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What happened to the sprawl? New readings on European metropolis

Metropoli europea

 

F. Indovina, La metropoli europea. Una prospettiva, Franco Angeli, Milano, 2014.

«The European metropolis is a dynamic and very promising realm» Francesco Indovina writes it in a book just published by Franco Angeli publisher. What is the metropolis in a geographical region characterized by urban extraordinary infrastructure that the crisis is quickly reorganizing? Once again the concept of metropolis seems to be opening a reflection that promises to be interesting. Is it different in Europe than in other continents? Does a different capitalism and an authoritarian democracy build another metropolis? And what happened to the sprawl?

Che fine ha fatto la città dispersa?

«La metropoli europea è una realtà dinamica e molto promettente» scrive Francesco Indovina in un libro appena pubblicato da Franco Angeli. Cos’è metropoli in una regione geografica caratterizzata da un’infrastruttura urbana straordinaria che la crisi sta riorganizzando in modo rapido? L’interesse della riflessione di Indovina è legato al carattere ineludibile che assume oggi questo interrogativo. L’Europa è caratterizzata, dal punto di vista territoriale, da un supporto di straordinaria complessità che in alcuni casi si sgretola, in altri si articola. I processi, spinti dalla crisi, sono fortemente contraddittori e la stessa organizzazione territoriale è difficile da comprendere nella sovrapposizione di differenti significati. E’ lo squinternarsi delle città? E’ la crescita di relazioni tra i diversi insediamenti, laddove prima coglievamo “solo” le forme sgranate della città diffusa? Sono modi di accrescimento specifici rispetto al resto del mondo, come sostiene Indovina, o omologhi, come sostiene Paola Viganò, esplorando la Métropole horizontale entro angolazioni diverse, ma individuando qualcosa di simile, come mostrano gli esercizi condotti sulla Métropole bruxelloise? Anche in questo caso forma di organizzazione «durable, originale et novateur» capace di valorizzare la differenza, le qualità dei singoli luoghi, di superare le divisioni di un territorio ampio, dai limiti non definiti, segnato da un’abitabilità estesa. La distanza tra le due posizioni non potrebbe essere più ampia. Ma l’urgenza di misurarsi con una diversa infrastruttura urbana, è analoga. Sulla nozione di metropoli sembra dunque riaprirsi una riflessione che si annuncia di grande interesse.

Seguendo il ragionamento di Indovina, la prima questione che si pone è quella della discontinuità: l’aumento dei servizi e l’intensificazione delle relazioni fa fare alla città diffusa un salto. La metropoli europea è oggi una cosa diversa rispetto ai territori indagati con grande passione lungo una ventina d’anni nel nostro pese (ma non solo), sebbene rimanga, come si sosteneva fosse per quei territori, una condizione che «permette di godere dei vantaggi dell’agglomerazione senza agglomerarsi». In ogni caso  qualcosa di estraneo al gigantismo urbano, che invece connota altri continenti, espressione di differenti organizzazioni spaziali. Lungo questa direzione potrebbe essere interessante rileggere gli studi che hanno indagato «l’identità» del territorio europeo riconoscendola nelle relazioni tra centri urbani, in un tipo particolare di paesaggio e da ciò che le politiche di welfare hanno depositato sul territorio lungo la seconda parte del Novecento.

Nel trattare della Metropoli europea, Indovina riprende la cornice teorica entro la quale ha sviluppato la sua posizione dall’uso capitalistico del territorio in avanti: è una lettura marxiana della trasformazione del capitalismo nella fase attuale, che può aiutarci a capire. Capire un diverso capitalismo (il corsivo è dell’autore) che mette in crisi quel patto sul quale si era fondato il welfare. Il nesso tra capitalismo e democrazia muta: lasciando posto ad una democrazia autoritaria. Diverso capitalismo, crisi del welfare, democrazia autoritaria definiscono uno scenario che poco ha a che fare con quello dei decenni scorsi (quelli della dispersione, per intendersi). Ad esso sono congrue alcune forme organizzative dell’insediamento (e qui risuona, a rovescio,  la domanda di David Harvey sul ruolo che gioca l’urbanizzazione nella ristrutturazione del capitale).

La discontinuità che segna Indovina è qui. Se la metropoli concentrata, rende più facile un controllo repressivo e il diffuso non organizzato rende impossibile l’aggregazione politica, la metropoli europea, interconnessa e organizzata, è suscettibile di minore controllo e moltiplica le possibilità di aggregazione. Pertanto è una forma che si presta con maggiore difficoltà ad essere governata da una democrazia autoritaria. Posto che l’organizzazione è un processo complesso e molto dipenderà dalla capacità di governo, pur nei margini stretti, appunto, di una democrazia autoritaria. Ma è solo questo che può rispondere alla rivendicazione di «più città» e di «una migliore città».

Siamo lontani dalla dispersione, dal suo rarefarsi e dal diverso comporsi di processi, connessioni, concatenazioni di ritmi (ciò che, per Amin e Thrift è città). Ma questo non ci sbalza unicamente nell’orizzonte dei movimenti urbani contemporanei: a fronte delle celebrazioni dello spontaneismo di tanta parte della letteratura disciplinare, Indovina pone il problema della «giusta relazione tra pratiche sociali e politiche». Ovvero il problema dell’istituzione. E della politica.

 

Cristina Bianchetti

 

 

Altri testi richiamati

A. Amin, N. Thrift, Città. Ripensare la dimensione urbana, Il Mulino, Bologna, 2005 (2002)

V. Gregotti, Identità e crisi dell’architettura europea, Einaudi, Torino, 1999

D. Harvey, Città ribelli. I movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupay Wall Street, il Saggiatore, Milano, 2013 (2012)

 

L’immagine è tratta da B. Secchi, P. Viganò, Bruxelles 2040: la Métropole horizontale

 

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