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Really?

On April-May 2014, the magazine “Alfabeta2” released “alfaECOLOGIA”, a special issue where Marjetica Potrč presented the project of a self-organized community garden in the Ubuntu Park, in a village-area of Soweto, Sudafrica. Here some questionable statements: “Community gardens represent a new model of public space: they are indeed collectively organized … Part of their success is tied to the failure of existing public spaces. … They are political courtroom: a statement of will to be involved and to affect decisions at neighborhood level by those who are devoted to them…. Community gardens are laboratories of human coexistence, where you can think outside the box … marking out the repositioning from the industrial city towards a new culture of living.”

Ma siamo sicuri?

In un’intervista, pubblicata sullo Speciale alfaECOLOGIA allegato al numero di aprile-maggio 2014 di alfabeta2, Marjetica Potrč presenta un progetto di orti comunitari a Soweto. Senza pretesa di restituire per intero il suo discorso, richiamiamo alcune affermazioni che paiono fortemente discutibili, utilizzando le sue stesse parole.

I giardini comunitari rappresentano un nuovo tipo di spazio pubblico: sono spazi pubblici organizzati comunitariamente… Parte del loro successo è legato al fallimento degli attuali spazi pubblici… Sono aule politiche: affermazione per coloro che vi si dedicano, di una volontà di essere coinvolto e influenzare le decisioni a livello di quartiere… Sono laboratori di coesistenza umana, nei quali si può pensare fuori agli schemi… Marcano lo spostamento dalla città industriale a quella della nuova cultura del vivere.

Marjetica Potrč è una grande artista, alla quale si deve molta attenzione. Da anni lavora su progetti legati a orti e giardini comunitari in molti luoghi, non solo europei. Tiene un corso di Design for the Living World all’Università di Belle Arti di Amburgo e ha allievi fortunati. Alcuni dei quali hanno preso parte al Soweto Project in Sud Africa: la creazione di orti vegetali in una scuola elementare e del Ubuntu Park a Orlando est: trasformazione di uno spazio pubblico che per più di quaranta anni è stato usato come discarica. Con un livello di inquinamento che possiamo immaginare. Mentre è più difficile immaginare l’opera di bonifica messa in atto “dal basso”, da  comunità e studenti. Ma non è questo il punto. Il punto è che le affermazioni sopra riportate pongono alcune questioni. Qual è la virtù salvifica degli orti, cui tutti e ovunque, sembrano riferirsi? Come può funzionare un nuovo spazio pubblico, se organizzato in modo così rigido entro un processo nel quale «non si può saltare alcun passaggio»? La partecipazione della comunità mette al riparo dal carattere eterodiretto del processo? Chi è il pubblico di questi spazi pensati entro pratiche artistiche e supportati da un’autorità (pubblica) che produce e diffonde manifesti che ingiungono «Coltiva il tuo cibo, mangialo, condividilo, vendilo!». Dei quali si può dire, perlomeno, che limitano un po’ il «pensare fuori dagli schemi».

A Soweto come nelle città europee, il pubblico non è più “per tutti”. E’ di chi si mobilita, pertanto anche di chi coltiva orti (sulla pluralizzazione del pubblico aveva visto giusto, nel 1927, John Dewey). Su questo punto ha ragione Marjetica Potrč a riprendere un punto su quale in molti concordano: non c’è più il pubblico cui si è ispirata tanta parte del pensiero progettuale novecentesco. Quegli spazi pubblici non funzionano più. Rimane tuttavia da capire quanto si discosti dal fare progettuale novecentesco, un processo progettuale del tipo di quello che qui ridisegnato, dove l’unico (seppure non trascurabile) scarto sembra quello di “definire e implementare il progetto insieme ai residenti.

 

Cristina Bianchetti

 

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