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The micro-sovereignty of families, enterprises and territory. Where is power?

Through the inquiry on the effects of the great depression generated by the excessive power of the market, by the theft of the sovereignty and by the crisis of institutional representation, the authors invite us to explore, today in Italy, the new conditions of the micro-sovereignty of families, enterprises and territory. The book doesn’t intend to join to the usual myths of the civil society. Rather, it tries to carefully examine the way in which families are deeply modified in their composition and role. It examines the dust of micro enterprises, the ones that were once entrusted to the old entrepreneurship that generated economic growth, and that are now weakly supported by immigrants, women and youth. Finally, it observes the way in which space is transformed into a place of sovereignty that doesn’t express any rooted form of dissent, or forms that are able to create social blocks, but conflicts that are constantly ready to move from one place to another.

La microsovranità della famiglia, dell’impresa, del territorio. Dov’è il potere?

La Grande Crisi del titolo è quella che stiamo attraversando. La distanza del popolo dagli dei è la dislocazione della sovranità in sfere sovranazionali e nei poteri finanziari, lontano dallo stato, dal parlamento, dagli enti locali, dalle amministrazioni del territorio. Il breve volume di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo si apre con la domanda «Dov’è il potere?» E con il racconto di una radicale dislocazione. E si chiude richiamando Luigi Einaudi e la sua fiducia in una lotta per il benessere, che nel primo dopoguerra poteva apparire un vero e proprio azzardo. La prospettiva è quella cara alla coppia degli autori, in continuità con L’eclissi della borghesia. Il paese è squassato. In una misura in cui difficilmente si sarebbe potuto immaginare solo qualche anno fa. Ma la Grande Crisi non ha azzerato quell’«antica voglia di far da sé» che per De Rita è il connotato specifico delle nostre storie collettive e individuali. Anch’essa è dislocata: dalle piccole imprese che hanno costruito lo sviluppo del paese, a coloro che prima erano esclusi: immigrati, donne, giovani. E’ loro l’energia vitale che potrebbe definire nuovi grumi di sviluppo. Benché oggi manchi quel sostegno che la politica aveva fornito (in modo ambiguo e strumentale) nei decenni del dopoguerra. Il rapporto con la politica si è irrimediabilmente deteriorato e spento e le élite tecniche, quando tentano di entrare in gioco, come nel 1992 o nel 2011, si mostrano incapaci di far fronte ai loro mandati (o alle supplenze). Le tre grandi fratture (il potere dei mercati; il furto della sovranità, la crisi della rappresentanza) contribuiscono a ridisegnarci come il popolo della sabbia, fragile per definizione, esposto a tutti i rischi della Grande Crisi. E’ un racconto venato da nostalgia per le vecchie conquiste (non solo economiche) del benessere, fuori tuttavia da uno sguardo luttuoso, di perdita. Certo, la fine della passione per la politica è una rottura profonda nel corpo sociale: la rappresentanza si disloca, dove c’è prossimità. Quasi un pamphlet che ci riguarda da vicino quando sostiene che l’adattamento alla nuova condizione «matura attraverso la ricerca di piccoli spazi, nei quali è ancora possibile esercitare una propria micro sovranità». Senza che ciò ricada nella celebrazione dei «falsi miti» della società civile. Solo un invito a guardare in modo più preciso agli spazi della famiglia, dell’impresa, del territorio. La famiglia è irriconoscibile. Forse l’immagine più chiara del cambiamento è questa: se negli anni Sessanta un bambino poteva contare su circa trenta parenti, oggi raramente si arriva a dieci (e, si potrebbe aggiungere, nonostante l’invecchiamento della popolazione preservi quei dieci un po’ più a lungo). Il modello nucleare tradizionale (coppia coniugata con figli) è decisamente la minoranza: 35,8% delle famiglie italiane. La famiglia non è più solo il rifugio di un mondo senza cuore di Lasch. E’ il ritrovare la propria sovranità. In forma micro. E magari obbligata (l’welfare «dal basso»). Ma anche in quella relativamente più libera della strutturazione di consumi e stili di vita. Nel welfare sono impegnate anche le imprese, luogo per eccellenza dell’autonomia e della sovranità micro. Mentre sul territorio questa dimensione di sovranità esplode nella ricerca delle soluzioni a problemi e conflitti locali. Lo spazio diventa fattore di coagulo del dissenso. Il conflitto nasce sempre più frequentemente come contestazione di scelte di trasformazione del territorio entro azioni di difesa che accendono focolai di diversa portata. E’ un dissenso che «non mette radici, non crea blocchi sociali, è pronto a emigrare da un luogo all’altro». Un antagonismo errante, altra faccia di una condivisione che abbiamo a lungo studiato. Poco mobile quest’ultima, molto radicata, attraversata dall’hirschmaniana pretesa «insolente» di voler cambiare il mondo. Forme diverse di sovranità. Meglio di una micro sovranità che non riesce a coagulare e fatica a trovare l’energia sufficiente per mettere in moto un diverso ciclo.  

 Cristina Bianchetti

Giuseppe De Rita, Antonio Galdo, Il popolo e gli dei. Così la Grande Crisi ha separato gli italiani, Laterza, Bari-Roma, 2014, pp. 104, € 14,00.

 

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