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How traditional collective housing aims to be still innovative

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On 12th February 2013 was held, at the Triennale di Milano, a conference entitled: Social Housing and manufacture of habitability between public interests and private investment, organized by Francesco Minora for Euricse. The issue of the conference was to deal with both collective practices and housing projects, and juridical and economic-financial solutions for residential communities. The case study by Chiara Quinzii on SEAO,  a cooperative founded in Milan in 1879, is presented below.

Vecchi o nuovi produttori di spazi di condivisione? 

Il 12 febbraio scorso si è tenuto presso la Triennale di Milano un convegno organizzato dal titolo:  Housing sociale e produzione di abitabilità tra interessi pubblici e investimenti privati, organizzato a partire dalla ricerca condotta da Francesco Minora per Euricse.  Il tema è stato affrontato sia sotto il profilo delle pratiche e dei progetti dell’abitare collettivo, sia sotto quello dello soluzioni giuridiche ed economiche-finanziarie per le comunità residenziali. Pubblichiamo di seguito il caso studio presentato da Chiara Quinzii sulla SEAO, cooperativa fondata a Milano nel 1879.

Elisabetta Bello

 I risultati della ricerca sulla cooperativa SEAO e su altre cooperative di abitazioni a Milano sono pubblicati nel volume a cura di Chiara Quinzii e Diego Terna, “Ritorno all’abitare: una cooperativa in città”, LetteraVentidue edizioni, Siracusa 2012.

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Di un abitare antico, ancora innovativo

Nella Dichiarazione Internazionale di Identità Cooperativa del 1995, si dice: “Le cooperative si fondano sui valori dell’autosufficienza (il fare da sè), dell’auto-responsabilità. della democrazia, dell’uguaglianza, dell’equità e della solidarietà”.

All’inizio del XXI secolo il termine autosufficienza acquisisce un respiro pressoché totale: i problemi energetici, la produzione di cibo, l’avvento di una composizione collettiva di contenuti multimediali attraverso il cosiddetto web 2.0, non riescono più a trovare una risposta adeguata nella produzione di massa delle grandi aziende, siano esse pubbliche o private. Stiamo assistendo, lentamente, ad un cambio di prospettiva nel rapporto tra individui e società, nel passaggio dalla quantità di beni prodotta da poche aziende, alla frammentazione della produzione in piccoli quantitativi che ricostruiscono la massa attraverso una rete di interazioni. I tentativi, ancora acerbi in Italia, di Cohousing, e il Do it yourself Urbanism mostrano come si stia sempre più facendo strada l’idea che la costruzione della città debba partire da iniziative promosse dal basso e lasciare libero spazio alle idee dei singoli che, spesso, in quanto portatrici di profonde motivazioni, riescono a produrre modelli più innovativi e a favorire al meglio l’identificazione degli individui con i luoghi che abitano. L’ONU ha infatti dichiarato il 2012 l’anno internazionale della cooperazione.  In un mondo di consumo alterato, dunque, è possibile osservare un ritorno, più o meno inconscio, ai principi ispiratori della cooperazione moderna, nata a fine Ottocento: nel caso dell’abitare, la problematica “casa” può essere affrontata attraverso la costituzione di una comunità che diventa committente di se stessa. La proprietà rimane però indivisa, ovvero i soci non posseggono la casa ma, pagando una sorta di affitto, a costi quasi sociali, ne detengono il diritto di godimento per tutta la vita, senza limitazioni reddituali. A Milano, entro i confini comunali, sono presenti oggi una ventina di cooperative a proprietà indivisa con un patrimonio immobiliare di circa 8.000 abitazioni, corrispondente a poco più del 10% del patrimonio immobiliare pubblico (case ALER e comunali). Si tratta di una presenza di notevole importanza che si pone, oggi, come effettivo contraltare ad un costruire speculativo che ha caratterizzato la crescita immobiliare della città negli ultimi anni ma anche come una reale alternativa all’abitare sociale pubblico, in un momento in cui il Pubblico stesso sembra non possedere le risorse economiche e nemmeno una chiara visione sul come rinvigorire e accrescere un patrimonio edilizio prezioso, ma spesso in decadenza. Le cooperative offrono un esempio che risponde alle attuali esigenze del vivere in città, attraverso una comunità che decide di abitare insieme non solo per praticità economica, ma anche, e soprattutto, per una maggiore qualità del vivere, attraverso l’incontro, lo scambio, le attività comuni, e lo fa nella fetta di mercato dove sono più stringenti le problematiche, cioè l’affitto. L’indivisibilità delle riserve e il loro mantenimento, infine, hanno altri due valori, importantissimi nella realtà urbana contemporanea: quanto viene costruito è patrimonio non solo di chi ne gode la prima volta ma anche delle future generazioni; le cooperative a proprietà indivisa ricoprono, poi, il ruolo di gestori del territorio. Lasciando indivisa la proprietà e ragionando sul lungo periodo, la porzione di ambiente urbano che interessa l’insediamento cooperativo, non si riduce alla superficie di uno o pochi appartamenti, ma si amplia alla scala dell’isolato, del quartiere, accendendo un dialogo con la città intera e divenendo esempio di una socialità ai più inedita, originale.

                                                                                                                                                                                                             Chiara Quinzii, Diego Terna

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