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Go West – The fascination for the shared living

Caroline Maniaque, Go West!. Des architectes au pays de la contre-culture, Parenthèses, Marseille, 2014.

Contemporary shared living celebrates a weak project. This attitude is certainly not new. During the second part of the twentieth century, many positions had to do with this point: the English anarchist ones, related to the years between the two World Wars and then recalled by the famous book by Dennis Hardy and Colin Ward Arcadia for All. The Legacy of a Makeshift Landscape (Five Leaves, 2004); the ones related with the American counterculture of the 60s and the 70s, as studied by Maniaque Caroline in the recently published book Go West. Des architectes au pays de la contre-culture (Parenthèses, 2014).

 

Go West – La fascinazione per l’abitare condiviso

L’abitare condiviso contemporaneo celebra un progetto leggero. Atteggiamento certo non inedito. Diverse traiettorie, nella seconda parte del XX° secolo, si intrecciano su questo punto. Quella anarchico inglese degli anni tra le due guerre, richiamata nel bel libro di Dennis Hardy e Colin Ward, Arcadia for All. The Legacy of Makeshift Landscape, pubblicato nel 2004 da Five Leaves. Quella della controcultura americana degli anni 60 e 70 di cui si occupa Caroline Maniaque nel libro pubblicato ora da Parenthèses: Go West. Des architectes au pays de la contre-culture.

Il progetto leggero (ovvero le abitazioni realizzate con materiali riciclati, capanne, rifugi, fatti con poco, fatti da sé che dichiarano una sensibilità ecologica, un rapporto forte con la natura) sono ciò che arriva in Europa dall’esperienza americana, a metà anni 70. Bernard Huet, in un articolo del 1975 su L’Architecture d’aujourd’hui, la chiama “Architecture douce”. Il riferimento è a un’altra America. Quella della cultura popolare, della contro-cultura contestataria, delle culture etniche. Non più solo apoteosi di progresso, di una modernità dura, massiccia e invasiva. Ma ispiratrice di un abitare riconciliato con la natura.

Quello che interessa Caroline Maniaque (e che interessa molto una riflessione sulle nuove, forse diverse, forme dell’abitare condiviso), è la fascinazione che la controcultura americana ha avuto in ambito architettonico. Poiché se in quell’esperienza il progetto fa a meno delle competenze tecniche. Nondimeno, la competenza tecnica ne è affascinata e ne discute (allora, come ora) su riviste, in mostre e studi. Inventando prototipi. Muovendo i propri protagonisti.

Maniaque ci dice che la fascinazione appare rapidamente e altrettanto rapidamente è accantonata. Aiuta a trattarla uno scritto di Alain Touraine per l’Encyclopœdia Universalis del 1974, “Contre-culture”. Touraine (che negli anni 60 studiava negli Stati Uniti) gioca su una contrapposizione per definire la contro-cultura. Da un lato le regole burocratiche, l’efficacia strumentale, dall’altro l’espressività, la persona, il gruppo. Parla di un difficile intreccio con le motivazioni contestarie degli anni 60, mettendo in guardia nel non confondere cambiamenti culturali e conflitto politico. Se l’esperienza americana si estende nell’Europa occidentale (e soprattutto in Francia e Italia), pure essa è limitata dalla forza di movimenti operai militanti.

Questo il quadro di sfondo. La nozione di cultura e contro-cultura. Le declinazioni dell’americanizzazione in Europa. La sua opposizione (ricordiamo, da noi Pasolini e Parise, per muovere solo due nomi). La sua fascinazione.

Il lavoro di Maniaque è puntuale e di grande interesse perché tiene al centro il dibattito architettonico. Cerca di capire quale fosse l’interesse per i dômes della comunità di Drop City nel Colorado, per le maison-barges nella baia di Sausalito a nord di San Francisco, o per le strutture gonfiabili di Ant Farm.  Pone domande sulla natura di quell’attrazione verso un’architettura che rifugge dalle competenze disciplinari. Fa da sé. E’ autocostruita. Accoglie piccoli gruppi. Si dichiara attenta a principi ecologici. Afferma i principi di un buon abitare, altro dal moderno.

Come molti buoni libri, anche questo ha alle spalle una ricerca di dottorato. Una ricerca che potrebbe generarne altre, forse altrettanto interessanti, sul versante dei rapporti tra l’abitare “leggero” contemporaneo (per nulla fuori da una fase ideologica – e qui ci discostiamo dal pensiero dell’autrice) e le sue tante matrici più o meno durature nel dibattito architettonico della seconda parte del XX secolo.

Cristina Bianchetti

 

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