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Urbanism is a narrative?

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On Thursday October 9, Alejandro Echeverri gave the lecture, at the Universidad de Chile, Santiago, ‘Urbanism social en Medellín’. Echeverri is the Director of URBAM and he was the responsible for the urban projects developed in Medellín, Colombia, during the period 2005-2008.

L’urbanistica è un racconto?

Lo scorso giovedì 9 ottobre Alejandro Echeverri è stato ospite all’Universidad de Chile, Santiago. Echeverri è direttore del centro URBAM ed è stato responsabile dei progetti urbani realizzati a Medellín, Colombia, nel periodo 2005-2008.

Durante una breve conferenza, Echeverri ha sottolineato più volte come gli interventi realizzati a Medellín negli ultimi 15 anni siano riusciti a costruire un racconto (“relato” e “narrativa” le parole usate in spagnolo), includendo quella parte della città prima invisibile: gli abitanti della “ladera”, i versanti delle montagne che conformano la valle nella quale sorge Medellín. Questi quartieri, cresciuti in modo informale, fino a qualche anno fa erano conosciuti soprattutto per essere i territori dei cartelli della droga. Per vari anni Medellín ha avuto la triste fama di essere la città più violenta del pianeta. Oggi, invece, quegli stessi quartieri sono connotati da una nuova immagine, grazie a opere come il metrocable o la biblioteca di Spagna.

Echeverri ha ricordato come tra gli anni ottanta e novanta alcuni cineasti, giornalisti, artisti, avessero contribuito a raccontare la cultura di questi quartieri, a renderla visibile e, soprattutto, a tradurla, compiendo un’operazione di codifica dei linguaggi propri e locali, i quali furono riscritti per diventare comprensibili a una platea più ampia. L’arte, la letteratura e il cinema, secondo Echeverri, sono stati capaci di costruire un racconto, delle descrizioni, che in qualche modo anticiparono un futuro. L’architettura e l’urbanistica si sono inserite in questa traiettoria, irrobustendo la strategia di costruzione di immagini. In questo modo è stato possibile formare un consenso, senza il quale il cambiamento sarebbe stato impossibile.

Secondo questa logica, una delle azioni messe in campo è stata quella di moltiplicare gli spazi di incontro, di dialogo e di festa. Un’altra è stata quella di affiancare ai programmi di lungo termine alcune trasformazioni che potevano produrre risultati rapidi. In breve tempo sono state costruite alcune opere con un alto valore simbolico, che hanno reso visibile il cambiamento. Echeverri ha sostenuto che sì, a volte le soluzioni avevano funzionato e altre non tanto; che il cambiamento aveva coinvolto solo una parte della città e che non era stato esente da difetti e problemi; che si era concentrato sullo spazio pubblico perché in questo modo si poteva andare più rapidi, ma era necessario anche un intervento sul tessuto residenziale, il quale richiedeva più tempo. Ciò nonostante, secondo Echeverri, il principale cambio che erano riusciti a realizzare (o a rafforzare) era nell’immaginario: “la nuova Medellin sta già nella testa di molte persone, e questo è il primo passo per il cambiamento”.

Certo, ascoltando queste parole il primo dubbio che sorge è chi costruisce il racconto, chi ha il diritto di parlare e chi no, chi ha il potere e la capacità di indirizzare il dibattito e formare le immagini. Echeverri sottolineava la necessità di un’urbanistica collaborativa (dicendo che la parola partecipazione è tanto usata che ormai si è svuotata di significato), dove i tecnici devono imparare ad ascoltare. Rimarcava il bisogno di creare un piano orizzontale, in cui tutte le conoscenze (dei tecnici, degli abitanti, dei leader locali, dei giornalisti, etc.) possano dialogare. Però diceva anche che l’urbanistica collaborativa non può formare un’immagine alla scala urbana, in quanto le scelte strategiche, come la creazione del metrocable, non potevano nascere in questo modo, e quindi era necessario un salto qualitativo.

Tutte queste questioni sono ben aperte e non sono di certo nuove al dibattitto disciplinare. Non solo i sociologi, ma anche gli storici dell’architettura e dell’arte hanno analizzato come la costruzione di immagini è parte dell’esercizio del potere. Nemmeno l’idea di pensare l’urbanistica come un racconto è nuova. Trent’anni fa Bernardo Secchi pubblicava un libro che, a partire da questa idea, rileggeva le vicende dell’urbanistica italiana (e non solo), proponendo un modo di intendere la disciplina che non fosse solo un insieme di tecniche, né tantomeno una lista di norme e regole. Ecco, ascoltando Echeverri, mi è parso che questa lezione sia oggi quanto mai attuale e che meriterebbe ulteriori riflessioni.

 

Emanuel Giannotti

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