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Extimité: upgrading or impairment of the public spaces?

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The tension between  protection and exposure (of the self to the other) is the center of the doctoral thesis of Caroline Barbisch discussed a few months ago at the École Polythecnique de Lausanne. The hypothesis of this study is that public space should allow this movement between the protection and the exposure. It should allow distance and desire. But what happens when public space holds troubles, emotions, conflicts?

Extimité: potenziamento o minorazione dello spazio pubblico?

E’ rituale il richiamo a Barthes nelle discussioni sulle forme dello stare assieme. Meno, il richiamo all’aporia che il filosofo francese discute nel suo famoso corso al College de France del 1977: l’aporia tra la necessità di mettersi al riparo dal desiderio e la consapevolezza che senza desiderio è difficile realizzare qualche forma di “bon vivre”. La tensione tra mettersi al riparo e assecondare il desiderio dell’altro è al centro della tesi di dottorato di Caroline Barbisch discussa qualche mese fa all’École Polythecnique de Lausanne. L’ipotesi di questo studio è che lo spazio pubblico debba permettere questo doppio movimento. Debba permettere la distanza e il desiderio. Ma cosa accade allo spazio pubblico quando accoglie turbamenti, emozioni, tensioni?

La tesi è costruita attorno alla nozione di extimité (post del 18 gennaio 2014). Nozione lacaniana, qui riletta a partire da alcune questioni: lo spazio pubblico può costruire condizioni per l’avvicinamento dei corpi, può mettere in scena la gradazione del desiderio? Le grammatiche (termine che è riflesso di uno strutturalismo ormai lontano) delle relazioni in pubblico possono riguardare la tensione sessuale? E ancora, si può parlare di un’economia del corpo in pubblico e di una de-spazializzazione della sessualità? Come ha insegnato Goffman, l’essenziale dello stare in pubblico non si gioca nel dialogo, ma nei modi di fare. Ed è tra i modi di fare che possono essere indagate le frontiere mobili tra intimitè; extimité e civilté.

La riflessione di Caroline Barbisch è interessante per il modo in cui è costruita. L’autrice si avvicina alle nozioni che tratta attraverso una rigorosa critica di alcune (poche, ma rilevanti), posizioni teoriche che le hanno ri-modellate. Così, la nozione (cruciale, in questa prospettiva) di intimité è condotta, ad esempio, attraverso una disanima delle posizioni di Arendt; Elias; Sennett; Wejcman e Foessel. Così per la nozione di extimité di cui usa una declinazione strettamente costruire sul rapporto con il corpo e la sessualità. L’intero discorso pone a chi si occupa di territorio e città due problemi importanti.

Il primo: la nozione di extimité è solitamente richiamata come messa in scena del sé, desiderio di comunicare il proprio mondo interiore, costruire legami densi con chi è prossimo. Anche se la sovraesposizione  (surexposée) del sé è finalizzata alla costruzione di una più solida intimità, la faccenda non si risolve nell’intimità. Ma, come giustamente mette in evidenza Barbisch, nel rapporto tra intimità e spazio pubblico (attraverso un’interazione fatta di parole, immagini e gesti). Un rapporto complicato poiché se da un lato le manifestazioni del desiderio (come ogni altra pratica, si potrebbe aggiungere), costruisce luoghi, dall’altro lo spazio pubblico non può non tenere conto di esigenze più ampie di convivenza. Le due dinamiche non necessariamente si compongono in modo ricco e ordinato. Su questo, il secondo punto. Qui è invece utile sottolineare come rendere visibili aspetti del sé, non necessariamente implichi un sé individuale. Se c’è una cosa che l’abitare condiviso insegna è la volontà di segnare con chiarezza con parole, immagini e gesti, un sé che è un “nous”. Logiche spaziali, barriere simboliche, usi “anomali” o semplicemente inattesi dello spazio (pubblico) servono a rendere visibile un’auto-produzione del pubblico esibita.

Il secondo punto (già in parte anticipato): osservare le cose da questa angolazione porta a sottolineare la forza del pubblico. Lo spazio che si arricchisce della presenza intima dei corpi, delle emozioni, dei turbamenti, è uno spazio potenziato, elevato a potenza. Da altri punti di vista lo spazio pubblico appare debole, segnato da quell’affaiblissement che per Touraine è un tratto della società contemporanea. Ha perso il carattere orizzontale, generale, la matrice storicista che lo avevano posto al centro del progetto urbano e della città moderna. E’ uno spazio minore nel senso di Deleuze. Uno spazio che non per tutti. Di nuovo siamo di fronte ad un doppio movimento che rende una nozione, da sempre al centro di infinite osservazioni, non facilmente liquidabile.

 

Cristina Bianchetti

Extimités : enquête sur les formes contemporaines d’expression de l’intime et du désir dans l’espace public, Caroline Barbisch, Thèse no 5750 (2013) École Polytechnique Fédérale de Lausanne. Thèse présentée le 27 juin 2013 à la Faculté de l’Environnement naturel, architectural et construit. Laboratoire chôros. Programme doctoral en Architecture et sciences de la ville pour l’obtention du grade de docteur en sciences. EPFL, Suisse, 2013

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