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Shared Housing in Turin

This work is an inquiry on shared housing in Turin. It explores a new way of living with a particular focus on shared spaces and how they are structured. The research takes place in Turin because it’s a city that put attention to these issues through a series of  projects both public and private. The work explores twelve case studies of two different forms of shared housing: Co-Housing and Social Housing.

Antonia Laurenza, Elena Lo Presti (Tesi di Laurea Magistrale in Architettura Costruzione Città, Politecnico di Torino, A.A. 2012/2013. Relatore: Cristina Bianchetti)

 

 

Shared Housing in Turin

L’abitare condiviso è una condizione sempre più frequente anche nel nostro paese, per ragioni di ordine economico, culturale, simbolico. Si abita insieme secondo una modalità ampia di declinazioni: condividendo spazi, progetti, risorse e valori. Questa tesi esplora un piccolo segmento dell’insieme delle questioni che stanno entro la dizione “abitare condiviso”. Si interroga sul modo in cui forme e retoriche della condivisione hanno influenzato le nuove politiche del social housing. Ovvero sul modo in cui interagiscono da un lato la diffusione entro il mercato di forme di co-housing, con i loro richiami, spesso enfatici, a logiche comunitarie, dall’altro le nuove politiche di social housing tese a fornire abitazione a segmenti di popolazione in difficoltà. La tesi utilizza la città di Torino come campo empirico. Sia per l’importanza delle tradizionali politiche abitative. Sia per l’attuale sperimentazione di nuove forme di politiche destinate all’alloggio sociale. Si sviluppa osservando dodici casi dai quali trae qualche considerazione sui tempi e i modi di un fenomeno in rapida definizione.

Il presupposto di questo ragionamento è nel fatto che nella fase attuale la produzione di edilizia residenziale sociale in locazione da parte del soggetto pubblico si è di fatto arrestata. Il «ritrarsi del welfare» per usare una locuzione di Robert Castel, segna anche la chiusura di quel progetto che nel Novecento aveva fatto della casa un cardine del sistema di protezione sociale. Alla base di quel progetto vi era l’impegno, per il soggetto pubblico, a predisporre un sufficiente numero di alloggi, a definire tipologie commisurate alle dimensioni dei nuclei familiari, a distinguere nettamente tra sfera privata dell’alloggio e dimensione collettiva degli spazi aperti di uso pubblico. Su questi tre elementi si commisurava l’adeguatezza di quella che siamo soliti nominare «città pubblica». E su di essi si è misurata, in alcuni momenti, la migliore cultura progettuale del nostro paese. Oggi le politiche di produzione dell’edilizia sociale si muovono lungo altre direzioni, prendendo una consistente distanza da quegli assunti. I casi indagati d questa ricerca permettono di evidenziare alcuni punti sui quali vale riflettere.

Innanzitutto il contrasto al carattere standardizzato dell’offerta. Non è solo questione di risorse. I progetti di housing sociale oggi prevedono tipologie fortemente differenziate. Prevedono una sostanziale diversità nei tagli degli alloggi e, soprattutto, la messa a disposizione di una serie di spazi che sono di uso collettivo, orientati a facilitare un abitare che si vuole condiviso. Naturalmente questi spazi di uso collettivo mutano fortemente da un caso all’altro (come i dodici casi qui studiati bene evidenziano), ma il peso e il rilievo che essi assumono rimane un importante carattere distintivo delle nuove politiche. Così come è importane il loro situarsi entro i tessuti della città compatta, laddove si dà occasione. Indifferentemente dalla geografia della marginalizzazione che ha segnato le politiche passate di edilizia sociale.

Un ulteriore elemento che connota le nuove politiche riguarda il modo in cui esse si prefigurano gli abitanti dei nuovi interventi. Non più la famiglia tipo che non riesce ad accedere all’alloggio nel libero mercato ed è disposta a collocarsi per un tempo indeterminato, nel quartiere di edilizia sociale. Ma l’individuo, più o meno in difficoltà, al quale si richiede un’adesione ad un progetto abitativo (spesso solo temporanea e questo è un ulteriore importante carattere). Analogamente a quanto accade per le nuove politiche di welfare, gli assegnatari degli alloggi sono sollecitati ad avere una posizione attiva: a candidarsi all’assegnazione, ad aderire ad un progetto che comprende una loro attiva partecipazione. La selezione dei nuovi abitanti è dunque un punto importante. La logica non è più quella di un’offerta rivolta ad un gruppo omogeneo (tutti coloro che hanno necessità di un’abitazione a costi ridotti), ma un insieme di individui con profili differenti. In queste nuove politiche la diversità è vista come condizione positiva. Mettere insieme soggetti affini, ma sufficientemente diversificati, permette due esiti giudicati importanti: creare una buona mescolanza sociale (considerata, con qualche semplificazione, di per se stessa un bene), dosare, in modo controllato, le presenze in rapporto alla sostenibilità sociale ed economica dell’intervento.

Infine, rivolgersi a soggetti diversi, pronti ad aderire ad un progetto di condominio solidale o di albergo sociale pone in modo completamente diverso il tema della graduatoria per l’accesso.  Nell’edilizia sociale le graduatorie erano al contempo strumento e garanzia per un meccanismo di assegnazione che si voleva «giusto». Cioè retto da parametri di giustizia sociale. Questo meccanismo è stato nel tempo accusato di aver costruito una situazione opposta: aver generato concentrazioni di popolazione con gravi problemi (disoccupazione, precedenti penali, problemi sociali, sanitari) e, pertanto, aver contribuito a produrre ingiustizia spaziale. Il meccanismo delle graduatorie appare, nelle nuove politiche per l’edilizia sociale, completamente riformulato.

Articolazione dell’offerta, individualizzazione dei destinatari, tempi non necessariamente indeterminati e meccanismi di accesso diversificati costituiscono quattro punti importanti che connotano una stagione recente (a Torino i progetti si concentrano negli ultimi 10 anni). Questi punti ci aiutano a riflettere sul modo in cui stanno mutando le logiche del social housing, fuori dal welfare tradizionale, prendendo spunto dalle forme ricorrenti dell’abitare condiviso.

Antonia Laurenza, Elena Lo Presti (Tesi di Laurea Magistrale in Architettura Costruzione Città, Politecnico di Torino, A.A. 2012/2013. Relatore: Cristina Bianchetti)

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