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The irresistible lightness of contemporary design. Inspiration from the work of the group G124

In Italy we’re still talking about the suburbs in the same way. Perhaps, the leaders of the Catholic culture of the late 50s were the first ones, with some anticipation. Since then much has changed. The recent Report made by the group G124, funded and established by Renzo Piano, is an interesting case to test the discourse about “periferie”. On one side, the Report recall those old positions, and describe, in the same way, discomforts and conflicts. On the other side, the projects for the outskirts of Turin, Rome and Catania propose light actions, in search of comfort, beauty and small adjustments.

L’irresistibile leggerezza del progetto contemporaneo. Spunti dal lavoro del gruppo G124

Si parla sempre di periferie allo stesso modo. Forse i primi, con qualche capacità di anticipazione, sono stati gli esponenti della cultura cattolica dei tardi anni 50. Sui Quaderni di azione sociale o nei convegni dell Acli pubblicati dall’Edizione delle Cinque Lune. La capacità di costruire il dibattito di quelle ormai vecchie posizioni è straordinaria. Vi ha fatto i conti la cultura urbanistica di sinistra per decenni.

Ancor oggi nelle retoriche che attraversano il dibattito sulle periferie si ritrova molto di quelle vecchie posizioni. Il Report del gruppo G124 finanziato e istituito da Renzo Piano è un interessante campo di verifica (http://bellissimo1998.com/media/PERIFERIE.pdf). Ma l’interesse non è nella ricostruzione di possibili/impossibili genealogie, quanto nelle contrapposizioni che questi discorsi rendono evidenti entro la cultura contemporanea del progetto. Una contrapposizione che, per semplificare, potremmo dire tra sfondo e azione. Lo sfondo è nelle retoriche dure che identificano (nell’uso di alcuni termini o in fotografie viste più volte) la periferia con forme di disagio, malessere, lotta e rivendicazione. Luogo di diritti negati e di ingiustizia. L’azione, al contrario, si risolve in modo leggero, nella ricerca di comfort, bellezza, piccoli scostamenti. Il contrasto diventa palese nei casi studio individuati nel Report, pervasi dalla celebrazione del fare con poco, del fare per altri, del fare con altri. E soprattutto dell’intervento puntuale, circoscritto, minuto. Come se si potessero fronteggiare un playground sotto un viadotto e i conflitti, le mancate coesistenze, le esclusione e il disagio, lo sgretolarsi di protezioni sociali e di condizioni di lavoro. Certo che le condizioni spaziali contano. E contano molto. Ma è la sproporzione a colpire. In iniziative, peraltro, in cui molto presenti sono le istituzioni (anche quelle più vicine al territorio).

Il caso di Torino/Stura, sul quale questo blog continua a tornare, è emblematico. Quasi un nuovo banco di prova, nella città di Torino, per misurare da un lato il ritorno di parole d’ordine radicali: Lefebvre est incontournable! (o forse è solamente un’immaginetta). Dall’altro il ricorso ad interventi lievi che scivolano lontano da problemi strutturali: come se bastasse un orto a favorire l’incontro tra gli abitanti. Nessun moralismo. Né sottovalutazione delle virtù dei progetti leggeri. Quel che vogliamo sottolineare è la strana  condizione cui sembra condannato il progetto, nel momento in cui tanto si torna a discutere di autorialità: l’irresistibile leggerezza con la quale esso assume conflitti e condivisioni entro un’idea di città di cui consuma i significati economici, sociali e istituzionali. Mentre, a gran voce, li dichiara.

Emanuel Giannotti, Cristina Bianchetti

 

Il 5 dicembre, a Torino, si terrà una giornata di confronto dal titolo “Spazio pubblico Bene comune”, alla Circoscrizione 5

 

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