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Arnaldo Bagnasco reads the book “La città dei ricchi e la città dei poveri”

libro Secchi

On June 2nd 2014 at the Triennale di Milano Arnaldo Bagnasco, during the celebration for the eighty years of Bernardo Secchi, reads the book “La città dei ricchi e la città dei poveri”.

 

Arnaldo Bagnasco legge il libro di Bernardo Secchi, La città dei ricchi e la città dei poveri, Laterza 2013

 

E’ per me un privilegio essere oggi a questa festa in onore di Bernardo Secchi, potergli rinnovare la mia stima e amicizia, assieme agli auguri più cordiali. Il debito intellettuale nei suoi confronti, anche da parte di chi non è urbanista o architetto, in particolare anche di noi sociologi, è davvero grande. Così come, su un piano più generale, è un esempio per tutti il suo deciso impegno professionale e civile.

Avete visto che gli amici ai quali si deve l’iniziativa di questo incontro, hanno chiamato a commentare il libro di Bernardo da poco pubblicato, un filosofo e un sociologo. E’ certo un gesto consapevole per riconoscere la complessa figura intellettuale di Bernardo. Basta del resto riprendere in mano a caso i suoi libri, per costatare la quantità di riferimenti a discipline sociali diverse, a scritti di storici o di filosofi, scelti e trattati con la precisione che la conoscenza dello statuto di base delle altre discipline gli consente. Vi prego allora di scusarmi se faccio riferimento a uno spartito. Vorrei provare a essere quanto più mi riesce preciso nelle mie osservazioni, inseguendo l’implacabile e appassionata precisione di Bernardo.

Mi sembra opportuno ricordare subito un modo specifico di intendere in sociologia il rapporto con lo spazio che lo avvicina alla prospettiva di Bernardo. Anche se non tutti sono di questa opinione, per quanto mi riguarda, sono d’accordo con quanti pensano che il rapporto allo spazio sia una dimensione sostanziale della strutturazione sociale, che deve dunque entrare da subito nella nostra costruzione teorica. Giddens e Luhmann sono per esempio due sociologi contemporanei che integrano lo spazio nella costruzione di una teoria generale della società, nel sistema concettuale di base.

Mi trovo dunque a mio agio con l’orientamento di Bernardo, che mi sembra analogo nel leggere il rapporto fra economia, società e territorio. E’ un orientamento che si respira ovunque nel libro che commentiamo, ma che è anche esplicito quando Bernardo dice di condividere l’opinione di Carl Schmitt, che «non esistono idee politiche senza uno spazio cui siano riferibili, né spazi o principi spaziali cui non corrispondano idee politiche» (p.11).

In altro modo, la prospettiva ritorna a mostrarsi con chiarezza quando una delle tesi centrali sostenute afferma che «lo spazio, grande prodotto sociale costruito e modellato nel tempo, non è infinitamente malleabile, non è infinitamente disponibile ai cambiamenti dell’economia, delle istituzioni e della politica; non solo perché vi frappone la resistenza della propria inerzia, ma anche perché in qualche misura costruisce la traiettoria lungo la quale questi cambiamenti possono avvenire» (p.13).

In questa prospettiva, la città (e più in generale, l’organizzazione spaziale) è davvero un fenomeno sociale. La prospettiva, così espressa, ha poi molti echi in altre direzioni: è quella di Karl Polanyi quando dice che, non bilanciata dalla regolazione politica, l’economia di mercato consuma società, perché questa non è, appunto, infinitamente malleabile; o quella di Richard Sennett quando ricorda che l’uomo non è infinitamente flessibile, e che la flessibilità richiesta dal mercato del lavoro contemporaneo, oltre un certo limite genera corruzione del carattere, blocca la disponibilità a impegnarsi con un progetto coerente sul lungo periodo, incidendo così negativamente sulla materia prima della società.

Ma la valenza della prospettiva va, secondo Bernardo, subito precisata: non bisogna cadere in un vecchio «rispecchialismo», per cui il progetto artistico, o urbanistico è e deve essere lo specchio della struttura sociale: questa è una delle tante varianti che può assumere una visione deterministica dei fenomeni sociali d’altri tempi. Da qui deriva la specifica responsabilità dell’urbanista, che viene disattesa se non si frappone «una distanza critica tra la struttura dell’economia e della società e quella del progetto; negando la dimensione discorsiva del progetto e delle politiche urbanistiche; senza considerare il progetto urbanistico come campo linguistico nel quale si costituiscono i diversi concetti: un campo delimitato da ciò che può essere detto e ciò che non può essere detto in un determinato contesto spaziale, economico, sociale, giuridico-istituzionale e temporale, ma che sempre si propone il dovere civile di valicarne i limiti» (p.12). Quanto Bernardo argomenta sulla città come fenomeno sociale risulta dunque, da quanto detto finora, anche una lezione diretta, sulla stessa lunghezza d’onda, per i sociologi, e i sociologi urbani in particolare.

La città dei ricchi e la città dei poveri è un piccolo libro a elevato peso specifico. Appartiene a quel tipo particolare di piccolo libro che funziona perché condensa anni di esperienza e di studio. Il tema di fondo è evidentemente la crescita delle disuguaglianze sociali nel mondo contemporaneo. Bernardo lo affronta, stabilendo questa sequenza di analisi: crescita in generale della disuguaglianza sociale – specifici effetti di disuguaglianza che derivano dall’organizzazione spaziale – specifiche responsabilità in questo dell’urbanistica, che ha forti, precise responsabilità nell’aggravarsi delle disuguaglianze. Gli effetti di disuguaglianza che derivano dall’organizzazione spaziale individuano la sostanza di quella che Bernardo chiama «la nuova questione urbana».

Come sociologo, vorrei soffermarmi e interagire con Bernardo sul radicamento sociale della disuguaglianza; siamo oggi di fronte a disuguaglianze strutturate, come dicono i sociologi inglesi, non riducibili alla sola divisione sociale del lavoro, che pure ne è una dimensione di base. Posizione che mi pare tu condivida. Quando avvii il tuo discorso sulle ingiustizie spaziali e sulle politiche pubbliche, in particolare poi per te quelle urbanistiche, colpevoli per non avere efficacemente contrastato le strategie di distinzione e esclusione che nel tempo andavano separando sempre più ricchi e poveri, osservi che questa storia è di solito raccontata dalla parte dei poveri, mentre è opportuno guardarla dalle parte opposta dei ricchi, delle loro strategie di distinzione e esclusione, sostenuta dai diversi capitali di cui dispongono (nel senso di Bourdieu).

Leggendo il libro, si trova però anche un continuo riferimento ai ceti medi. L’ho notato perché negli ultimi anni ho sviluppato un programma di ricerche sulla «Questione del ceto medio», come la chiamiamo nel nostro gruppo. L’idea di base del programma è stata che se sono le classi possidenti e dirigenti (i “ricchi”) a fare la storia, tuttavia le vicende della costellazione di figure centrali della stratificazione, sono indicatori cruciali dello spostamento del baricentro sociale, e potenti rivelatori del cambiamento sociale, ritmato dalle loro vicende.

La strategia di ricerca che sposta un punto di vista consueto del racconto è dunque simile, ma trovo consonanze anche nella tua insistenza sui ceti medi, che anche per te sembrano infilarsi a forza, continuamente nelle vicende e dunque nel racconto, pretendendo un loro spazio. Di seguito, dirò solo qualcosa del nostro lavoro (principalmente riferita all’Europa) che mi sembra possa fare crescere l’interazione con la tua prospettiva.

La golden age dei capitalismi industriali dei decenni dopo la guerra, dotati di efficaci strumenti di regolazione, integrati socialmente da sistemi importanti di welfare-state, sono stati anche una golden age per le classi medie. La crescita continua dell’economia, la terziarizzazione, la diffusione di attività dipendenti o indipendenti non puramente esecutive e non manuali, la crescita a campana della curva dei redditi, sono già tutte dimensioni che individuano un diffuso spostamento verso l’alto delle condizioni di vita, e  in particolare un tropismo verso il centro della società. Ma cruciali sono anche gli effetti del welfare-state, di cui anche le classi medie sono state destinatarie e capaci utilizzatrici.

Se molte classi professionali compongono la costellazione centrale, queste tendono a essere accorpate dalla dimensione che da Weber in poi i sociologi definiscono ceto, o status, che si riferisce alla distribuzione del prestigio e ai modelli di consumo e di stile di vita, definiti per via culturale e politica. In sostanza: indipendentemente dall’essere autonomi o dipendenti, nel settore pubblico o in quello privato, in posizioni professionali diverse, molti (il 60% in Italia e Francia, per esempio) dichiaravano in quegli anni di sentirsi di ceto medio; sentirsi di ceto medio significava per loro posizioni medie e cresciute nella scala ei redditi e dei consumi, oltre a un aumentato grado di istruzione, relativa sicurezza nelle prospettive di lavoro, protezione dai rischi della vita. Una combinazione, questa, che definisce uno status di cittadinanza sociale, possiamo dire di piena cittadinanza sociale, con standard di condizioni di vita e considerazione sociale culturalmente e politicamente sanciti. Al culmine degli anni gloriosi, ma anche per diversi anni dopo, possiamo dunque parlare per le nostre società del ceto medio al singolare, pur essendo in presenza di più classi sociali e anche di più ceti medi compresenti (lo status delle donne, di etnie diverse, e così via, popolazioni in parte almeno incluse, o escluse).

Queste sono le coordinate della golden age del ceto medio nel dopoguerra.  Che era la base sociale degli assetti di regolazione di economia e società, del capitalismo industriale al suo apogeo e al principio della sua trasformazione. Le cose cominciano a cambiare negli incerti anni Settanta, e poi decisamente nei primi anni Ottanta. E’ l’epoca della de-regolazione, della cresciuta regolazione del mercato, di un movimento di riflusso del welfare-state, di una nuova individualizzazione: «la società non esiste», secondo lo slogan della signora Tatcher. Aumenta presto in molti paesi la disuguaglianza sociale, crescono disoccupazione e forme di lavoro atipico e precario. La crisi finanziaria di fine millennio, frutto del diffondersi di una finanza speculativa, come sappiamo aggrava le cose. E’ in questo momento che una questione del ceto medio in crisi prende forma nei paesi avanzati. Prima di considerare alcuni effetti di stratificazione sociale, torno però alla fase dell’età dell’oro, perché voglio mostrare un esempio importante di sinergia analitica che si trova alla confluenza del nostro racconto, che vi ho rapidamente riassunto, con quello di Bernardo.

Preciso la nostra ipotesi iniziale, in parte anticipata prima: le classi medie e il ceto medio, come insieme stabilito anche con il concorso di cultura e azione politica, non fanno la storia; ma a seconda dello spazio che è loro lasciato o che sono capaci di conquistarsi, vale a dire a seconda delle idee e delle strategie che nel centro si elaborano possono derivare, riverberandosi sull’insieme sociale,  ostacoli pesanti o risorse importanti per la costruzione di una società capace di sviluppo e equità sociale. E’ una ipotesi che riconosce le ambivalenze del ceto medio, ma non lo appiattisce in una condizione necessaria di passività. Le elaborazioni culturali degli anni Sessanta in materia di emancipazione femminile, visioni della famiglia, libertà di espressione, promozione di diritti civili devono molto a giovani, e non solo, del ceto medio, con movimenti che le saldavano con la classe operaia, e sono un esempio di quanto dico. Si è trattato di qualcosa di importante nel cambiamento culturale, che ha lasciato segni di lunga durata che non dovremmo sottovalutare, anche dopo il riflusso dei movimenti e la reazione contraria di vario segno.

Credo tu sia d’accordo, e possiamo trovare in quanto dici sulla politica urbana aspetti rilevanti di quella vicenda, quando racconti come la politica pubblica per la città e l’abitazione non abbia purtroppo assecondato quella spinta, come invece avrebbe potuto, magari rifacendosi anche a esperienze precedenti, come ad esempio quelle di avanguardie svedesi del primo dopoguerra; la conseguenza è stata che «nella città della seconda metà del ventesimo secolo, nei suoi edifici, nei suoi spazi pubblici, non si esprimono i valori di una società più democratica, di una politica attenta all’integrazione dei diversi gruppi sociali, alla percolazione dell’un gruppo nell’altro, alla rappresentazione delle diverse culture e pratiche dello spazio» (53).

Torniamo alla questione del ceto medio di fine secolo e più in generale agli effetti di stratificazione della crisi. La crescita di una questione del ceto medio in difficoltà è il segnale sociologico, oltre che di un nuovo problema sociale, del fatto anche che il vecchio modello di regolazione si esauriva: la sua base sociale, solida e inclusiva, si perdeva. Non tutto è stato cancellato, molti elementi sopravvivono e potranno essere adattati, ma il modello di regolazione fordista-keynesiano è alle nostre spalle. I grandi compromessi sociali di metà secolo erano stati l’esito dell’istituzionalizzazione del conflitto di classe, ma le disuguaglianze strutturali non sono più le stesse. Dal punto di vista sociale, gli effetti più evidenti riguardano la crescita della disuguaglianza e della disoccupazione. Fra le conseguenze sociali si è definita una nuova individualizzazione, che riguarda gli individui lasciati a se stessi. Chi è senza sufficienti risorse materiali e culturali per giocare al nuovo gioco del capitalismo deregolato, arretra nella scala di condizioni di vita, al limite cade nella povertà. Differenti combinazioni di risorse che definivano diffuse posizioni di ceto medio, differenze che restavano latenti o facilmente gestibili, vengono a galla. I tasselli del puzzle si sono moltiplicati e sono diventati più piccoli, più difficili da ricomporre in insiemi omogenei ai quali dare ordinata rappresentanza politica, come base di regolazione. Si pone allora la domanda: è in corso un processo di polarizzazione sociale? Con la domanda siamo alla confluenza del nostro racconto con il libro di Bernardo, al quadro che lui propone anche nel titolo: Città dei ricchi, città dei poveri.

In modo molto schematico provo a rispondere alla domanda nel modo seguente. L’idea che mi sono fatto è che effettivamente sia in corso un processo di polarizzazione sociale, ma che in genere nei paesi avanzati, fra i quali l’Italia, non si sia al momento di fronte a una società polarizzata. Ci sono «cittadini per eccesso» e «cittadini per difetto», provenienti da differenti punti dello spazio sociale per declassamento, compresi quelli provenienti dalla costellazione centrale, ma una buona parte si trova in qualche punto, nel mezzo dei due estremi, spesso toccata da una difficoltà o insicurezza, ma dotata di risorse per reagire.

Delle classi medie fra i due estremi ce ne sono che guadagnano posizioni approfittando di vantaggi speculativi e posizioni di rendita: è il coté regressivo delle classi medie, che nel tuo raccolto ritroviamo fra i ceti medi attratti e assorbiti nelle gated communities, intrappolati in una logica di cieca distinzione. Altre, mostrano però un potenziale di risorse a disposizione per una ripresa: ne sono esempi il mondo sociale delle nuove medie imprese efficienti, i giovani che animano inedite professioni senza riconoscimenti di un ordine, i nuovi assunti più professionalizzati nelle amministrazioni pubbliche, le donne in crescita in molte professioni e grandi organizzazioni. Bisogna guardare da vicino per evitare sintesi premature, e tenendo in ogni caso presente che le conseguenze negative della crisi sono state in generale più pesanti per le classi popolari che per il ceto medio, la vera «città dei poveri».  Credo comunque che anche questi nuovi ceti medi spingano per entrare nel tuo discorso, e che già di fatto si siano affacciati quando parli in positivo di percolazione da un gruppo sociale a un altro, o di città un tempo porosa, in certo modo riproponendone i valori, o quando riprendi gli studi sulla vita quotidiana che sembrano «mettere a nudo alcuni paradossi del welfare state instillando il dubbio che le politiche tese a una distribuzione quanto più egualitaria possibile del benessere finissero col reprimere inutilmente le differenze tra gli individui, i gruppi sociali e i loro stili di vita, con l’irrigidire economia e società  entro regole obsolete dell’una e dell’altra, e di conseguenza col non cogliere e non dare spazio all’innovazione che nasce dalla partecipazione dei singoli individui o gruppi alla costruzione e alla pratica della città» (61).

Le correnti di polarizzazione sono forti, e non abbiamo molto tempo a disposizione. Forse stiamo imparando a reagire, ma la difficoltà sta nel fatto che l’insieme che si definisce al polo negativo della polarizzazione è disomogeneo e può andare soggetto a reazioni confuse. Torna in mente al riguardo, la  «paura della società senza classi» di cui parlava in tempi lontani Lederer, riferendosi alla crisi della repubblica di Weimar; si trattava di una condizione per molti aspetti diversa, ma che pure suscita un’eco nella nostra Europa contemporanea. Hai ragione a concludere il libro dicendo che  «occorrerà sviluppare più democrazia, riducendo le disuguaglianze nello spazio», sviluppando la domanda del plus grand nombre. La condizione peggiore è certo la città dei poveri, ma in questa opera di ricostruzione sociale e spaziale bisognerà fare i conti, per il bene e per il male, con i ceti medi, palle al piede o capaci di innovazioni generalizzabili e inclusive.

Nelle conclusioni dici anche che «entro la città e tra le varie discipline si dovranno costruire nuove alleanze». Nella mia chiacchierata di oggi ho voluto mostrare quanto sono d’accordo, e mostrare come i sociologi possano interagire. Sono state solo poche osservazioni, giocando un po’ con i ceti medi, che non hanno reso la ricchezza e complessità di temi e strumenti racchiusi nel tuo libro ad alto peso specifico.

Aspetto le tue prossime mosse per continuare la conversazione. Grazie per tutto quanto ci hai finora insegnato, e di nuovo molti cordiali auguri.

 

Arnaldo Bagnasco

Professor Emerito, Ordinario di Sociologia all’Università di Torino

2 giugno 2014

 

 

 

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