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Threads spinning over the abyss. No sunk. 47th Censis Annual Report

Censis 2013

Eminent comments and contrasting opinions have already been expressed many times since the 47th Censis’ Italian Social State Annual Report was published in Rome (6th of December 2013). Le energie affioranti (per ripartire) (Emerging energies –to restart) was the conference held in Milan to discuss it.

The event was organized by Fondazione Corriere della Sera. Giuseppe De Rita and Giuseppe Roma (Censis’ President and Director), Ferruccio de Bortoli (Corriere della Sera Editor), Federico Marchetti (Yoox Group founder), Elena Zambon (Zambon Group President) and Carlo Messina (IntesaSanpaolo Managing Director) were the speakers. Dario Di Vicofrom Corriere della Sera was the moderator.

Fili tesi sul baratro. Non si affonda. 47° Rapporto Censis

A pochi giorni dalla conferenza stampa di presentazione (6 dicembre 2013) del 47° Rapporto Annuale del Censis sulla Situazione Sociale Italiana si è già scritto molto e con grande autorevolezza si sono espressi pareri divergenti. A Milano, occasione di discussione è stato l’incontro dell’11 dicembre Le energie affioranti (per ripartire), organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera, con il Presidente del Censis, Giuseppe De Rita, Il Direttore Giuseppe Roma, Ferruccio de Bortoli, Direttore Corriere della Sera, alcuni imprenditori (Federico Marchetti, Fondatore e Ceo Yoox Group, Elena Zambon,  Presidente Zambon Group e Carlo Messina, Consigliere delegato Intesa Sanpaolo). Moderatore Dario Di Vico del Corriere della Sera.

E’ utile, ai fini della ricerca Territori nella crisi, focalizzare l’attenzione sulle considerazioni generali del Rapporto e su alcuni temi specifici. Partendo da una drammatica considerazione, e cioè dal fatto che l’Italia sia «sull’orlo del baratro»e, nondimeno, non sia crollata. Si delinea una strategia «della sopravvivenza» che è cosa ben diversa dalla «ripresa» spesso invocata. «Il crollo atteso da molti non c’è stato, l’estate è stata migliore del previsto, e non fa scandalo che in autunno si siano affacciate autorevoli previsioni di ripresa. Non c’è una diffusa soddisfazione per tutto ciò, ma certo serpeggia una silenziosa constatazione che ‘ce l’abbiamo fatta’. La crisi ha avuto come effetto radicale la produzione di una società sciapa, malcontenta, infelice, secondo il Censis soprattutto per via di un postmoderno abbandono del «vivere con vigore e fervore» e per un diffuso senso di accidia, disinteresse, immoralismo e furbizia generalizzata. La mancanza di fervore, causa del malcontento, deriva inoltre da un «inatteso ampliamentodelle diseguaglianze sociali. Si è rotto il grande lago della cetomedizzazione, storico perno della agiatezza e della coesione sociale; e sono cosìsaltati i meccanismi di identità sociale: (…) troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale; e da ciò nasce un sottile scontento, che peraltro non riesce neppure ad aggregarsi in tensioni collettive, ma resta come diffusa, inerte infelicità, spesso anche individuale».

Il crollo tuttavia non c’è stato perché l’Italia è fatta di famiglie e di imprese che si sono adattate, non con eroismi risolutivi, ma navigando a vista nel contesto globale rinnovato: si hanno famiglie più attente e più informate (grazie alla rete) che cambiano il modello dei consumi verso una maggiore sobrietà e che mantengono una buona qualità di vita; si hanno imprese che si rinnovano e si reinventano, con una crescita verso le possibilità offerte dalla rete, un aumento del mercato ambulante, una lieve crescita (2%) anche dei vecchi distretti.Questo a fronte di 1.100.000 occupati in meno, gli ultimi 8 trimestri tutti negativi, 3 anni, degli ultimi 5, di Pil negativo, e 118 miliardi persi.

Il rapporto indica alcune linee di progettualità e lo fa individuando tre nuovi soggetti e quattro piste di lavoro.

Si parla di impresa femminile, di impresa degli immigrati e di giovani. Se le prime due categorie sono sostenuti da dati incoraggianti (5.000 imprese gestite da donne in più, 54.000 imprese di immigrati in più dal 2009, 300.000 in tutto), per quanto riguarda i giovani l’aspetto più significativo sta nel non rifugiarsi in geremiadi della fuga dei cervelli o in revival di emigrazione di inizio secolo, quanto piuttosto nel riconoscere una grande progettualità del settore giovanile, che «sa fare» e ha ben chiaro cosa vuol fare. Ci si sposta con degli obiettivi chiari e si cercano le condizioni per poterli realizzare.

Le quattro piste che si indicano sono: (i) la necessaria internazionalizzazione del settore terziario (il 74% del mondo produttivo italiano, che non è competitiva quanto è l’industria), (ii) la cultura come risorsa (senza temere le privatizzazioni e aumentando l’uso che gli italiani ne fanno), (iii) gli eventi non come shock ma come traino (su questo Londra è il modello che non stiamo imitando né per l’Expo 2015 né per altri eventi notevoli), (iv) l’edilizia innovativa (come luogo della ricerca e della qualità e che permette di ridiscutere il ruolo delle città).

Insieme a questo tentativo di sguardo sul futuro, il rapporto si concentra poi su alcuni temi classici:  (i) la formazione, con un’analisi della relazione tra formazione continua/grado di istruzione e territorio; (ii) il lavoro, studiato attraverso le lenti del precariato e della valorizzazione delle competenze; (iii) il sistema del welfare, che emerge in una inattesa simbiosi di welfare pubblico e privato declinato in forme familiari, associative, aziendali; (iv)il territorio, con la sua dispersione da salvaguardare e le peculiarità degli spazi urbani; (v) i soggetti economici, tra localismi, internazionalizzazioni e potere d’acquisto in diminuzione; (vi) la comunicazione, che nelle forme digitali rappresenta una parte fondante dell’informazione prima ancora che dell’economia; (vii) il governo, con i problemi legati all’eticità e ai fondi spesi ma con il valore dell’aumento della presenza femminile nelle amministrazioni; (viii) la cittadinanza, osservata dal punto di vista dell’immigrazione, tema cardine, del razzismo e dell’illegalità.

Giuseppe de Rita osserva, a conclusione, una tendenza generalizzata alla radicalizzazione del proprio ruolo. È la rinascita dei soggetti nell’estremismo della loro identità: è finita l’epoca delle industrie-sistema, delle banche che si occupano di tutto fuorché di economia, di giornali che fanno dalla politica alla pedagogia. Si assiste a un sempre maggior rinsaldarsi delle identità (anche corporative):si moltiplicano i soggetti, sempre più forti, sempre più sicuri.

Il vero problemaemergente è dunque quello delle relazioni tra i soggetti. È la connettività ciò di cui c’è bisogno. Non una connettività verticale, piramidale, ma orizzontale, diffusa, di cui abbiamo peraltro ben poca cultura. Una connettività che modifichi la realtà esaltandone la complessità.«È necessario che ciascuno si distingua facendo il suo mestiere al meglio senza cadere nell’indistinto e che il sistema cresca verso una più pervasiva connettività. Nelle vecchie sfide come nelle nuove».

Michele Cerruti But

Riferimenti:

Censis, 47° Rapporto sulla situazione sociale del paese 2013, Roma 2013

L’immagine in apertura è tratta da:

http://www.censis.it/home

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