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Participation, an escape from the crisis?

For many time participation in architecture seems to be one of the keys to the project after the crisis. If this is known as one of the most articulate and popular in the late twentieth century, it seems that the crisis has set in motion a non-trivial recovery of those speeches, those utopias and of those references. We publish books, turn on web forums, buildings and neighborhoods are celebrated  so that, if nothing else, they stop being niche. Almost, at the same time, have recently published two volumes, written by engineers, that are not intended to remain on the shelves of architects and urban planners but turn to a much wider audience.

La partecipazione, una fuga dalla crisi?

La partecipazione in architettura sembra da qualche tempo una delle chiavi del progetto post-crisi. Se questo è com’è noto uno dei temi più articolati e frequentati del secondo Novecento, ci pare che la crisi abbia messo in moto una ripresa non banale di quei discorsi, di quelle utopie, di quei riferimenti. Si pubblicano libri, si attivano forum sul web, si celebrano edifici e quartieri che, se non altro, smettono di essere di nicchia. Quasi contemporaneamente si sono da poco pubblicati due volumi che, scritti da tecnici, non hanno l’obiettivo di restare sugli scaffali degli architetti e degli urbanisti ma si volgono a un pubblico assai più ampio.

La riedizione di “Conversazioni su architettura e libertà”, per Elèuthera, di Giancarlo De Carlo con Franco Bunčuga è il primo di questi volumi. Curioso è rieditare un architetto, seppure celebrato come De Carlo. Ancora più curioso è rieditare non un saggio ma una raccolta di conversazioni che vanno da Bakunin ai primi passi della Scuola di Architettura di Venezia, dalla letteratura italiana ai progetti per Rimini o per Mazzorbo. In qualche modo emerge la trasversalità dell’architetto De Carlo, innegabile capostipite internazionale del discorso sul progetto partecipato, apprezzato nella sua capacità di tessere relazioni orizzontali molto prima che con internet si potessero costruire legami allargati secondo geografie alternative. La partecipazione in architettura, per De Carlo, era cioè fondata sia su un ideale alto di democratizzazione dei processi e dello spazio, sia su un tessuto fitto di relazioni con mondi e personaggi lontani tra loro ma vicinissimi in termini di concezione della società.

Il secondo volume è il precipitato di un lavoro cominciato nel 2011 e che si fonda proprio su quella “possibilità orizzontale” che offre la rete. “Architettura Open Source” di Carlo Ratti (Einaudi) nasce per l’invito di Domus di scrivere un editoriale sulla “progettazione open source” e che si risolse in un progetto non concluso: una voce per Wikipedia in cui intervenivano una pluralità di autori. Qui la partecipazione assume una forma tutta diversa ed è una risposta al riconoscimento dell’insufficienza della figura dell’architetto “prometeico” per rispondere alle condizioni attuali.

Riproporre la partecipazione in architettura ha due cause principali, emblema a loro volta di una doppia crisi. La prima causa è culturale: la fine dell’archistar, del progettista famoso e talentuoso che con un colpo di genio saprebbe risolvere problemi di larga scala. La seconda è economica e molto più radicale: la situazione economica in cui versiamo impedisce di progettare come si progettava fino a pochi anni fa; non solo diventa assai più complicato disegnare grandi progetti territoriali o urbani ma, pure, gli interventi minuti che costruivano la città (dai restauri alle nuove costruzioni, dal riciclo alle risistemazioni di spazi pubblici, dai piani di edilizia convenzionata alle rigenerazioni…) sembrano irrealizzabili, non più attuali (si osservino i casi di Falchera e Biella indagati nella ricerca Territories in Crisis). Da una parte, dunque, la crisi della figura dell’architetto liberale (Olmo 2010), dall’altra la crisi del progetto in sé. È su questa doppia crisi che volumi come quello di Carlo Ratti o progetti realizzati di altra natura hanno l’ambizione di ripensare alla partecipazione come forma alternativa (e spesso risolutiva) della contemporaneità.

A dire il vero la partecipazione ai processi di produzione della città, quando non è organizzata né progettata (fenomeno da sempre presente in forme diverse), ha subito un’accelerazione decisiva proprio entro la crisi, in dimensioni che abbiamo talvolta definito come “effervescenze” o “vivacità minori”: dove il pubblico non tiene, dove il grande progetto territoriale non è più possibile, è la società stessa che trova al suo interno i modi dell’azione secondo attivismi più o meno impegnati politicamente o eticamente. Che agiscono ora come evento puntuale, localizzato (si pensi alla Valle Cervo, a Biella), ora come evento connesso, che stringe relazioni trasversali grazie alla rete e che dalla rete attinge informazioni, conoscenza, saperi (si pensi alla Cavallerizza Reale di Torino). Queste forme della “partecipazione spontanea”, che abbiamo trattato in modi diversi nella ricerca Territories in Crisis, son ben diverse dai modelli partecipativi istituzionali proposti dagli architetti. In questi modelli si distinguono, in realtà, due tendenze diverse, che sottendono anche a due diverse concezioni dell’architettura e del ruolo dell’architetto: si potrebbe semplificare la questione dicendo che vi sono modelli in cui la partecipazione avviene prima della costruzione, a priori, e modelli in cui la partecipazione si dà dopo la costruzione, a posteriori. Per entrambi i casi si traccerebbero anche storie e genealogie, giacché nella partecipazione a priori troveremmo le figure di De Carlo, Ottokar Uhl, Peter Hubner. Nella partecipazione a posteriori vi sarebbero Cedric Price, Nicolas Bourriaud, Aravena, Lacaton&Vassal, Navarra. La semplificazione data da questa distinzione non esaurisce la fenomenologia, tuttavia mette in luce come sia radicalmente diverso il modo di intendere il ruolo dell’architetto e le ragioni che inducono a pensare alla partecipazione. Se la partecipazione avviene prima, l’architetto è un direttore d’orchestra (Ratti 2014) che ha il compito di gestire il dibattito e mettere una fine al processo, ovvero dare avvio alla costruzione (che, però, è in sé già definita). Se la partecipazione avviene dopo, l’architetto è un “attivatore dello spazio”, una figura che ha il compito di “innescare relazioni anziché occupare lo spazio” (Obrist 2011), e dunque è colui che, al termine della costruzione, decide che l’azione avvenga oltre alle sue responsabilità (il riferimento all’“opera aperta” di Eco è fin troppo evidente).

Si tratta di forme del ruolo e della responsabilità del progettista molto diverse, che hanno a che fare sia con le capacità proprie dell’architetto sia, appunto, con le ragioni che muovono il progetto. Per De Carlo “ci vuole molto più talento nella progettazione partecipata di quanto ce ne voglia nella progettazione autoritaria, perché bisogna essere ricettivi, prensili, agili, rapidi nell’immaginare, fulminei nel trasformare un sintomo in un fatto e farlo diventare punto di partenza” (De Carlo, 2000). Le ragioni di quell’impegno e di quel talento, tuttavia, rispondevano per De Carlo (e a molti altri) a un chiaro intento di democratizzazione dello spazio. A un certo tipo di idea di società. A un obiettivo etico fondato su un pensiero politico chiaro. A un ideale di futuro. Tutto ciò poteva essere condivisibile o meno, in ogni caso rappresentava una chiara Weltanschaung.

Quasi nulla di tutto questo è richiamato negli scritti di oggi che riguardano la partecipazione, dove le ragioni sono mostrate debolmente e sono spesso fragili. Il modello dell’architettura open source aspira alla “progettazione aperta” perché lo considera un nuovo “paradigma”. Un nuovo modo di funzionare, insomma, che potrebbe “trasformare la partecipazione in azione concreta” (Ratti 2014). Non c’è traccia di radicalismi democratici né di impegno politico: quel che pare emergere è la fiducia estrema verso uno strumento, l’“open source”, che sarebbe la chiave di un nuovo modus agendi (ma che a volte, da strumento, sembra diventare il fine dell’intera operazione). Per capire se vi è anche una qualche portata ideale e se il paradigma dell’open source è rilevante davvero nell’immaginazione di una società aperta bisognerebbe perlomeno osservare qualche progetto costruito secondo quei criteri; non vi sono però progetti posti come esempio e i presupposti teorici certamente non dichiarano con forza il loro statuto. Nella partecipazione a posteriori le ragioni si trovano, invece, e sono in ambiti radicalmente diversi: per Navarra il progetto di paesaggio è occasione per “pensare insieme l’atto di costruire e quello di abitare”, mette in scena un “sistema per poterlo modificare e alterare dall’interno, mentre lo si sta vivendo e costruendo” (Navarra 2012). Non dissimile dal progetto di Lacaton&Vassal per il Palais de Tokyo o per i progetti raccontati in “Plus” (2008), dove il ruolo dell’architetto è tutt’altro che secondario o da “direttore d’orchestra”. La partecipazione a posteriori ridefinisce insomma il ruolo egemone dell’architetto (in forme diverse) e una larga fiducia nell’abitante. Non immagina una vera democratizzazione allargata, suppone però che il progetto possa compiersi entro tempi lunghi e con attori diversi, anche non previsti o non prevedibili.

La crisi è a ben vedere uno straordinario dispositivo di lettura. Come una lente d’ingrandimento che non nasconde più nulla, la crisi mostra con chiarezza come il progetto partecipato, auspicato come svolta o via di uscita, abbia ragioni e valori diversi da un tempo, completamente mutati. Qui è la fiducia senza condizioni nelle potenzialità della rete, là è un vero ripensamento di matrice pareysoniana degli abitanti e degli utenti. Nessuna radice democratica in sé, dunque. Lo sfondo è un profondo mutamento di valori, di ruoli, di responsabilità, in cui l’architetto cambia la sua posizione rispetto al piano e in cui il piano stesso assolve solo in forma parziale la sua capacità di redistribuire diritti. Quando le ragioni sono fragili o addirittura inconsistenti e laddove è complicato mettere in mostra radici e ideali si ha talvolta l’impressione di esser di fronte a modelli ideologici anziché teorie salde. E viene il dubbio (ma forse è solo un dubbio intellettuale) che il regime partecipativo sia, anziché un’uscita, una vera e propria fuga dalla crisi, che incombe senza lasciare scampo e che richiederebbe invece un pensiero sociale e politico lucido, chiaro, consistente. E ciò mentre i sui aspetti di legittimazione istituzionale (che ne hanno segnato un’intera stagione) sembrano ormai definitivamente affievoliti.

 Michele Cerruti But

 

De Carlo G., Buncuga F., Conversazioni su architettura e libertà, Elèuthera, Milano 2014 [prima ed. 2000].

Druot F., Lacaton A., Vassal J. P., Plus. Les grands ensembles de logements – Territoires d’exception, Gili, Barcelona 2007.

Eco U., Opera aperta, Bompiani, Milano 1962.

Navarra M., Inwalkaboutcity 2.0. Architetture geologiche e faglie del tempo, LetteraVentidue, Siracusa 2012.

Obrist H. U. (ed.), Re:CP. Cedric Price, Lettera Ventidue, Siracusa 2011[prima ed. 2003].

Ratti C., Architettura Open Source. Verso una progettazione aperta, Einaudi, Torino 2014.

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