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Stages for life. “L’état normal du ciel c’est la nuit”.

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Palais de Tokyo, Paris. While entering last Didi-Huberman exhibition the feeling is the one of going deep into your own existence. Or, still, right in the middle of some of the most relevant issues for contemporary world. “The world died today. Or maybe yesterday, I don’t know” says Hiroshi Sugimoto in his exhibition: this is our deal, actually. Managing images, objects and ruins, each one of them with a totally ghostly life, which “make up our present as well as our historical and artistic memory”. Imagining cities is not anymore the practice of giving “grands récits”: it is the ability of making stages. Where life can perform itself.

Poche volte si esprime con chiarezza una condizione attuale. Ancora meno questo capita in una mostra. Tanto più se l’autore è un blasonato studioso che ha costruito un pensiero tanto articolato da influenzare la cultura contemporanea. Eppure entrando al Palais de Tokyo per vedere la mostra di Didi-Huberman la sensazione che provi è quella di stare al centro della tua esistenza. O meglio, al centro di alcune delle questioni più rilevanti per il mondo contemporaneo. Prima di tutto la placca 42 di Aby Warburg, atlante della pietà umana. Si sale poi a un corridoio vuoto. Dove l’unica cosa che si possa fare è guardare in basso, a sinistra (a destra c’è un muro bianco, davanti solo il corridoio. Voltarsi e abbassarsi è una pratica dello spaesamento tanto banale quanto arcaica: è lo spaesamento a rendere evidente la realtà delle cose (inutile tracciare l’abbondante genealogia dello Unheimlichkeit). In basso, appunto, mille metri quadri  di schermi che proiettano film, anzi, spezzoni molto precisi di film. Di film importanti, che dovremmo aver visto o almeno conoscere. Il tema di ciascuno non è più la pietà ma la condizione antropologica della lamentazione di fronte all’evento della morte. Quello che smuove non sono le geremiadi ma gli oggetti. Ciascuno spezzone, ciascun film è un oggetto. Perlopiù difficile da riconoscere. L’intenzione del resto non è il riconoscimento. Contano gli oggetti e contano talmente da suscitare il profondo dell’essere umano: non si rimane freddi. Umano troppo umano insomma, ma non riconoscibile. Fantasmi della memoria dell’uomo: quale altro modo infatti per parlare della Mnemosyne se non quello delle assenze che rimandano a presenze?

La memoria, che ci appartiene, è una “storia di fantasmi”. Per Didi-Huberman è interessante osservare “la vie fantomatique des images dont notre présent, autant que notre memoire – historique ou artistique -, est constitué” (G. Didi-Huberman, 2014, “Nouvelles Histoires de fantômes”, in L’état du Ciel. La Guide du Palais de Tokyo, Paris). “Recomposer aujourd’hui les Nouvelles Histoires de fantomes” è una “tâche commune aux artistes, aux philosophes et aux historiens, travail à refaire constamment pour donner à comprendre que nous ne vivons notre présent qu’à travers les mouvements conjugués, les montages des nos mémoires (gestes que nous esquissons vers le passé) et de nos désirs (gestes que nous esquissons vers le future)”. Quel che conta, nella mostra, sono dunque le storie delle immagini (quasi “genealogie”) ma più ancora conta l’azione di chi ha prodotto le “nuove” immagini. Contano gli oggetti, uno per uno e in relazione agli altri, tanto che “les images seraiont alors à regarder comme les carrefours possibles de tous ces gestes conjugués”. Tutt’altro che strutturalismo, che riconoscimento identitario, che patrimonializzazione del palinsesto. Si rilevano le immagini, gli oggetti, come prodotto di quelle storie di memorie, di identità, di fantasmi. Anche di morte. “Montrant commes les peuples en larmes sont suceptibles, dans certaines conditions, de s’engager dans un geste d’émancipation capable de faire d’eux des peuple en armes”: non in virtù della memoria, ma in virtù degli oggetti.

 

La mostra ci parla di progetto.

Non è più possibile costruire progetti di spazio a partire dalla rilettura di palinsesti. Dal tentativo di rendere leggibile un territorio, del mostrare la sua costruzione storica attraverso le superfetazioni strutturali che l’hanno generato. Siamo in un presente (o in un futuro) di rovine, come ci mostra Hiroshi Sugimoto in “Aujourd’hui le mond est mort (Lost Human Genetic Archive)”, sempre al Palais de Tokyo. Non ci è chiesto di fornire un “grande racconto”: né della città, né del territorio.

Ci è chiesto di dare spazio, di fornire le condizioni per la generazione del futuro. Come se non dipendesse più dagli architetti o dagli urbanisti, l’idea di città, ma dagli individui: l’unico rimasuglio della società. Il progetto mette in luce, descrive e chiarisce. Soprattutto i conflitti e le effervescenze. Così, improvvisamente, viene meno il bisogno di “più”, di “nuovo”, di “altro”. E ci si imbatte nel desiderio di “oltre”. Ancora memoria, ancora fantasmi, ancora rovine. Dove l’azione di Lacaton e Vassal, che quando propongono 50mila nuovi alloggi a Bruxelles ne fanno una questione di qualità prima che di spazio, e non annunciano nuovi quartieri ma sovrappiù di buon-vivere intorno a quegli stessi oggetti già presenti. E che quando progettano restauri del passato decidono di mettere in sicurezza, di rendere accessibile, ma poi si dedicano al solo “strippaggio”, al “rendere visibile”. Non la storia ma l’oggetto. Consentire che l’oggetto possa offrirsi come spazio. Nella forma di situazioni e di qualità. Riemerge Nicolas Bourriaud, per cui l’oggi è un “altermodern”, un farsi fondato non sul privato, sul singolare, ma sulle pratiche delle relazioni umane (oggi dilatate). E capace di suscitarne altrettante. Il progetto è sconvolto. Se si deve parlare di orizzontalità (e si deve, in termini di possibilità allargate, di ri-democratizzazione dello spazio delle possibilità/capabilities) lo si deve fare secondo logiche molto diverse da quelle del moderno rappacificarsi dei conflitti. Si tratta di prendere sul serio il conflitto. Di produrre palcoscenici, dove la scena del mondo può avvenire.

 

Michele Cerruti But

L’immagine di apertura è di:

Hiroshi Sugimoto (2014), Exhibition view, “Aujourd’hui le mond est mort [Lost Human Genetic Archive]”, Palais de Tokyo, Paris.

 

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Georges Didi-Huberman & Arno Gisinger, Mnémosyne 42 and Atlas, Suite (2014). Exhibition view, “Nouvelles Histoires de fantomes”, Palais de Tokyo, Paris.

 

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Hiroshi Sugimoto (2014), Exhibition view, “Aujourd’hui le mond est mort [Lost Human Genetic Archive]”, Palais de Tokyo, Paris.

 

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Lacaton & Vassal (2012), Palais de Tokyo, Site for Contemporary Creation, refurbishment and expansion.

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