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‘Participation, an escape from the crisis?’ Three remarks

A participative revival? Participation or sharing? And the designer, how does he relocate himself? The post Participation, an escape from the crisis? calls on these and other questions. Around them, we can try to move at least three remarks.

1. Il ritorno d’interesse per la partecipazione può davvero essere letto come tendenza dell’ultima ora? O sarebbe forse più ragionevole considerarlo parte di un’onda più lunga? Tra la fine degli anni novanta e i primi del duemila c’è chi ci ha stordito a colpi di progettazione partecipata. Difficile vedere interruzioni con quanto accade dopo. L’interesse per la partecipazione permane. Piuttosto la crisi mette in evidenza nuove azioni de-istituzionalizzate che nella ricerca Territori della condivisione abbiamo chiamato appunto condivisione.

2. Si può pure nominare la condivisione diversamente, qualcosa come post-partecipazione, ma il riferimento rischia di essere fuorviante. Attraverso la partecipazione, per lo meno così come intesa fino a qualche tempo fa, si trattava di dirigere un’orchestra (nel migliore dei casi), costruire consenso (nel peggiore). Attraverso la condivisione (o come nel post evocata una partecipazione a posteriori) si tratta invece di progettare contemplando i mutamenti, mettere in conto reversibilità, contrazioni, esodi, nuovi arrivi dentro gli spazi del progetto e dei suoi usi. Questa seconda dimensione sembra oggi assunta dall’attività di numerosi progettisti e spesso specchiata nei loro progetti. Alcuni edifici residenziali dello studio BIG ad esempio hanno certamente il merito di sfidare aspetti tradizionali della pratica progettuale, sottraendosi a scritture seriali degli spazi abitativi (pensiamo a 8 House). In Lacaton e Vassal, o nei lavori di Elemental, osserviamo un passaggio ulteriore. La Scuola di Architettura di Nantes pare esemplare per la sua capacità di prevedere i cambiamenti, e (forse) di accoglierne anche di imprevisti: numero di studenti, funzioni, disponibilità a proporsi al mercato (il progetto contempla l’ipotesi che alcuni spazi possano essere concessi in forma temporanea). Difficile dire se questo coincida con un’apertura democratica al futuro (come il post suggerisce). Più cauto, forse, leggervi l’abilità di un giocatore di scacchi, la capacità di anticipare mosse possibili, l’attenzione a progettare spazi in grado di contemplare e comprendere quelle forme di condivisione che poi modificheranno gli spazi stessi. Possiamo chiamarle post-partecipative? O si tratta invece di qualcos’altro?

3. Pratiche partecipative, post-partecipative, di condivisione. Comunque le si voglia osservare il post torna a mettere al centro l’autore, esattamente come nella posizione di Carlo Ratti che trova partecipazione da un’altra parte ancora: nell’architettura open source. Ovunque, sotto osservazione c’è l’azione dell’architetto demiurgo, prima solista, poi direttore d’orchestra (con legittimazione pubblica), di nuovo solista dopo (seppure disperso tra le infinite voci soliste del web, ma ben legittimato da una performance che, al di là della qualità, è open content). Perché mettere così al centro l’autore? Dove si colloca la riflessione? Entro quell’archistar system contro cui se la prende Carlo Ratti (non facendo però mossa alcuna per rivolgersi ad altro, per spostare l’angolazione della sua osservazione)? Se c’è uno scarto dell’architettura open source rispetto a quanto finora praticato, è il rilievo che essa conferisce alla divulgazione delle tecniche (proprie della pratica dell’architetto). Una divulgazione che ha la pretesa di mettere tali tecniche ad uso comune, di tutti. Altro che autorialità: il suo ribaltamento. Ecco quindi riemergere una doppia posizione. Da un lato il consueto dibattito autorialità-ordinarietà, dall’altro una certa preoccupazione attorno all’eccessiva esuberanza tecnica che segna i nostri tempi. Poi c’è chi, astutamente, fa tesoro di entrambi i fronti, e saggiamente misura nei propri progetti la doppia inclinazione che connota questo momento di impasse. Come Vassal e affini entro una modalità che rapidamente è divenuta regola: costruisce quel minimo di infrastrutturazione necessaria per organizzare spazi capaci di produrre altri spazi attraverso pratiche ed usi di abitanti e mercato. Sembra poco, una mossa astuta non molto di più. In realtà, al contempo, cambia il progetto, cambia il suo statuto. Cambiano i caratteri che lo legittimano in ragione di un’idea di qualità. Ed al cambiare di questi caratteri, e delle qualità che essi esprimono, si contaminano le competenze. Fino al punto di ricollocare l’architetto in una posizione nuova, non meno rilevante rispetto al passato, ma forse un po’ eccentrica rispetto a quella conquistata.

 

Paola Savoldi e Angelo Sampieri

 

 

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