo, con finalità diverse, in cui il soggetto pubblico dovrebbe “accompagnare”; alle dismissioni periferiche si restituisce una possibilità di trasferire diritti volumetrici, con un importante ruolo del pubblico teso a produrre indici di plusvalore e compensazioni; alle rovine in via di rinaturalizzazione si propone un governo dell’ecogenesi in cui bonifiche e demolizioni, “pratiche ordinarie”, sono supportate da un quadro normativo revisionato; alle dismissioni irrecuperabili si immagina un futuro in termini di “messa in sicurezza” e di costruzione di recinti. Sebbene questa panoramica sia utile e rilevante anche per il pensiero sulla professione, l’ambizione di questo scritto è diversa e intende mostrare non le possibilità del progetto nell’ambito di norme, indici, azioni, ma fare un esercizio estremo di immaginazione di futuro, attraversando la cultura del progetto contemporaneo sul tema dell’irrecuperabile. Che è, peraltro, a nostro giudizio, non sempre catalogabile, non sempre campionabile. Tanto più in luoghi come il biellese ove la dismissione è una condizione generalizzata.

 

Bibliografia:

Bianchetti C. (2006), “Il terzo paesaggio” in Domus 889

Brandi C. (1963), Teoria del Restauro, Einaudi, Torino

Bruckner P. (2014), Il fanatismo dell’apocalisse, Guanda

Cairns S., Jacobs J. M. (2014), Buildings must die. A perverse view of Architecture, MIT Press, Cambridge

Calafati A. (2010), Economie in cerca di città. La questione urbana in Italia, Donzelli, Roma

Cerruti But M. (2014), Oltre la crisi. Biella, M.Sc.Arch. Thesis, Politecnico di Torino, tutor: C. Bianchetti, co-tutor: L. Ortelli

Clemènt G. (2005), Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet, Macerata 2005

Coetzee J.M. (2000), Vergogna, Einaudi, Torino

Druot F., Lacaton A., Vassal J. P., (2007), Plus. Les grands ensembles de logements – Territoires d’exception, Gili, Barcelona

Emerson T. (2013a), Forst Atlas, ETH Zurich

Emerson T. (2013b), Galway Atlas, ETH Zurich

Ferlenga A. (2014), Le strade di Pikionis, Lettera Ventidue, Siracusa

Governa F. (2014) Tra geografia e politiche. Ripensare lo sviluppo locale, Donzelli, Roma

Garofalo F., Pignatelli F. (2014), Lacuna. Riciclare territori fragili / centri minori in abbandono. Working paper Re-cycle Italy

Hardingham S. (ed.) (2003), Cedric Price. Opera, Wiley Academy, London

Inti I., Cantaluppi G., Persichino M. (2014), Temporiuso. Manuale per il riuso temporaneo di spazi in abbandono, in Italia, altreconomia, Milano

Kirchmayr R. (2014), “L’odore dei pensieri. Etica e scrittura dell’animale in J.M. Coetzee” in Aut Aut 363/2014: 23-50

Lanzani A., Merlini C., Zanfi F. (2013), “Irriciclabile. Fenomenologia dello spazio abbandonato e prospettive per il progetto urbanistico oltre il paradigma del riuso”, Atti del XVI Convegno SIU, “Urbanistica per una diversa crescita”, Napoli

Lanzani A., Merlini C., Mattioli C., Zanfi F. (2014), “La questione è come convivere con manufatti abbandonati – antichi o recenti che siano – in un territorio saturo” in Re-cycle Op-positions II, Aracne, Roma: 102-103

Lupano M., Emanueli L., Navarra M. (2010), Lo-Fi. Architecture as curatorial Practice, Marsilio Editori, Venezia

Marini S. (2008), Architettura parassita. Strategie di riciclaggio per la città, Quodlibet, Macerata

Marini S., De Matteis F. (a cura di) (2013), La città della post-produzione, Edizioni Nuova Cultura

Pignatelli F. (2014), “Per un’architettura anonima” in Re-cycle Op-positions II, Aracne, Roma: 172-177

Tarpino A. (2012), Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro, Einaudi, Torino

Walter F. (2009), Una storia culturale, Angelo Colla

 

Photo credits:

“Strada Trossi” by Michele Cerruti But

“Vallemosso – Alba notturna” by Fulvio Bortolozzo

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