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Fragile bonds of sharing

«We are not a crowd on a station’s platform»: Nancy has long been thinking about being-with, that is the relation that binds us to each other. It is an existential bond that has nothing to do with a community in whose name «the humanity […] has shown an unexpected ability to self-destruction» [1]. Against such kind of community (destructive, dominant and encompassing), the French philosopher draws a «different kind of community»: something that is not only a man-made product, an effect or an opera, nor a group of individuals who have something in common, but «a place where people are accidentally in common» [2].

I legami tiepidi della condivisione

«Non siamo una folla sul binario della stazione»: Nancy ha a lungo ragionato sull’essere-con, cioè sul legame che ci lega reciprocamente. Un legame esistenziale che nulla ha a che fare con la comunità, in nome della quale, «l’umanità […] ha dimostrato un’inaspettata capacità di autodistruggersi» [1]. Contro la comunità distruttiva, dominante, inglobante il filosofo francese ridisegna una diversa «forma di comunità»: non semplicemente un prodotto degli uomini, un effetto o un’opera, o ancora, una somma di individui che hanno qualcosa in comune. Ma «un luogo, in cui essi, accidentalmente, sono in comune» [2].

Ribaltando l’affermazione precedente, si può dire che l’essere in comune «è il nostro destino», ma questo destino non finisce dentro l’idea semplificata di comunità. Nancy ha riflettuto, insieme a numerosi pensatori (Derrida, Badiou, Rancère, Balibar, Esposito, sono alcuni tra essi) sulla glorificazione e moralizzazione dell’idea di comunità e sui suoi vizi. Ha ribadito in molti modi che «l’essere-in-comune è una condizione, non un valore». Ha messo in guardia sull’enfasi cristiana e umanista circa la condivisione, lo scambio, il rapporto con l’altro. Non fosse che per questa sua netta posizione critica, ha molto da dire ad uno studio sui territoires partagés. Ma Nancy non è autore accostabile in modo semplice. I suoi temi sono declinati entro una dimensione ontologico-politica che mette in gioco una riconfigurazione complessa e radicale dello spazio della politica. Proprio a partire dal l’essere-con, condizione esistenziale di tutti i viventi. Il libro Politica e essere-con, a cura di Fausto De Petra, aiuta a comprendere alcuni tratti di questa riflessione, grazie a testi, in parte inediti in italiano, che sono, come dichiara il sottotitolo, saggi, conferenze, conversazioni.

Tralasciando le pagine importanti sulla fiducia (a partire dalla fulminante annotazione di Valery: «la società è un meccanismo fiduciario, essa suppone un credo e un credito» [3]), o a quelle sull’identità (sviluppate in più pagine di questo libro), si possono qui richiamare, solo in forma di annotazioni schematiche, alcune considerazioni che rimandano alle due parti del titolo.

La politica. «Della politica oggi non resta nulla. Della politica, oggi, resta tutto» [4]. Con il ribaltamento dei termini, in apertura Nancy pone immediatamente la questione. La politica non è più il tutto del marxismo classico. «Forse bisogna smettere di pensare che tutto è politica» [5]. E’ una frase che sarebbe stato difficile pronunciare qualche decennio fa, quando si pensava che la politica occupasse (si dovesse occupare del) l’intera dimensione della vita sociale. Sostenere che non tutto è politico significa che non tutti gli ambiti dell’esistenza (arte, religione, pensiero, scienza, etica, amore) debbano essere occupati dalla politica. Senza con questo ridurli a dimensione individuale. Senza sottrarli all’essere-con, alla condivisione. E’ il «retrait du politique», come spiega, nella Postfazione, Fausto De Petra. Un arretramento che disegna un diverso spazio nel quale possono ridefinirsi tracciati e aperture di senso (il tutto che resta della politica: un’inedita mise en jeu della politica al di là di qualsiasi logica del fondamento [6]). Il carattere generativo di questa affermazione, non tutto è politica, ricorda da vicino, anche se forse in modo un po’ funambolico, quella minorazione del pubblico che ha segnato la riflessione nel campo degli studi urbani.

Essere-con. Il cum è il legame, l’«intervallo irriducibile alle sue componenti» che segna la condizione esistenziale del soggetto. «Pensare l’in-comune significa pensare al di là di coloro che si trovano in questo in-comune: la comunità non è semplicemente la collezione di coloro che comunicano, né una loro funzione. E’ l’intervallo tra loro e questo intervallo è irriducibile alle sue “componenti”» [7]. Molte pagine sono dedicate a discutere questo scarto che presuppone una prossimità e nel contempo separazione e distinzione. La dislocazione generata da un intervallo che presuppone nel contempo unione e separazione. Scavando nell’etimologia della parola cum, che diventa avec, mit, with, disegnando tutti i tipi di prossimità complesse e mobili che non possono essere ridotte a mere giustapposizioni. La «mutua esposizione» del nostro essere-in-comune  richiama per alcuni aspetti la prospettiva arendtiana [8]: non uno statico accostarsi gli uni agli altri, ma «ciò che ci permette di rapportarci […] indipendentemente dai rapporti di forza, d’interesse e di credo» [9]. Un legame fondamentale che è «un quasi niente». Che unisce separando. «Uno scarto» che regola disgiunzione e congiunzione. O, come dice Bauman, un «legame tiepido», nel quale si permane «nella prossimità di uno spazio che consente alla singolarità di resistere sia alle tensioni funzionali comunitarie, sia alle derive solipsistiche» [10].

Cristina Bianchetti

 [1] J.-L. Nancy, Politica e «essere con». Saggi, conferenze, conversazioni, a cura di F. De Petra, Mimesis, Udine, 2013, p. 107 La citazione precedente a p. 98.

[2] ivi, 108.

[3] P. Valery, Cahiers, Gallimard, Paris, 1974, t. II, p. 918.

[4] J.-L. Nancy, Politica e «essere con» …, cit. p. 11.

[5] J.-L. Nancy, Tutto è politico? In La filosofia di fronte all’estremo. Totalitarismo e riflessione filosofica, a cura di S. Forti, Einaudi, Torino, 2004, p. 235.

[6] J.-L. Nancy, Politica e «essere con» …, cit. p.209.

[7] ivi, p. 112.

[8] H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 2000. Sono le parle, molto note, del par. 7 del II capitolo, paragrafo intitolato La dimensione pubblica: l’essere in comune”  (pag.37 e seg.). lddove Arendt parla del mondo comune che, «… come ogni in-fra (in-between) mette in relazione e separa gli uomini, nello stesso tempo». E’ per Arendt «La sfera pubblica, in quanto mondo comune [che] ci riunisce insieme e tuttavia ci impeisce, per così dire, di caderci addosso a vicenda» (pag. 39).

[9] J.-L. Nancy, Politica e «essere con» p. 173.

[10] ivi, 212.

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