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Taking stock

After two years of empirical research on case studies in eight European cities, after several didactic exercises and many opportunities to discuss the hypothesis and the results of the research within public debates, we’re now reformulating the question that underlies the research: can the sharing redraw, albeit metaphorically, the contemporary city?

It seems to us that this question can’t be resolved through an enthusiastic adherence to the principles and to the ways of the sharing, much less sharing can be considered a frivolous expression of some minority groups who belong to a good social and cultural condition. The sharing sometimes marks the conquest of a new urbanity. Other times, it marks a secession. If its ambition is to take the place of the conflict, of the rules and the rights of the modern city, then we can say that this ambition is disproportionate. But we can’t even relegate the sharing within a sort of club activity.

In our research three different issues have emerged as significant aspects to set up the question. Below, they are just stated, also because their development is witnessed by many materials that are stored in this blog.

The first issue concerns the change of the values that are assigned to housing. The sharing states an entre nous logic, that marks a huge distance by the desire to be alone, as well as by the pathos of the collective. Those are the two traditions that have built the architecture and urbanism of the twentieth century through countless experiments, projects, desires and utopias. This means that it’s no longer an issue of individual protection and freedom, much less it’s an issue of protection or establishment of what is collective. The new issue concerns the will to stay within small circles of friends and neighbors in which private life opens the view to a world that is owned, but that doesn’t belong only to the individual.

The second issue concerns the spatial logics and the representations that refer to these logics. The sharing doesn’t put forward traditional spatial logics: it replaces the oppositional hierarchy, the linearity or the isotropy, with a swarm of exceptions. The shared territories show what Appadurai calls the ‘production of locality’. Something that is little congruent with the representations of the contemporary city that are today called up in projects and public debates.

The third issue concerns the Public. The shared territories invite questions about the space that today is between the intimate and the social. This issue leads us to think about some new ties between private life and forms of political expression. The vulnerable, uncertain and sometimes opportunistic ties of the shared territories can be read as an effort to renew the category of citizenship. These ties can be read as a tension towards a more democratic space, albeit deeply different from the Habermasian Public Sphere.

On these three issues is spread a reflection on the space of the sharing. This reflection doesn’t want to be reduced to the celebration of the virtues of what is shared and what is frugal. Much less it intends to design new mythographies as those ones who generically call capabilities and ideal forms of skill’s transmission. We would rather like to stress the critical force of the notion of partage to deal with a change that is partially ambiguous and paradoxical: something that is completely different from the holistic conception of politic, city and society.

Cristina Bianchetti, Angelo Sampieri

Rifare il punto

Dopo due anni di ricerca empirica su casi studio in otto città europee, numerose esplorazioni didattiche e numerose occasioni di discussioni pubbliche, riproponiamo una riformulazione della questione che è alla base della nostra ricerca: la condivisione è in grado di riscrivere, seppure metaforicamente, la città contemporanea?

A noi sembra che questa questione non possa essere risolta né entro una entusiastica adesione ai modi e ai principi della condivisione, né relegando l’abitare condiviso ad espressione frivola di minoranze dotate di buon capitale sociale e culturale. La condivisione a volte segna la conquista di una nuova urbanità. Altre volte il rinchiudersi di una secessione. Se l’ambizione è prendere il posto che nella città moderna hanno avuto il conflitto, le norme, i diritti, allora si può dire che questa ambizione sia sproporzionata. Ma neppure si può relegare la condivisione entro una logica da club.

Tre piani sono emersi nella nostra ricerca come piani rilevanti per impostare questa questione. Qui semplicemente enunciati, anche perché il loro sviluppo è testimoniato da diversi materiali depositati in questo blog.

Il primo piano è quello del mutamento dei valori attribuiti all’abitare. La condivisione dichiara una logica entre nous che segna una distanza sia dalla ricerca dello stare da soli, sia dal pathos del collettivo. Ovvero dalle due tradizioni che hanno costruito l’architettura e l’urbanistica del ‘900 attraverso innumerevoli sperimentazioni, progetti, desideri, utopie. Non più la tutela dell’individuo e le sue libertà o la protezione e l’istituzione della collettività, ma la volontà di stare in piccole cerchie di amici e vicini nelle quali l’individuo dischiude la visuale ad un mondo che è suo, ma non è soltanto suo.

Il secondo piano è quello delle logiche spaziali e delle immagini che vi si riferiscono. La condivisione non agisce secondo logiche spaziali tradizionali: alla gerarchia oppositiva, alla linearità, o all’isotropia sostituisce un pullulare di eccezioni. Gli episodi di condivisione mostrano quella che Appadurai chiama la costruzione di località che è poco congruente con il maggior numero di immagini della città contemporanea oggi richiamate nei progetti e nelle discussioni pubbliche.

Il terzo piano è quello del pubblico. Gli episodi di condivisione invitano a interrogarsi su quali spazi mutuano oggi l’intimo e il sociale. Induce ad immaginare altri modi del legame tra vita privata e forme di espressione politica. I legami tentativi, incerti e a volte opportunisti dell’abitare condiviso, possono essere letti come sforzo di rinnovare le categorie della cittadinanza. Come tensione verso uno spazio democratico seppure di diverso tipo rispetto la sfera habermasiana del pubblico.

Su questi tre piani si tiene una riflessione sullo spazio della condivisione che non vuole ridursi ad una facile celebrazione delle virtù del fare con poco e del fare con altri.  Né immaginare progetti che si esauriscono nella costruzione di nuove mitografie, che non invocano genericamente capabilities e forme ideali di trasmissione di competenze. Ma cerchi di mettere al lavoro la forza critica della nozione di partage consapevole di misurarsi con un mutamento dai tratti equivoci e a volte paradossali: qualcosa di molto lontano alla concezione olistica della politica, della città e della società.

Cristina Bianchetti, Angelo Sampieri

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