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Tactical Urbanism

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In 2011 Mike Lydon has published “Tactical Urbanism”, a digital pamphlet, which had a surprising success in term of downloads. Presenting some North-American cases, the author suggests that a new approach to urban design is emerging, based on small-scale and short-term interventions. A similar publication, with Latin American cases, has been launched in Santiago de Chile in June 2013. Even if some arguments appear simplistic, those pamphlets present clearly some tendencies, which can be found in many architectural magazines and design blogs.

Tactical Urbanism

Nel 2011 Mike Lydon ha pubblicato in internet un pamphlet intitolato “Tactical Urbanism”, poi rivisto e ampliato in una seconda versione. La pubblicazione, disponibile in ISSUU, è poco più di una presentazione di casi, con una breve introduzione che li inquadra entro una cornice comune. La tesi sostenuta è che queste esperienze prefigurano un nuovo modo di fare urbanistica. Riprendendo la distinzione tra tattiche e strategie di De Certeau, Lydon associa le prime al nuovo modo di fare urbanistica e le seconde all’urbanistica convenzionale. Entro una visione pacificata, sostiene che le due non sono alternative, ma potrebbero essere complementari.

La cosa che richiama l’attenzione non è tanto il contenuto del pamphlet, quanto il fatto che è in poco tempo è stato ampliamente scaricato e consultato. Sulla base di questo successo, Lydon ha creato una rete, riuscendo a stabilire alcuni legami abbastanza solidi con il Sud America, in particolare con il Cile. Espressione di tali legami è una terza pubblicazione, che raccoglie alcuni casi latinoamericani. Anche in questo caso, il pamphlet non fa molto più che presentare alcune esperienze di progettazione. Tuttavia, è interessante soffermarsi su alcune retoriche che sono emerse alla presentazione del pamphlet, tenuta a Santiago lo scorso 13 giugno al ristorante auto-costruito “La Jardin” (foto sopra), uno dei casi presi in esame dalla pubblicazione. Tali retoriche possono forse apparire banali, ma sono rappresentative di alcune inquietudini diffuse, che attraversano, in modo più o meno esplicito, riviste e blog specializzati.

1. È importante fare, agire, mettendo da parte parole e progetti che spesso rimangono sulla carta. Attraverso piccoli interventi, spesso informali e temporanei, si ha la pretesa di mostrare un modo diverso di trasformare la città. Considerando l’incidenza dei casi presentati, colpisce l’ottimismo di una tale convinzione, oltre che la candida semplificazione di dinamiche urbane complesse, dalle quali sembra mancare ogni traccia di conflitto.

2. La partecipazione è solo la ratifica di decisioni già prese. “L’urbanistica tattica”, invece, nasce dal basso e si fonda sull’empowerment delle persone. Il sospetto verso la pianificazione e i processi istituzionalizzati non concerne solo il caso in questione, ma sembra una convinzione diffusa, che spinge molti a cercare altre vie per organizzarsi e agire. Da un lato l’individualismo è spesso stigmatizzato, promuovendo forme di associazionismo e di attivismo sociale. Dall’altro, si cerca di fare a meno delle istituzioni, come se fossero qualcosa di corrotto o troppo costrittivo.

3. Non è un’urbanistica di esperti, ma di persone. Nel pamphlet, più diplomaticamente, si scrive che “no requiere necesariamente de expertos urbanistas, sino al contrario, se construye a partir de grupos de personas empoderadas, esto es, urbanismo ciudadano” (non ha bisogno di esperti e urbanisti, ma, piuttosto, è costruita da gruppi di persone a cui è stato dato potere, ovvero un’urbanistica civica). Curiosamente, però, coloro che promuovono queste iniziative hanno una solidissima formazione in architettura, in urbanistica o nel campo della creatività, spesso maturata in un contesto internazionale.

4. In America Latina l’urbanistica tattica nasce come una risposta a situazione di povertà. Però, a ben guardare, le iniziative sono quasi tutte promosse da un gruppo ben determinato di persone, con un reddito e un’educazione al di sopra della media. Questo non è peculiare solo al caso latinoamericano. Molte delle iniziative promosse sotto l’etichetta di “tactical urbanim”, “DIY urbanism” o “guerrilla urbanism” hanno poco a che vedere con le strategie di sopravvivenza messe in atto dagli strati più poveri della popolazione. Piuttosto, sembrano relazionati a gruppi della classe media, con capitali sociali e culturali ben più solidi.

5. Infine, è interessante notare come queste esperienze siano sempre presentate come locali e specifiche, però sono sempre accompagnate da una cura quasi maniacale nel documentarle e nel diffonderle, via internet e attraverso altri mezzi di comunicazione.

Emanuel Giannotti

Riferimenti:

http://issuu.com/streetplanscollaborative/docs/tactical_urbanism_vol_2_final

http://issuu.com/ciudademergente_cem/docs/ut_vol3_2013_0528_10

http://www.plataformaurbana.cl/archive/2013/06/11/lanzamiento-libro-urbanismo-tactico-3-casos-latinoamericanos/

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