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Pourrons-nous vivre ensemble? Touraine, fourteen years ago.

Alain Touraine, Pourrons-nous vivre ensemble? Égaux et différentes, Fayard, Paris, 1997.

Fourteen years ago Touraine pointed out some important issues about sharing. He titled his book Pourrons-nous vivre ensemble? Égaux et différentes. Now that the debate about his latest book is still heated (La fin des sociétés), it could be useful to resume some insights from the previous work. The question posed by the title (very different, even if only for a word, by the question posed by Barthes) may seem rethorical. Sure, nous vivons déjà ensemble. But an answer like this brings to erase the emphasis on the second part of the title and on the issue that Touraine aims to focus: lorsque nous sommes tout ensemble, nous n’avons presque rien en commun, et lorsque nous partageons des croyances et une histoire, nous rejetons ceux qui sont différents de nous. His target is the community and his nightmare is that society could turn into community (rising from the ruins of the modern society and from its institutions).

Pourrons-nous vivre ensemble? Touraine, quattordici anni fa.

Quattordici anni fa Touraine ha posto quesiti importanti sui temi della condivisione. Ha intitolato il suo libro Pourrons-nous vivre ensemble? Égaux et différentes. Ora che non si è ancora spenta la discussione sul suo ultimi studio (La fin des sociétés), è utile riprendere alcuni spunti da questo suo libro precedente. La domanda, posta nei termini del titolo (molto diversa, anche se solo per una parola, dal quesito di Barthes) può apparire esornativa. Certo, nous vivons déjà ensemble. Ma rispondere in questo modo significa liquidare sia la sottolineatura data dalla seconda parte del titolo, sia la questione che Touraine pone al centro dell’attenzione : lorsque nous sommes tout ensemble, nous n’avons presque rien en commun, et lorsque nous partageons des croyances et une histoire, nous rejetons ceux qui sont différents de nous. E’ la comunità il suo bersaglio. L’incubo di società che tornano ad essere comunità risorgendo dalle rovine della società moderna e delle loro istituzioni. 

Il problema del vivre ensemble è dunque posto da Touraine all’interno di una rottura fondamentale tra mondo strumentale e mondo simbolico, tra tecnica e valori. Una rottura che già si è data in forme simili negli anni della prima grande industrializzazione tra la fine del XIX secolo e la prima Guerra Mondiale. E che come allora deve essere osservata attentamente dai sociologi ai quali egli fa appello affinché sappiano guardare bene dentro la confusione della realtà di fine Novecento e si sforzino di cogliere i meccanismi di regolazione della vita sociale.

Lungo questa direzione esamina tre false uscite al problema di combinare le nostre differenze alla coerenza di una vita collettiva. La prima è un’uscita per così dire nostalgica. Far rivivere i modi sociali del passato: fare cioè appello alla coscienza collettiva, alla volontà generale, alla cittadinanza e alla legge. Colpisce il distacco dalla modernità che è definitivo, senza appello. La seconda è il contrario: accelerare la rottura con il passato e viverla come pura liberazione. E’ l’uscita dal post moderno (Touraine ricordiamo, scrive nel 1977) e dalla sua leggerezza rivendicata come diritto. La terza è quella che chiama la réponse anglaise (o patriotisme de la Constitution, attribuendo quest’ultima definizione a Habermas): per vivere assieme essendo differenti, rispettiamo un codice di buona condotta, le regole di un gioco sociale. La versione che ne dà Touraine è lievemente minacciosa: cette démocratie “procédurale” ne se contente pas des règles formelles; elle assure le respect des libertés personnelles et collectives, elle organise la représentation des intérêts, elle met en forme le débat public, elle institutionnalise la tolérance. Laddove l’istituzionalizzazione della tolleranza ricorda l’ironia sarcastica di un autore che certo non piacerebbe a Touraine, Slavoj Žižek. Tutte e tre sono false uscite perché non aiutano a trovare una soluzione sociale e istituzionale alla dissociazione tra economia e cultura. Non aiutano a far fronte a ciò che Touraine chiama désocialisation ovvero l’indebolimento delle mediazioni sociali e politiche a fronte del quale l’esprit citoyen che si vuole recuperare è unicamente un omaggio nostalgico al passato e non riesce ad assolvere il compito che oggi abbiamo di fronte, ovvero tentare di inseguire nuove forme di ricombinazione tra universi che si separano.

Il libro si compone di due parti. La production de soi (I parte), nella quale Touraine affronta le due categorie fondamentali del suo ragionamento già costitutive del suo libro forse più famoso: Critique de la modernité, scritto nel 1992 (e tradotto in italiano l’anno successivo per Il Saggiatore). La démodernisation, il declino del modernismo che segna per intero il Novecento. E le Sujet, ovvero lo sforzo dell’individuo per essere attore (le Sujet n’a pas d’autre contenu que la production de lui-même).

Qui si riscrive un orizzonte multiculturalista (la transformation de l’individu en Sujet n’est possible qu’à travers la reconnaisance de l’autre come in Sujet qui travaille, lui ausisi, a sa manièere à combiner une mémoire culturale ave un projet instrumentale). E’ l’avvio della seconda parte del libro intitolata Vivre ensemble al centro della quale è l’urgenza di rimpiazzare un’idea di democrazia tradizionale (intesa come partecipazione alla volontà generale), con l’idea di istituzioni al servizio della libertà del Sujet e della comunicazione tra Sujet.  Touraine chiama questa traiettoria la politique du Sujet.

Cristina Bianchetti

  

Alain Touraine, Pourrons-nous vivre ensemble? Égaux et différentes, Fayard, Paris, 1997

Alain Touraine, Critique de la modernité, Fayard, Paris, 1992 tr. It 1993

Alain Touraine, La fin des sociétés, Seuil, Paris, 2013

 

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