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Spaces of sharing. A new city?

During the 2013 edition of  “festivalfilosofia”, Cristina Bianchetti will be invited to speak about “Spaces of sharing. A new city?” (Modena, September 14, 2013, Piazza XX Settembre, 10 am).

The 2013 edition of the festival, from September 13 to 15, will be devoted to the topic of love. It aims at reconstructing a lexicon whereby love can be seen in its relational dimension. Several aspects will be dealt with in the lectures programme, including the “powers of the soul” (that is to say the relationship between emotions, passions and empathy), the “transitive” and “intransitive” love, emphasizing the recognition or conversely the narcissism of sentimental relationships, the “politics of love”, with the central role of otherness in the public sphere, and the “myths of love”, stories and images on the inexhaustible and sometimes paradoxical character of the love experience.

http://www.festivalfilosofia.it/2013/programma.pdf

Spaces of sharing. A new city? – abstract :

A Plan-les-Ouates, nei sobborghi di Ginevra, una dozzina di famiglie progetta una casa comune secondo principi ecologici, energetici e di vita condivisa: un abitare cooperativo che segna il rifiuto della città da dentro la città.  Lo stesso accade a Berlino, in Sterlitzer Strasse, ma qui la secessione dalla città è nel cuore della città, nel luogo forse simbolicamente più potente della città europea. Nel Brabante, comunità di squatter colonizzano i duri suoli ex-industriali, riproponendo quei principi di solidarietà, convivialità, creatività e autogestione che hanno guidato le lotte urbane negli anni 70 e 80. A Helmond, famiglie di nuovi agricoltori dedite a agricoltura biodinamica, permacoltura, allevamento, promuovono workshop ed eventi, quasi feste pagane a celebrare la Primavera, il Silenzio, il Sole. Hanno tratti vagamente hippies, tra il nomadismo libertario americano e un certo anarchismo inglese. Adottano strategie da pionieri, dichiarando a gran voce l’abbandono della città e la lontananza dall’abitare moderno. A Lione, i jardins partagés si insinuano nel tessuto storico di una città che ha fatto dello spazio pubblico monumentale il tratto distintivo delle proprie politiche. La corrosione degli isolati ottocenteschi della città compatta a Bruxelles è opera di associazioni artigiane e avviene in modo perlopiù temporaneo, sostenuto da politiche pubbliche. A Milano, nuovi urbanesimi generati da imprese collettive, delle quali Olinda è un caso esemplare.

L’individualizzazione è destinata a restare tra noi. Ma è sempre più frequentemente incrinata dalla condivisione. Sono numerosi gli episodi che mostrano l’irrobustirsi di legami orizzontali su uno sfondo rigorosamente individualista: associazionismi di vari tipi; azioni collettive non necessariamente durature; comunanze poco intenzionate; incontri in luoghi estranei all’idea corrente di spazio pubblico. Forme temporanee e fragili che segnano il mutamento dei valori attribuiti all’abitare nella città europea. Il fenomeno ha una fenomenologia ampia e variegata. Ha ragioni di ordine economico innanzitutto, ma anche relazionale, simbolico, culturale, religioso. Non è solo il disagio del soggetto a muovere condivisione. Non è solo la ricerca di protezione dal mercato. Si costruisce nello stare fianco a fianco, nel marciare allo stesso passo che, per Bauman, dichiara il disperato bisogno di creare reti nella società individualizzata; per Sennett, la forza di emozioni che si spostano erraticamente da un obiettivo all’altro.

C’è molta attenzione alle forme della condivisione. E qualche celebrazione sulla virtù del fare con altri, del fare con poco, del fare stando prevalentemente fuori dal mercato, dalle professioni, dalle istituzioni. Ovunque si sottolinea una certa moralità, come se la condivisione fosse in grado di smontare in un solo colpo, quel legame tra individualismo e indifferenza che da Tocqueville in qua ha costituito l’accusa più forte all’esaltazione della soggettività e per la quale l’individualismo sarebbe associato alla lontananza dal bene comune, dalla società buona o dalla società giusta. Qualsiasi cosa queste espressioni vogliano dire. Di rimbalzo, la condivisione è ritenuta in grado di giocare una parte salvifica come espressione della capacità di autogoverno della società civile, espressione di una rinnovata cittadinanza, contrasto all’indifferenza, al funzionalismo, alla corrosione della sfera pubblica e a un igienismo che ha la pretesa di rimuovere persone e cose dalla scena urbana. Da qui la sua presunta moralità. Questa posizione semplifica. La condivisione non è qualcosa di buono in sé, né ha la forza di contrastare condizioni pro­blematiche, di ricostruire legami sociali in una società individualizzata. Convive con il contrasto, il conflitto. A volte contribuisce a generarli. Può diventare protezione degli inclusi, comportamento secessionista, appropriazione di diritti. Le questioni che apre sono numerose in una fase in cui, sfaldate le robuste reti di protezione sociale della seconda metà del XX secolo, sempre più importante diventa la ricerca di qualcosa che possa «libèrer de la solitude».

La condivisione mette in campo una diversa nozione di urbanità e comfort. Ha la pretesa di costruire una nuova città, fuori dal paradigma moderno, dalle sue norme, valori, conflitti e ragioni. Una ricerca condotta presso il Politecnico di Torino (i cui esiti saranno pubblicati da Mētis Presses) ha indagato le implicazioni spaziali della condivisione in alcuni territori europei: minute e frequenti variazione di valore che incrinano i racconti luttuosi dell’abbandono e del declino o quelli consolatori della rigenerazione, ridefinendo forme di un antiurbanesimo contemporaneo o ridisegnando effervescenti nuovi urbanesimi. E distanziandosi dalla logica, da club, delle gated communities, dettata da omogeneità di reddito, di status, di posizione sociale o professionale. Negli spazi della condivisione si sta «entre nous», tra amici, tra vicini. Si sta assieme per affinità, per adesione, per somiglianza, non per aver acquisito il diritto di accedere ad un determinato spazio. Le molteplici traiettorie della condivisione terminano ed estendono l’interiorità privata nel collettivo, non oppongono il pubblico al privato nel senso eroico del progetto moderno. Con la loro pretesa esagerata, di costruire una nuova città, ci interrogano sui modi in cui il sociale si riscrive nella metamorfosi di quella sfera pubblica, la cui vitalità è stata, per lungo tempo, unica promessa democratica per l’inclusione.

Cristina Bianchetti

Una versione precedente di questo scritto è stata pubblicata su Domenicale Il Sole 24 ore, 8 settembre 2013, p. 42

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