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Notes on a discussion about taking care of the urban space

foto iafelice

The meeting “Ostinata Mente: prendersi cura dello spazio pubblico” was held in Modena on May 23rd within the Sixth Edition of Peripheral 2013-2014 (in collaboration with Officina Emilia and the European project Insite). The meeting was attended by Massimo Bressan and Cristina Bianchetti. Here we report on five points some of the issues discussed.

1. Weak and heavy forms of caring Vi sono almeno due accezioni dell’avere cura. La prima fa riferimento alla cura come espressione di un diritto (nella classica accezione lefebvriana che mette assieme droit à l’œuvre e droit à l’appropriation); come manifestazione di una volontà ad essere attori nello spazio urbano; come appropriazione di un luogo (da parte di alcuni, in nome di tutti).  E’ un’accezione “pesante”. Implica la costruzione di un soggetto collettivo, fortemente intenzionato. Questa prima accezione rimanda a responsabilità, impegno, attenzione. E richiama una genealogia di contrapposizione e conflitto (una genealogia che intreccia le occupazioni di case nei movimenti degli anni 70; la costruzione delle comunità nell’esperienza squatter degli anni 80; le occupazione siti industriali dismessi e i Centro Sociali Occupati e Autogestiti negli anni successivi; fino all’esplodere dei movimenti di occupazione contemporanei ad opera di reti associative e culturali).

Vi è poi una seconda accezione che richiama forme leggere, occasionali, strumentali della cura: si partecipa a manifestazioni che avvengono in luoghi poco presidiati per molte ragioni. Ad esempio, per “difendersi dalla solitudine”. Qui avere cura coincide con usare. C’è una vasta esperienza illustrata in numerose ricerche (Temporary Urban Spaces e Action forse le più note) che documenta l’ampia latitudine del fenomeno e la sua articolazione. Se nella prima accezione la genealogia è ricostruita in riferimento alle lotte urbane, qui il rimando è alle pratiche situazioniste. Alla dislocazione di usi ordinari (mangiare, riposarsi, coltivare, discutere, studiare, ecc.) in spazi  attrezzati per altro uso: così come giocare una partita di football in una piazza ingombra di lampioni e panchine. Oggetti che vengono a far parte di un nuovo gioco che non può più dirsi football.

2. Which spaces and which uses? Ci si riferisce solitamente a spazi marginali, sospesi, non in uso. Si costruiscono mappe che preludono forme di occupazione e nuovi usi. Nuovi censimenti che richiamano molto da vicino quelli anni 80 della dismissione industriale. Implicita è l’idea che si possano (che sia bene) occupare gli spazi disponibili (seppure temporaneamente). Poiché il mancato uso è uno spreco, comporta abbandono e degrado. Ma la città ha necessità di ampie riserve di spazi sospesi, interrotti, non in uso. Ha necessità di indeterminatezza. Uno sguardo olistico che voglia “riempire i vuoti” entro la prospettiva terapeutica dell’operatore sociale è riduttivo. Ed è sbagliata la logica che identifica sospeso con disponibile. Così come si è capito nella stagione della dismissione industriale. In opposizione a questa idea, gioca l’idea di una cura che rende accessibile alcuni luoghi, in modo selettivo e mirato.

Ci sono usi migliori di altri? Sicuramente ci sono usi più frequenti . Gli innumerevoli jardins partagées di Lione e Parigi, gli spazi pubblici presi in cura dalle associazioni artigianali Bruxelles, gli spazi utilizzati come laboratori artistici, luoghi di performances o di commercio un po’ ovunque. Sono buoni usi? Probabilmente sì. Ma non è vero che qualsiasi uso sia meglio di un non uso.

3. What kind of effects does the caringLa cura, ad esempio quella che il progetto Ex Post fa dello spazio straordinario delle Poste di Modena, produce situazioni di riuso. Produce rottura della routine (nell’abbandono). Introduce uno scarto.

E’ interessante pensare che l’esito non sia solo il riuso dello spazio. Ma che l’interazione produca attori. Sia occasione, come scrive PierLuigi Crosta,  per gli abitanti di provare nell’azione, attivandosi, cos’è cittadinanza. Entro questa angolazione la cittadinanza è un prodotto prima che un diritto. A questo si riconduce un certo entusiasmo per il prendersi cura dello spazio pubblico. Ma questo apre il problema del rapporto con le istituzioni.

La sindrome del faccia-a-faccia (che accompagna la cura) mostra una certa insofferenza per le istituzioni con l quali si instaura un rapporto spesso assai complesso (non per le formula giuridiche di definizione dei contratti, ma per la definizione delle reciproche responsabilità, per la difficoltà di costruire rapporti, azioni, esperienze comuni).

4. Taking care is related with the public sphere explosion (that’s made by the whole social explosion) Lo spazio pubblico è affetto da quell’affaiblissement che per Tourain segna i nostri anni. E’ depotenziato, minore. Un’ombra rispetto all’idea ben levigata e potente del pubblico moderno. Ma questa condizione non rappresenta per intero la sua condizione. Certo siamo di fronte a un pubblico minore; privo della durata. Ma nel contempo assistiamo ad una sua dilatazione. A una deflagrazione per esplosione sociale. Lo spazio pubblico cambia statuto.

5. How strong the caring impact? Un impatto sulle forme di interazione. La messa alla prova, tentativa, di cosa sia cittadinanza; la “messa in scena” del pubblico; la trasformazione di individui in attori.

Ma anche un impatto sui luoghi ai quali si riporta attenzione, che si arricchiscono di significato, dei quali si recupera memoria. Che tornano ad essere cornice dell’interazione. Questo introduce una variazione di valore. Una forma di patrimonializzazione, dove è incerto se si patrimonializza lo spazio (messo al sicuro, ripulito, protetto) o ciò che in esso è accaduto (gli eventi, le performances, la cura…).

Cristina Bianchetti

 

For any further information:

http://www.officinaemilia.unimore.it/site/home/archivio-news/articolo98026481.html

 

Photo credits: Melissa Iafelice

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